DA JALAL-ABAD VERSO IL LAGO SON KUL

La stazione dei taxi collettivi per Kazarman è praticamente una discarica. Nonostante ciò c’è un mezzo che promette di partire alle 10 del mattino. Si tratta di una Audi degli anni ’80, un vero rottame da portare dal demolitore. Il cofano motore è aperto e l’autista sta facendo qualche controllo. Mi chiede 1.000 som per me e 500 per la valigia. Cerco di contrattare il prezzo perché mi sembra eccessivo il costo del bagaglio. Niente da fare, prezzo fisso ma in fin dei conti si tratta solo di 15 Euro. Una madre accompagna un bambino che sale in macchina e, senza salutarlo, se ne va. Stiamo aspettando una signora, mi scrive l’autista sul cellulare. Arriva un’auto e una signora carica nel bagagliaio catini di plastica pieni di lamponi. Alle 10,40 il motore si avvia a fatica ma si parte. Percorriamo una verde vallata, siamo sulla direttiva Bishkek – Osh, la prima e la seconda città del paese. La strada sale, l’asfalto è buono, il panorama si fa più brullo. Incontriamo parecchi cantieri per la costruzione della nuova strada con ponti e tunnel. Uno è già percorribile, è lungo circa quattro chilometri e ben illuminato. Passano camion rossi con scritte in cinese, l’autista dice “Catai”. Ebbene sì, siamo tornati ai tempi di Marco Polo quando la Cina era chiamata in questo modo. I cantieri non disturbano il nostro viaggio, superiamo il passo Toguz Toro a 2800 metri slm. Superati i due monumenti in cemento che segnano il passo, la strada scende tra curve e tornanti. Sapendo che sono italiano l’autista mi fa ascoltare “Felicità” e “Un italiano vero”, due classici molto famosi e tutt’ora apprezzati da queste parti. Finalmente arriviamo a Kazarman, l’autista è molto gentile e mi accompagna in albergo. Esco per mangiare qualcosa e vado verso il “centro”. Palazzine di tre piani, tutte uguali, un vero borgo sovietico degli anni ’50. Qualcuno però ha voluto dare un tocco personale ed ha imbiancato la propria facciata di giallo o di verde. Più avanti altre palazzine anni ’60 di colore rosso, tutte scrostate, prevale il grigio del cemento. E per finire abitazioni anni ’70, sempre squadrate, grigie ma certamente più sobrie. Tra una fila di abitazioni e la successiva alcune donne passeggiano con i bambini, i ragazzi giocano a palla e ovunque cumuli di spazzatura di ogni genere. Nonostante siamo a 1.300 metri slm fa molto caldo, la temperatura si rinfresca solo dopo il tramonto. Il giorno successivo trovare un passaggio verso il lago è operazione abbastanza complicata. Anche se con qualche difficoltà riesco a scambiare messaggi con lo yurt camp e nel primo pomeriggio arriva un pick-up con destinazione Son Kul. Dopo qualche chilometro di asfalto nuovissimo si supera un ponte sulla sinistra e inizia lo sterrato. La strada segue il disegno della valle che man mano si restringe, gli alti versanti sono costituiti da terra molto friabile. Sosta al passo Toguz Toro, 2800 metri slm. Curve e tornanti ci portano su un altro altopiano. Nel bel mezzo del nulla troviamo due ragazzi tedeschi che chiedono di fermarci. Li vediamo sconvolti, agitati, gli zaini aperti nel mezzo della strada. “We need an help”, abbiamo acqua per sopravvivere ma ci serve aiuto. Chiedono all’autista un passaggio quando rientrerà a Kazarman. Non riusciamo a capire cosa sia loro successo ma è chiaro che non hanno vissuto una piacevole esperienza. Proseguiamo lungo la valle fino ad arrivare ad Ak-Tal dove ritroviamo qualche chilometro di un ottimo asfalto. Il paese sembra ben organizzato. Vedo scuole, asili, centri sociali, bambini che giocano.  Dopo il paese noi svoltiamo a sinistra e ritroviamo lo sterrato. Più avanti la valle si restringe e si riempie di verde. Grandi boschi di abeti dal corpo stretto e alto coprono i versanti delle montagne. Superato un passo gli abeti sparisco, siamo oltre i 3.000 metri slm. Una dolce discesa attraversa allevamenti di bestiame, qui prevalgono cavalli e bovini. Gli animali sono lasciati allo stato brado, un pastore a cavallo raccoglie la mandria con l’aiuto di un cane. Ogni famiglia nomade ha qualche yurta e un carrozzone fumante dove vivere durante i mesi estivi. Superato un dosso ecco che appare il lago Son Kul, la mia meta. Una grande distesa azzurra circondata da pascoli e montagne. Non un villaggio, non un paese, solo yurta camp e animali al pascolo. Siamo a 3.016 metri slm., un “paradiso” sotto il cielo. Arriviamo allo Zamir Yurta Camp quando inizia a far buio, mi viene assegnata una yurta senza letti, a mia disposizione ci sono solo materassi e coperte. Entro nella yurta destinata a ristorante, il tavolo è ancora preparato, gli altri ospiti hanno già cenato. Dal buio spunta una voce, è Didier, un giovane insegnante francese. Mi viene servita la cena: zuppa di verdure e manzo. L’insieme della struttura è sicuramente troppo basica per un occidentale ma così è la vita dei nomadi. Due “lavandini” con un piccolo serbatoio d’acqua e tre cabine “bagno” con lo scarico scavato nella terra. Il sole si spegne dietro le montagne e colora il cielo di rosa. Al tramonto il ragazzino accende la stufa nella mia yurta, la alimenta con legna e carbone. Dopo qualche minuto l’ambiente è già più tiepido. Ci si corica presto da queste parti ma quando esco di notte per vedere le stelle rimango stupito. Alzo lo sguardo e vedo un emisfero con miliardi di astri e la Via Lattea che taglia trasversalmente il lago.    

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