GIORNO 2 – DA QAL’AI KUMB A KHOROG

Mentre stiamo caricando i bagagli in macchina si sentono urla e passi di marcia. Giro l’angolo e vedo plotoni di militari che provano una sfilata. Usciti dal paese riprendiamo la strada, sempre stretta, sempre sterrata. Il Panj scorre violento, sempre di colore grigio, e crea rapide vorticose. Dopo circa un’ora di viaggio troviamo la strada bloccata. Un camion guasto si è fermato in un punto molto stretto e il camion che va nella nostra stessa direzione non riesce a passare. Da sotto il camion guasto spuntano due piedi, qualcuno sta tentando una riparazione. I primi mezzi bloccati sono quattro fuoristrada bianchi di Médecines Sans Frontières. Guidati da un responsabile italiano si stanno recando a Khorog per implementare un progetto atto a contrastare malattie infettive e HIV. Chiacchieriamo con diverse persone e gruppi di turisti la maggioranza dei quali è di origine italiana. Passa anche Giovanni, il ciclista padovano. E’ abbastanza provato ed è rimasto senz’acqua, Mattia gli passa una bottiglietta, riparte pedalando senza neanche ringraziare. Sul lato afgano vedo case basse col tetto piano e alte piante. Una signora lava i panni sul bordo del fiume, un gruppo di bambine si gode l’insolito spettacolo e ci saluta. Dopo circa due ore tutti a bordo e si riparte. I due camion responsabili del blocco costringono le auto ad effettuare una sorta di gimcana ma, lentamente e alzando un gran polverone, si riparte. Pausa pranzo con zuppa di carne, verdure e pasta tipo fusilli. Di nuovo in auto sulla pista. Troviamo un breve tratto d’asfalto ma, “illusione … dolce chimera”, riprende lo sterrato, anche peggio di prima. L’autista ci indica sulla sinistra la valle del Batang, avremmo dovuto andarci ma a causa di un ponte danneggiato da un’alluvione dobbiamo rinunciare. Proseguiamo in direzione di Khorog ammirando le bianche vette delle montagne. D’un tratto la valle si apre e anche sul nostro versante arriva il verde, la strada non è più scavata nella roccia e spiana. Vedo le prime mucche che pascolano sui prati con un’erba bella fresca. Arriviamo a Khorog, di nuovo un borgo abbastanza anonimo. Passeggio nell’animato parco comunale dove i ragazzi si divertono sull’autoscontro e sul calcinculo ma sembra tutta roba da anni cinquanta. Ceno da solo sul terrazzo con un bel venticello, di nuovo zuppa con verdure e manzo. Non c’è grande fantasia nel menù locale ma la pizza è presente.    

GIORNO 1 – DA DUSHAMBE A QAL’AI KUMB

Io sono il primo, segue Gerda, anziana signora tedesca, e all’aeroporto si aggiungono Abe e Sakai, una coppia di amici giapponesi. L’equipaggio è al completo, alla guida del fuoristrada c’è un autista tajico. Lasciata la capitale attraversiamo un’area agricola con paesini abbastanza anonimi. Sosta per il pranzo a Vose: condividiamo una zuppa di manzo con verdure, spiedini di manzo e pollo, insalata e patatine fritte. I due giapponesi riescono perfino a fotografare il piatto delle patatine. Le colline si trasformano in montagne e percorriamo un lungo altopiano, secco, la vegetazione è molto rara. Grosse mandrie di bovini e ovini transitano lungo le strade ma erba verde per loro non ce n’è. I villaggi sono composti da case basse con il tetto di ondulato metallico. Attraversiamo un lungo cantiere. Il traffico impazzisce, sorpassi pericolosi, frontali evitati per un secondo, si viaggia a destra e a sinistra come è più conveniente. Il caldo si fa sentire, l’aria è molto umida, pesante, il cielo anche se sereno è di colore grigio. Qui e là si vedono mulinelli d’aria che risucchiano polvere e terra secca e la portano a decine di metri d’altezza. Superiamo il passo Shurobod ed entriamo nella valle del Panj con le sue acque grigie e rapide a volte spettacolari. Il fiume segna il confine tra il Tajikistan e l’Afganistan, una infinita rete metallica con filo spinato ne disegna i contorni, tutta l’area è presidiata da militari armati. Sosta davanti al cartello che indica AFGANISTAN per una imperdibile foto ricordo. Sul versante opposto dominano le montagne afgane, secche, brulle. Solo i terreni vicini al fiume sono verdi, si vedono alcuni villaggi, una bimba ci saluta. Anche sul versante afgano c’è una strada sterrata, molto stretta, vedo passare solo motociclette. I controlli di polizia si susseguono. L’autista ha con sé decine di fotocopie dei nostri passaporti, ad ogni controllo ne consegna uno e così noi non siamo obbligati a scendere dall’auto. In totale oggi i posti di controllo saranno sei. Arriviamo a Qal’ai Kumb e troviamo un albergo modernissimo dove ci uniamo al gruppo della seconda auto composto da Mattia, italiano e guida alpina, un sud-coreano e una coppia di olandesi. Si cena tutti insieme sul terrazzo che dà sul torrente che genera un fragore quasi assordante. Al tavolo si aggiunge Giovanni, ciclista padovano, che ha pedalato da Tashkent fino a qui e, ovviamente, il suo percorso non è ancora terminato. Il nostro è appena iniziato.

DUSHAMBE

Viali alberati e fresche fontane caratterizzano il centro di Dushambe. Fino a cento anni fa era un piccolo villaggio con un attivo bazar ma l’arrivo della ferrovia sovietica nel 1929 l’ha trasformato nella capitale del Tajikistan, repubblica diventata indipendente nel 1991. Il viale Rudaki, la principale arteria della città, la attraversa da Sud a Nord. Il viale ha alberi su entrambi i lati ed anche lungo lo spartitraffico centrale che si trasforma così un infinito giardino pubblico. La sera, con l’arrivo del buio, migliaia di archi luminosi creano un lungo tunnel illuminato. In pieno centro si apre la Maydani Dusti, la piazza dell’amicizia. Attorniata da palazzi istituzionali è dominata da un altissimo arco dorato che fa da cornice alla statua di Ismoil Somoni, fondatore della dinastia dei Samanidi, vissuto nel X secolo. Dietro la base di marmo rosso ha inizio una lunga serie di getti d’acqua. Il Parco Rudaki è il polmone verde della città, molto fitto, ricoperto di piante e fiori, tutto ben tenuto e innaffiato. Nel centro del parco l’ennesima fontana e la statua del poeta persiano Abu Abdullah Rudaki circondata da un arco a semicerchio con mosaici policromi. Dushambe ha qualche interessante museo, aree verdi e fontane ma non sembra essere una grande attrazione turistica. Ma allora perché andarci? Perché è la base per interessanti escursioni verso i monti Fan e l’Iskander Kul (lago) a occidente, in direzione di Samarcanda, ma soprattutto per la Strada del Pamir e la valle del Wakhan che rappresentano il mio percorso dei prossimi giorni.      

NORD SUD OVEST EST

“Nord Sud Ovest Est e forse quel che cerco neanche c’è” così cantavano gli 883 molti anni fa. Io invece so quello che cerco e sono certo che esiste: voglio riattraversare il Pamir, terra di panorami mozzafiato, valli profonde circondate da montagne che toccano i settemila metri, villaggi remoti dove risiede una grande eredità culturale.

Due anni fa ho attraversato il Pamir da Est a Ovest, da Kashgar a Osh, seguendo la Via della Seta. Quest’anno invece partirò da Dushambe, capitale del Tajikistan, in fuoristrada lungo la valle del Vakhan, da Ovest verso Est, e poi su in direzione Nord per incrociare nuovamente Osh in Kirghizistan. Di nuovo verso Est attraverso montagne e laghi d’alta quota fino a raggiungere, forse, il Kazakistan.

NB: quando leggerete i miei testi e guarderete le mie foto sappiate che non sarà utilizzato alcun programma di “Intelligenza Artificiale” e, come sempre, nessuna “post produzione” dei miei scatti