DA JALAL-ABAD VERSO IL LAGO SON KUL

La stazione dei taxi collettivi per Kazarman è praticamente una discarica. Nonostante ciò c’è un mezzo che promette di partire alle 10 del mattino. Si tratta di una Audi degli anni ’80, un vero rottame da portare dal demolitore. Il cofano motore è aperto e l’autista sta facendo qualche controllo. Mi chiede 1.000 som per me e 500 per la valigia. Cerco di contrattare il prezzo perché mi sembra eccessivo il costo del bagaglio. Niente da fare, prezzo fisso ma in fin dei conti si tratta solo di 15 Euro. Una madre accompagna un bambino che sale in macchina e, senza salutarlo, se ne va. Stiamo aspettando una signora, mi scrive l’autista sul cellulare. Arriva un’auto e una signora carica nel bagagliaio catini di plastica pieni di lamponi. Alle 10,40 il motore si avvia a fatica ma si parte. Percorriamo una verde vallata, siamo sulla direttiva Bishkek – Osh, la prima e la seconda città del paese. La strada sale, l’asfalto è buono, il panorama si fa più brullo. Incontriamo parecchi cantieri per la costruzione della nuova strada con ponti e tunnel. Uno è già percorribile, è lungo circa quattro chilometri e ben illuminato. Passano camion rossi con scritte in cinese, l’autista dice “Catai”. Ebbene sì, siamo tornati ai tempi di Marco Polo quando la Cina era chiamata in questo modo. I cantieri non disturbano il nostro viaggio, superiamo il passo Toguz Toro a 2800 metri slm. Superati i due monumenti in cemento che segnano il passo, la strada scende tra curve e tornanti. Sapendo che sono italiano l’autista mi fa ascoltare “Felicità” e “Un italiano vero”, due classici molto famosi e tutt’ora apprezzati da queste parti. Finalmente arriviamo a Kazarman, l’autista è molto gentile e mi accompagna in albergo. Esco per mangiare qualcosa e vado verso il “centro”. Palazzine di tre piani, tutte uguali, un vero borgo sovietico degli anni ’50. Qualcuno però ha voluto dare un tocco personale ed ha imbiancato la propria facciata di giallo o di verde. Più avanti altre palazzine anni ’60 di colore rosso, tutte scrostate, prevale il grigio del cemento. E per finire abitazioni anni ’70, sempre squadrate, grigie ma certamente più sobrie. Tra una fila di abitazioni e la successiva alcune donne passeggiano con i bambini, i ragazzi giocano a palla e ovunque cumuli di spazzatura di ogni genere. Nonostante siamo a 1.300 metri slm fa molto caldo, la temperatura si rinfresca solo dopo il tramonto. Il giorno successivo trovare un passaggio verso il lago è operazione abbastanza complicata. Anche se con qualche difficoltà riesco a scambiare messaggi con lo yurt camp e nel primo pomeriggio arriva un pick-up con destinazione Son Kul. Dopo qualche chilometro di asfalto nuovissimo si supera un ponte sulla sinistra e inizia lo sterrato. La strada segue il disegno della valle che man mano si restringe, gli alti versanti sono costituiti da terra molto friabile. Sosta al passo Toguz Toro, 2800 metri slm. Curve e tornanti ci portano su un altro altopiano. Nel bel mezzo del nulla troviamo due ragazzi tedeschi che chiedono di fermarci. Li vediamo sconvolti, agitati, gli zaini aperti nel mezzo della strada. “We need an help”, abbiamo acqua per sopravvivere ma ci serve aiuto. Chiedono all’autista un passaggio quando rientrerà a Kazarman. Non riusciamo a capire cosa sia loro successo ma è chiaro che non hanno vissuto una piacevole esperienza. Proseguiamo lungo la valle fino ad arrivare ad Ak-Tal dove ritroviamo qualche chilometro di un ottimo asfalto. Il paese sembra ben organizzato. Vedo scuole, asili, centri sociali, bambini che giocano.  Dopo il paese noi svoltiamo a sinistra e ritroviamo lo sterrato. Più avanti la valle si restringe e si riempie di verde. Grandi boschi di abeti dal corpo stretto e alto coprono i versanti delle montagne. Superato un passo gli abeti sparisco, siamo oltre i 3.000 metri slm. Una dolce discesa attraversa allevamenti di bestiame, qui prevalgono cavalli e bovini. Gli animali sono lasciati allo stato brado, un pastore a cavallo raccoglie la mandria con l’aiuto di un cane. Ogni famiglia nomade ha qualche yurta e un carrozzone fumante dove vivere durante i mesi estivi. Superato un dosso ecco che appare il lago Son Kul, la mia meta. Una grande distesa azzurra circondata da pascoli e montagne. Non un villaggio, non un paese, solo yurta camp e animali al pascolo. Siamo a 3.016 metri slm., un “paradiso” sotto il cielo. Arriviamo allo Zamir Yurta Camp quando inizia a far buio, mi viene assegnata una yurta senza letti, a mia disposizione ci sono solo materassi e coperte. Entro nella yurta destinata a ristorante, il tavolo è ancora preparato, gli altri ospiti hanno già cenato. Dal buio spunta una voce, è Didier, un giovane insegnante francese. Mi viene servita la cena: zuppa di verdure e manzo. L’insieme della struttura è sicuramente troppo basica per un occidentale ma così è la vita dei nomadi. Due “lavandini” con un piccolo serbatoio d’acqua e tre cabine “bagno” con lo scarico scavato nella terra. Il sole si spegne dietro le montagne e colora il cielo di rosa. Al tramonto il ragazzino accende la stufa nella mia yurta, la alimenta con legna e carbone. Dopo qualche minuto l’ambiente è già più tiepido. Ci si corica presto da queste parti ma quando esco di notte per vedere le stelle rimango stupito. Alzo lo sguardo e vedo un emisfero con miliardi di astri e la Via Lattea che taglia trasversalmente il lago.    

IN DIREZIONE DI JALAL-ABAD

Alla stazione dei bus di Osh tutto sembra facile. Ci arrivo in taxi, vado allo sportello per pagare, i mini-bus sono tutti allineati pronti per partire. Mi indicano quello per Jalal-Abad, valigia nel bagagliaio e salgo, i posti sono quasi tutti occupati. L’unico libero è in fianco a una giovane signora velata con un bambino. Siamo così vicini che c’è il rischio di avere un contatto fisico, per lei è troppo pericoloso. La signora si rivolge ad un ragazzo e gli chiede di scambiare il posto. Così va meglio e si parte. Io sono seduto in senso contrario rispetto alla direzione di guida così mi godo lo spettacolo dei passeggeri. In particolare osservo con attenzione l’universo femminile che sta davanti a me. Proprio di fronte ho due signore, si assomigliano, dovrebbero essere sorelle. Sembrano arrivare dal secolo scorso, foulard sulla testa alla “russa”, abiti larghi e colorati ma sotto si vedono spuntare dei pantaloni neri. A sinistra una signora islamica col velo che copre capelli e collo, una spilla blocca tutto il sistema. Poi ci sono due giovani madri in stile “arabo”, gonne lunghe e larghe e il velo che non fa trasparire un capello. Però c’è anche una mamma moderna con il bambino, senza velo, abito con pantaloni. In fondo al pullmino una giovane ragazza flirta col suo fidanzatino. Si sfiorano, poi si mettono mano nella mano, cellulare sempre a disposizione, chiacchiere e qualche risata. Un bel quadretto. E per concludere il panorama c’è la ragazza seduta alla mia sinistra. Molto carina, potrebbe essere una modella. Bleu jeans, un’elegante canotta bianca sbracciata, orecchini e auricolari nelle orecchie. Sempre immobile, non parla, non sorride. Insomma, un caleidoscopio di figure che mi fanno pensare che tutto ciò può coesistere e che però il mondo cambia anche senza volerlo. Nel frattempo la strada prima attraversa zone rurali poi sale su alture prive di vegetazione. Superato un passo si scende tramite ampi curvoni e ci si ritrova di nuovo a percorrere un altopiano. Jalal-Abad è una città dai grandi viali percorsi da un vento caldissimo che si intiepidisce solo verso la notte. Per me è solo una tappa di trasferimento verso le montagne.

OSH, LA CITTA DELLE CINQUE ROCCE

Dopo circa due anni ritorno ad Osh e ritrovo il caldo, ritrovo le cinque rocce che dominano la città ma la famosa statua di Lenin è sparita. Che l’abbiano rubata? Difficile portarsi via una statua di 23 metri. No, semplicemente nel giugno dello scorso anno è stata rimossa dalle autorità locali. La statua di Lenin, eretta nel 1975, rappresentava una sorte di provocazione nei confronti dei palazzi governativi, non più sovietici, che sorgono proprio in fronte. Al posto della statua c’è un enorme paravento e di fronte una enorme bandiera kirghisa che domina l’intera piazza. La volta scorsa presi l’albergo su un viale centrale. Smog, rumore e traffico dominavano. Stavolta la scelta, quasi casuale, è ricaduta sul Cube House. Moderno, di piccole dimensioni, gestione famigliare ma purtroppo qui si parla solo il russo. Dal terrazzo si domina la città, le rocce del Suleiman Too, il Parco Petrovsky che ospita la cattedrale ortodossa dedicata a San Michele, ma soprattutto un lungofiume molto animato, specialmente dopo il tramonto, perché fa parte di un grande Luna Park. Attrazioni illuminate, una grande ruota, chioschi di bevande e gelati, zucchero filato e lungo il fiume scorrono automobiline illuminate. Un sopralluogo alla stazione dei bus è indispensabile, voglio essere sicuro di poter partire domani per Jalal-Abad. Rassicurato dal personale molto gentile pranzo presso un ristorante afgano. La specialità della casa è una specie di tasca di pasta di pane ripiena di carne. Cipolle crude ed un brodino completano il servizio. Ritorno a visitare il Suleiman Too ma il caldo è davvero eccessivo. Giusto il tempo per scattare qualche foto e poi è meglio rientrare al fresco dell’aria condizionata dell’albergo.

GIORNO 7 – IN DIREZIONE DI OSH

Durante la notte ha piovuto e la mattina il cielo è coperto. Si fa colazione nella yurta ristorante, oggi la novità è rappresentata da una fetta di melanzana impanata e fritta. Il Lenin Pik è completamente coperto dalle nuvole e anche i ragazzi più giovani rinunciano al trekking. Un gruppo di uzbeki comunque parte con i bagagli sistemati sulla soma di due cavalli. Noi saliamo in auto fino ad un punto panoramico. Di fronte a noi il ghiacciaio col saracco frontale mentre il Lenin Pik proprio non si vede. Così ci mettiamo di nuovo in viaggio. Ripercorriamo la Alay Valley per poi svoltare in direzione di Osh. La strada sale fino a raggiungere il passo Taldyk (3.615 metri slm). Una breve sosta sul terrazzo panoramico con al centro una statua che raffigura un puma. Volgendo lo sguardo verso la discesa si vedono i numerosi tornanti con i camion che lentamente salgono arrancando. Si scende fino a Gulcha, lungo il percorso attraversiamo pascoli con cavalli, bovini, yurte e carrozzoni fumanti.

Spuntano le rocce di Suleiman Too, Osh si avvicina. Entriamo in città e ritroviamo il traffico, i semafori. Il gruppo si divide e ognuno segue il proprio percorso.

GIORNO 6 – VERSO IL KIRGHIZISTAN

La notte non è stata delle migliori, insonnia e respiro pesante. Dopo colazione lasciamo la guest house percorrendo un lunghissimo rettilineo. Abbandoniamo l’asfalto per affrontare un pessimo sterrato fino a raggiungere il posto di confine tagiko dove incontriamo altri italiani: due fratelli su un’auto noleggiata ed una vecchia Panda targata SO. A bordo ci sono due simpatici fratelli, Lapo e Jacopo Nardella di Como, che stanno facendo la Mongol Rally 2026 attraverso una quindicina di paesi. Abbiamo tempo per chiacchierare di viaggi e di itinerari perché l’attesa si prolunga. Ogni viaggiatore si deve presentare davanti al funzionario che controlla il passaporto, scatta una foto digitale ed emette il timbro d’uscita. La cosa simpatica è che sulla scrivania sono a disposizione tè e biscotti. Un militare si offre a scattarmi una foto, bene, poi si scatena e scatta foto ovunque. Lui può. Sommando attesa ed operazioni di controllo passano due ore. Arriviamo al confine kirghiso, di nuovo tutti a terra. L’agente di frontiera ride e scherza. La stessa cosa mi capitò due anni fa lasciando la Cina. Riprendiamo lo sterrato e superiamo un passo segnalato da una grande statua di stambecco. Non ci sono piante, la terra è di colore marrone ma qui e là appaiono ciuffi d’erba con fiori d’alta montagna simili alle margherite. Attraversiamo la valle di Alay per raggiungere Sary-Tash dove pranziamo. Quando usciamo si scatena una pioggia forte e gelida ma dura poco. Si fa rifornimento di carburante con taniche di plastica e imbuto. Percorriamo la vallata su una strada asfaltata, finalmente. Arriviamo a Sary Mogol dove dovremmo cambiare i somoni tajiki con la valuta locale ma niente da fare. Ci rimarranno nelle nostre tasche, soldi buttati. Ora imbocchiamo una strada di montagna. Si sale tra alture verdi dai profili molto morbidi. Mucche e cavalli bellissimi brucano l’erba grassa d’altura. Yurte e carrozzoni fumanti ospitano le famiglie degli allevatori. Passiamo alcuni guadi mentre la pista è poco più di un sentiero. Un laghetto di montagna annuncia un pianoro dove si sono sistemati alcuni yurta camp. Il nostro è l’ultimo sulla sinistra. Relativamente piccolo, ospita poche yurte mentre una yurta più grande è adibita a ristorante dove si mangia seduti per terra. Il bagno è accettabile, abbiamo visto di peggio, ma non c’è un lavandino. In compenso la vista è notevole: di fronte a noi un seimila con un esteso ghiacciaio che verso il basso offre un saracco frontale di 100/150 metri pieno di crepacci. Sulla sinistra il famoso Lenin Pick ma purtroppo rimane nascosto tra le nubi. Le mucche mentre mangiano, e non smettono mai, pascolano tra le yurte. L’erba è molto verde e piena di fiori, le bovine apprezzano. Sono certo che produrranno dell’ottimo latte ma purtroppo in queste zone i formaggi non sono assolutamente una priorità. La sera si cena con un gruppo uzbeko ed altri turisti. Si inizia sempre con una zuppa, seguono carne di manzo e patate. Il green o il black tea sono sempre a disposizione per tutti. Dopocena c’è poco da fare, ci si guarda in giro, si ammira il ghiacciaio. I proprietari ci accendono la stufa della yurta alimentata da sterco animale. Non si gela, anche siamo oltre i 3.000 metri, ma spezzare il freddo non è una brutta idea. Ci viene anche consegnata una lampada con batteria sicuramente alimentata da energia solare. Una volta sistemati nei letti si prova a dormire, questa notte siamo in cinque nella yurta, quattro giovani ed un settantenne.        

GIORNO 5 – VERSO IL KARAKUL

Oggi il cielo è parzialmente coperto ma ci sono grossi squarci d’azzurro che fanno ben sperare. Alle otto, puntualissimi, ripartiamo. Qualche chilometro e dall’alto di una cunetta si gode il panorama del lago Bulunkul. Le montagne e le nubi si specchiano nell’acqua azzurra. L’aria è frizzante, il vento molto fresco, siamo a circa 4.000 m d’altitudine. Mentre viaggiamo spuntano marmotte di colore marrone chiaro, paurose e curiose come le nostrane anche se di colore diverso. Ci guardano con attenzione poi scappano. L’autista guida praticamente a passo d’uomo per non investirle poi si ferma. Proprio nel bel mezzo della pista, una coppia ha pensato bene di scavare lì la loro tana dalla quale spuntano le testoline di due cuccioli. Visto l’enorme mezzo sopra le loro teste i cuccioli scappano. L’autista scende per controllare se la pista è libera e riparte. Incontriamo un geyser che lancia acqua calda ad un metro d’altezza. Incrociamo altri laghetti d’alta montagna ed ogni volta è una forte emozione. Appare una striscia d’asfalto così in pessime condizioni che gli autisti dei fuoristrada preferiscono viaggiare sulle piste disegnate ai lati della “strada”. La striscia d’asfalto è percorsa solo da camion e ciclisti, oggi ne incontriamo davvero tanti. Chi in solitaria, chi in coppia, tutti pedalano con fatica. Qualcuno si ferma per rifocillarsi, uno sfortunato sta cambiando la camera d’aria, ma sono tutti davvero grandi. Percorriamo il Naizatash Pass, 4.173 metri slm. La “Strada del Pamir” riserva sempre sorprese. Superiamo un controllo di polizia e arriviamo a Murgab dove molte case e negozi sono all’interno di container.  Siamo a 3.650 m d’altezza. Pranzo al Pamir Café dove troviamo, come sempre del resto, un menù molto locale. Io opto per un gulash con riso e purè. Riprendiamo a viaggiare su una strada con l’asfalto tutto spezzato mentre siamo circondati da montagne che hanno sfumature di colore rosa e rosso. Ora affianchiamo il confine con la Cina anche qui segnato da un infinito reticolato. Superato un dosso appare un’ampia vallata tagliata da una striscia d’azzurro, è il lago Karakul. Tutta la vallata è circondata da montagne e sul fondo appare la piramide bianca del Lenin Pik, 7.134 metri slm. Alloggiamo presso la guest house Sher’s Inn 2 dove incontriamo altri italiani in viaggio. Ma quanti sono? E’ vero che è agosto e come noto in Italia è il mese delle vacanze ma così tanti non me lo sarei mai immaginato. Eppure, nonostante ciò, questo non è certamente turismo di massa. Passeggiando per il paese vedo donne che vanno alla fonte per prendere l’acqua, alcune chiacchierano tra loro, i ragazzi giocano a pallavolo in una specie di oratorio. C’è anche una piccola moschea colorata di bianco con due tozzi minareti. Andiamo verso il lago, la camminata si fa pesante a causa dell’altitudine. Arriviamo sulla riva del lago. La vista è splendida ma troviamo un cane morto e tante zanzare, meglio rientrare. Dopo cena mi stendo sul letto e sento il respiro molto pesante, l’altitudine si fa sentire, siamo a 3.960 metri slm.

GIORNO 4 – VERSO IL LAGO BULUNKUL

GIORNO 4 – VERSO IL LAGO BULUNKUL

La mattina inizia nel migliore dei modi: la colazione ci viene servita in giardino tra piante di frutta e fiori colorati. Tarzan, il cane di famiglia, è sdraiato all’ombra, il cielo azzurro oggi è rallegrato da nuvole a pecorelle. Riprendiamo il nostro percorso seguendo il fiume e il confine afgano. La valle si restringe, le rapide sono sempre più impressionanti, la forza delle acque ha scavato un profondo canyon. Sul versante opposto persistono le brulle montagne afgane ma da dietro spuntano alte vette innevate. Gruppi cammelli in libertà brucano la verde erba in ristrette aree verdi a ridosso del fiume. Entriamo in un’area pre-desertica e appaiono secchi laghetti salati dai bordi bianchissimi. In alcuni tratti la pista si fa quasi impraticabile, poi arriva l’asfalto ma solo per un paio di chilometri e riprendiamo lo sterrato in direzione del lago Bulunkul. Arriviamo al villaggio e mi sento molto stanco, stremato, del resto siamo a 3.900 m. Pranziamo con zuppa di lenticchie e pesce di lago fritto, finalmente si mangia qualcosa di diverso. Passeggio nel villaggio costituito da basse case costruite prevalentemente con la terra, tetto piano e piccole finestre. Abitazioni molto povere ma le parabole per le tv non mancano e sul tetto celle solari. Alcune sono grezze, altre sono verniciate di bianco. Panni stesi al vento si alternano a carcasse di vecchie auto. Entro in un negozietto che offre poche cose ma la Coca Cola non manca. Vedo ragazzi che giocano per le strade e ragazze che accompagnano i vitellini nelle stalle. Fuori dal villaggio i bovini si godono l’erba fresca. Sullo sfondo le montagne circondano l’altopiano, al centro il lago azzurro intenso. Sulle acque si riflettono il cielo e le nubi bianche. Uno spettacolo naturale di grande bellezza. Ceniamo tutti intorno ad un lungo tavolo dove si sono aggiunti anche un paio di giovani ragazze romane accompagnate da un loro amico. Il gruppo si allarga, sempre, quando le persone sono interessanti.      

GIORNO 3 – DA KHOROG A LANGA

Si riprende la strada sterrata lungo il fiume Panj. La valle è stretta, il versante tajico è roccioso e imprime forza alle acque che crea forti rapide. Dopo alcune decine di chilometri la valle si allarga e il fiume scorre in modo più regolare disegnando delle grandi esse. Dopo oltre un’ora di viaggio arriviamo alle hot springs di Bibi-Fatima. L’acqua calda sgorga dalle rocce depositando del calcare bianco. Nel corso dei millenni, e qualche piccola modifica apportata dagli umani, si sono create due grandi vasche dove uomini da una parte e donne dall’altra si bagnano in totale nudità. Riprendiamo il cammino per arrivare a Ishkashim dove veniamo accolti da vigili in camicia bianca, cravatta scura e cappello d’ordinanza. Eleganza e stile certamente non normale a queste latitudini. Pausa pranzo e di nuovo in auto. Ora ci dirigiamo verso Est lungo la valle del Wakhan. Sosta in prossimità del castello Qah qaha Fortness, i ruderi sono pressoché inesistenti ma dall’alto si domina una spettacolare vista sulla valle. Sulla destra, dietro il primo versante di montagne afgane, spuntano vette innevate che superano i settemila. La strada in alcuni punti è strettissima e il fondo sempre molto sconnesso ma la vista sullo Hindo Kush è straordinaria. Appaiono e scompaiono grandi massicci, monti a forma triangolare o piramidale con le cime bianche. Ora riusciamo a vedere anche le vette pakistane in quanto l’Afganistan in quell’area è praticamente una sottile striscia larga poche decine di chilometri. Lasciamo la strada principale per salire verso il castello di Yamchun. La strada sterrata è strettissima, l’incrocio con altre auto è piuttosto complicato. Siamo oltre i 3.100 metri e l’aria si fa più fresca, la vista spettacolare. Di fronte a noi si erge una bellissima struttura che ha origini sin dal III secolo ac. e che domina la valle. Percorrendo un ponte metallico si entra nell’area del castello. Dalle torri la vista è impagabile: di fronte le montagne afgane e pakistane e sulla sinistra la verde valle del Wakhan. Saliamo ancora un poco, io sono seduto sul lato esposto e affacciandomi al finestrino dell’auto vedo solo 7/8 cm di margine. Arriviamo presso un’altra fonte d’acqua calda dove i ragazzi si fanno un bagno. La discesa è altrettanto ardua e riprendiamo la strada sempre verso oriente. Sono già le sette e il sole è abbondantemente dietro le montagne, arriviamo a Langa, un piccolo villaggio sul fondo valle. Ci fermiamo in una prima guest house ma è già tutta occupata, la seconda non offre più letti. Qualche attimo di smarrimento, si riparte o si accetta di dormire alla tajika? Vince la seconda tesi. Prendiamo così possesso di una grande sala con un tavolo al centro sormontato da un lucernario dal quale entra un po’ d’aria fresca. Tutto intorno al tavolo larghe panche di legno coperte da tappeti. Attorno al tavolo mangeremo e passeremo la notte dormendo su tappeti e coperte. Menù ripetitivo: zuppa e riso con pollo, ma la compagnia è piacevole. Alla fine per dormire ci dividiamo: la tedesca dorme in giardino, quattro ragazzi in un’altra camera, io dormo con i giapponesi. Quando ho indicato il mio posto letto il proprietario mi dice che quello era il posto di suo nonno e quindi è giusto che sia il mio, sono l’unico nonno della compagnia. Secondo le tradizioni locali la famiglia dormiva nello stesso stanzone stesa su queste strutture di legno e tappeti. Un lato della stanza è più alto perché al di sotto era alloggiata una stufa a legna che riscaldava l’ambiente e faceva anche da cucina.

GIORNO 2 – DA QAL’AI KUMB A KHOROG

Mentre stiamo caricando i bagagli in macchina si sentono urla e passi di marcia. Giro l’angolo e vedo plotoni di militari che provano una sfilata. Usciti dal paese riprendiamo la strada, sempre stretta, sempre sterrata. Il Panj scorre violento, sempre di colore grigio, e crea rapide vorticose. Dopo circa un’ora di viaggio troviamo la strada bloccata. Un camion guasto si è fermato in un punto molto stretto e il camion che va nella nostra stessa direzione non riesce a passare. Da sotto il camion guasto spuntano due piedi, qualcuno sta tentando una riparazione. I primi mezzi bloccati sono quattro fuoristrada bianchi di Médecines Sans Frontières. Guidati da un responsabile italiano si stanno recando a Khorog per implementare un progetto atto a contrastare malattie infettive e HIV. Chiacchieriamo con diverse persone e gruppi di turisti la maggioranza dei quali è di origine italiana. Passa anche Giovanni, il ciclista padovano. E’ abbastanza provato ed è rimasto senz’acqua, Mattia gli passa una bottiglietta, riparte pedalando senza neanche ringraziare. Sul lato afgano vedo case basse col tetto piano e alte piante. Una signora lava i panni sul bordo del fiume, un gruppo di bambine si gode l’insolito spettacolo e ci saluta. Dopo circa due ore tutti a bordo e si riparte. I due camion responsabili del blocco costringono le auto ad effettuare una sorta di gimcana ma, lentamente e alzando un gran polverone, si riparte. Pausa pranzo con zuppa di carne, verdure e pasta tipo fusilli. Di nuovo in auto sulla pista. Troviamo un breve tratto d’asfalto ma, “illusione … dolce chimera”, riprende lo sterrato, anche peggio di prima. L’autista ci indica sulla sinistra la valle del Batang, avremmo dovuto andarci ma a causa di un ponte danneggiato da un’alluvione dobbiamo rinunciare. Proseguiamo in direzione di Khorog ammirando le bianche vette delle montagne. D’un tratto la valle si apre e anche sul nostro versante arriva il verde, la strada non è più scavata nella roccia e spiana. Vedo le prime mucche che pascolano sui prati con un’erba bella fresca. Arriviamo a Khorog, di nuovo un borgo abbastanza anonimo. Passeggio nell’animato parco comunale dove i ragazzi si divertono sull’autoscontro e sul calcinculo ma sembra tutta roba da anni cinquanta. Ceno da solo sul terrazzo con un bel venticello, di nuovo zuppa con verdure e manzo. Non c’è grande fantasia nel menù locale ma la pizza è presente.    

GIORNO 1 – DA DUSHAMBE A QAL’AI KUMB

Io sono il primo, segue Gerda, anziana signora tedesca, e all’aeroporto si aggiungono Abe e Sakai, una coppia di amici giapponesi. L’equipaggio è al completo, alla guida del fuoristrada c’è un autista tajico. Lasciata la capitale attraversiamo un’area agricola con paesini abbastanza anonimi. Sosta per il pranzo a Vose: condividiamo una zuppa di manzo con verdure, spiedini di manzo e pollo, insalata e patatine fritte. I due giapponesi riescono perfino a fotografare il piatto delle patatine. Le colline si trasformano in montagne e percorriamo un lungo altopiano, secco, la vegetazione è molto rara. Grosse mandrie di bovini e ovini transitano lungo le strade ma erba verde per loro non ce n’è. I villaggi sono composti da case basse con il tetto di ondulato metallico. Attraversiamo un lungo cantiere. Il traffico impazzisce, sorpassi pericolosi, frontali evitati per un secondo, si viaggia a destra e a sinistra come è più conveniente. Il caldo si fa sentire, l’aria è molto umida, pesante, il cielo anche se sereno è di colore grigio. Qui e là si vedono mulinelli d’aria che risucchiano polvere e terra secca e la portano a decine di metri d’altezza. Superiamo il passo Shurobod ed entriamo nella valle del Panj con le sue acque grigie e rapide a volte spettacolari. Il fiume segna il confine tra il Tajikistan e l’Afganistan, una infinita rete metallica con filo spinato ne disegna i contorni, tutta l’area è presidiata da militari armati. Sosta davanti al cartello che indica AFGANISTAN per una imperdibile foto ricordo. Sul versante opposto dominano le montagne afgane, secche, brulle. Solo i terreni vicini al fiume sono verdi, si vedono alcuni villaggi, una bimba ci saluta. Anche sul versante afgano c’è una strada sterrata, molto stretta, vedo passare solo motociclette. I controlli di polizia si susseguono. L’autista ha con sé decine di fotocopie dei nostri passaporti, ad ogni controllo ne consegna uno e così noi non siamo obbligati a scendere dall’auto. In totale oggi i posti di controllo saranno sei. Arriviamo a Qal’ai Kumb e troviamo un albergo modernissimo dove ci uniamo al gruppo della seconda auto composto da Mattia, italiano e guida alpina, un sud-coreano e una coppia di olandesi. Si cena tutti insieme sul terrazzo che dà sul torrente che genera un fragore quasi assordante. Al tavolo si aggiunge Giovanni, ciclista padovano, che ha pedalato da Tashkent fino a qui e, ovviamente, il suo percorso non è ancora terminato. Il nostro è appena iniziato.