GIORNO 1 – DA DUSHAMBE A QAL’AI KUMB

Io sono il primo, segue Gerda, anziana signora tedesca, e all’aeroporto si aggiungono Abe e Sakai, una coppia di amici giapponesi. L’equipaggio è al completo, alla guida del fuoristrada c’è un autista tajico. Lasciata la capitale attraversiamo un’area agricola con paesini abbastanza anonimi. Sosta per il pranzo a Vose: condividiamo una zuppa di manzo con verdure, spiedini di manzo e pollo, insalata e patatine fritte. I due giapponesi riescono perfino a fotografare il piatto delle patatine. Le colline si trasformano in montagne e percorriamo un lungo altopiano, secco, la vegetazione è molto rara. Grosse mandrie di bovini e ovini transitano lungo le strade ma erba verde per loro non ce n’è. I villaggi sono composti da case basse con il tetto di ondulato metallico. Attraversiamo un lungo cantiere. Il traffico impazzisce, sorpassi pericolosi, frontali evitati per un secondo, si viaggia a destra e a sinistra come è più conveniente. Il caldo si fa sentire, l’aria è molto umida, pesante, il cielo anche se sereno è di colore grigio. Qui e là si vedono mulinelli d’aria che risucchiano polvere e terra secca e la portano a decine di metri d’altezza. Superiamo il passo Shurobod ed entriamo nella valle del Panj con le sue acque grigie e rapide a volte spettacolari. Il fiume segna il confine tra il Tajikistan e l’Afganistan, una infinita rete metallica con filo spinato ne disegna i contorni, tutta l’area è presidiata da militari armati. Sosta davanti al cartello che indica AFGANISTAN per una imperdibile foto ricordo. Sul versante opposto dominano le montagne afgane, secche, brulle. Solo i terreni vicini al fiume sono verdi, si vedono alcuni villaggi, una bimba ci saluta. Anche sul versante afgano c’è una strada sterrata, molto stretta, vedo passare solo motociclette. I controlli di polizia si susseguono. L’autista ha con sé decine di fotocopie dei nostri passaporti, ad ogni controllo ne consegna uno e così noi non siamo obbligati a scendere dall’auto. In totale oggi i posti di controllo saranno sei. Arriviamo a Qal’ai Kumb e troviamo un albergo modernissimo dove ci uniamo al gruppo della seconda auto composto da Mattia, italiano e guida alpina, un sud-coreano e una coppia di olandesi. Si cena tutti insieme sul terrazzo che dà sul torrente che genera un fragore quasi assordante. Al tavolo si aggiunge Giovanni, ciclista padovano, che ha pedalato da Tashkent fino a qui e, ovviamente, il suo percorso non è ancora terminato. Il nostro è appena iniziato.

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