La notte non è stata delle migliori, insonnia e respiro pesante. Dopo colazione lasciamo la guest house percorrendo un lunghissimo rettilineo. Abbandoniamo l’asfalto per affrontare un pessimo sterrato fino a raggiungere il posto di confine tagiko dove incontriamo altri italiani: due fratelli su un’auto noleggiata ed una vecchia Panda targata SO. A bordo ci sono due simpatici fratelli, Lapo e Jacopo Nardella di Como, che stanno facendo la Mongol Rally 2026 attraverso una quindicina di paesi. Abbiamo tempo per chiacchierare di viaggi e di itinerari perché l’attesa si prolunga. Ogni viaggiatore si deve presentare davanti al funzionario che controlla il passaporto, scatta una foto digitale ed emette il timbro d’uscita. La cosa simpatica è che sulla scrivania sono a disposizione tè e biscotti. Un militare si offre a scattarmi una foto, bene, poi si scatena e scatta foto ovunque. Lui può. Sommando attesa ed operazioni di controllo passano due ore. Arriviamo al confine kirghiso, di nuovo tutti a terra. L’agente di frontiera ride e scherza. La stessa cosa mi capitò due anni fa lasciando la Cina. Riprendiamo lo sterrato e superiamo un passo segnalato da una grande statua di stambecco. Non ci sono piante, la terra è di colore marrone ma qui e là appaiono ciuffi d’erba con fiori d’alta montagna simili alle margherite. Attraversiamo la valle di Alay per raggiungere Sary-Tash dove pranziamo. Quando usciamo si scatena una pioggia forte e gelida ma dura poco. Si fa rifornimento di carburante con taniche di plastica e imbuto. Percorriamo la vallata su una strada asfaltata, finalmente. Arriviamo a Sary Mogol dove dovremmo cambiare i somoni tajiki con la valuta locale ma niente da fare. Ci rimarranno nelle nostre tasche, soldi buttati. Ora imbocchiamo una strada di montagna. Si sale tra alture verdi dai profili molto morbidi. Mucche e cavalli bellissimi brucano l’erba grassa d’altura. Yurte e carrozzoni fumanti ospitano le famiglie degli allevatori. Passiamo alcuni guadi mentre la pista è poco più di un sentiero. Un laghetto di montagna annuncia un pianoro dove si sono sistemati alcuni yurta camp. Il nostro è l’ultimo sulla sinistra. Relativamente piccolo, ospita poche yurte mentre una yurta più grande è adibita a ristorante dove si mangia seduti per terra. Il bagno è accettabile, abbiamo visto di peggio, ma non c’è un lavandino. In compenso la vista è notevole: di fronte a noi un seimila con un esteso ghiacciaio che verso il basso offre un saracco frontale di 100/150 metri pieno di crepacci. Sulla sinistra il famoso Lenin Pick ma purtroppo rimane nascosto tra le nubi. Le mucche mentre mangiano, e non smettono mai, pascolano tra le yurte. L’erba è molto verde e piena di fiori, le bovine apprezzano. Sono certo che produrranno dell’ottimo latte ma purtroppo in queste zone i formaggi non sono assolutamente una priorità. La sera si cena con un gruppo uzbeko ed altri turisti. Si inizia sempre con una zuppa, seguono carne di manzo e patate. Il green o il black tea sono sempre a disposizione per tutti. Dopocena c’è poco da fare, ci si guarda in giro, si ammira il ghiacciaio. I proprietari ci accendono la stufa della yurta alimentata da sterco animale. Non si gela, anche siamo oltre i 3.000 metri, ma spezzare il freddo non è una brutta idea. Ci viene anche consegnata una lampada con batteria sicuramente alimentata da energia solare. Una volta sistemati nei letti si prova a dormire, questa notte siamo in cinque nella yurta, quattro giovani ed un settantenne.



