FRIDHEIMAR – UNA SERRA – UN RISTORANTE NATURE

22 / 07 / 2022

Pomodori freschi in Islanda??? No, non ci posso credere, saranno sicuramente d’importazione. E invece sulla fredda isola nord-atlantica si producono tonnellate di pomodori all’interno di grandi serre. Noi andiamo a visitare Fridheimar, 40 km ad est della capitale, una serra produttiva ed un ristorante nello stesso sito. Filari di pomodorini si susseguono all’interno di estese serre riscaldate dall’energia geotermica e dal calore solare, quando disponile. Le radici non sono innestate nel terreno bensì in piccole scatole riempite di terra. Ogni scatoletta ha un tubicino attraverso il quale il sistema d’irrigazione fornisce acqua e tutte le sostanze necessarie alla crescita delle piante. Il risultato sembra essere molto buono: le piante, alte più di due metri, sono cariche di pomodorini rossi ben maturi o ancora verdi in fase di maturazione. Sembra tutto incredibile ed anche un po’ innaturale ma l’ambiente è affollato di api che circolano ovunque posandosi anche sulle mie mani. In assenza di una naturale circolazione di aria e vento sono proprio le api le artifici della impollinazione. Nella serra non solo pomodori ma anche girasoli e molte piantine di basilico. Anche a queste latitudini il connubio pomodoro e basilico è noto e apprezzato. Chissà, forse qualcuno ha visitato l’Italia apprezzando l’accoppiamento. Al termine della visita delle coltivazioni non ci resta che assaggiarne i prodotti. Ci si accomoda ai tavoli circondati dalle piante di pomodoro, un vasetto di basilico sul tavolo manco fossimo a Prà, immersi in un clima caldo-umido mentre all’esterno soffia il solito vento freddo. La zuppa di pomodoro è d’obbligo, buona, anzi buonissima, tant’è che ne faccio il bis. E non rinuncio ad una porzione di ravioloni alla borragine conditi col pesto homemade, una porzione così abbondante che la condivido con gli altri commensali. Lasciando la greenhouse si rientra nel freddo clima islandese, sempre ventoso e, anche oggi, cielo coperto e pioggia leggera. 

VIDEY – Una minuscola isola tutta natura

23 / 07 /2023

Meta ideale per una breve escursione in giornata, l’isola di Videy si trova di fronte al porto commerciale di Reykjavik. Bastano pochi minuti di battello per entrare a pieno titolo nella natura, la città è alle nostre spalle ma sembra d’essere a miglia di distanza dalla “civiltà”. Superato l’antico stabile in pietra a tetto spiovente, ora adibito a bar-ristorante, sulla destra si imbocca il sentiero che attraversa il vecchio abitato. Le fondamenta delle vecchie case sono ancora riconoscibili mentre i muri sono quasi totalmente distrutti. L’isola è stata abitata dal 900 dc fino al 1950 da diverse famiglie e uomini di stato. La scuola è invece tutt’ora ben conservata con arredi e pannelli didattici alle pareti. Sul lato opposto dell’isola invece si incontra la Imagine Peace Tower voluta da Yoko Ono, un monumento dedicato a John Lennon. Un pozzo rotondo che guarda il mare con messaggi di pace scritti in 24 lingue del mondo, italiano compreso: “Immagina La Pace”, concetto così necessario oggigiorno ! Inoltre, ogni sera del 9 ottobre (data del compleanno di John) e del 8 dicembre (anniversario della sua morte) viene proiettata una altissima colonna di luce nel cielo notturno. L’isola è ricoperta da erba, rovi e piante basse. Il vento fresco fa ondeggiare la vegetazione e crea un forte fruscio che si alterna al ronzio delle api e dei garriti dei gabbiani. Tutta l’isola è attraversata da una rete di sentieri, alcuni anche percorribili in bicicletta, un’oasi naturale pacifica e tranquilla. E mentre rientro in città esce uno scampolo si sole, arrivano le famiglie per una breve visita.  

REYKJAVIK, LA CAPITALE PIU’ A NORD DEL MONDO

22 -23 -24 / 07 / 2022

Reykjavik, affacciata sul golfo di Faxafloi e bagnata dalle acque dell’Oceano Atlantico, è considerata la capitale più a Nord del mondo. Qui siamo al 64° Lat Nord, poco sotto il Circolo Polare Artico. 120.000 abitanti che diventano circa 200.000 se includiamo anche i sobborghi. Due terzi della popolazione nazionale vive in quest’area. Tutto ciò dà l’idea di cosa è questo paese: lande verdi, montagne, vulcani, piccoli centri abitati, abitazioni isolate.

Il cuore pulsante della città è la “Vecchia Reykjavik”, tante stradine che s’incrociano dove si allineano case tradizionali di legno tinteggiate coi più diversi colori. Al centro un tranquillo laghetto dove vivono cigni e gabbiani. Poco più in là si trova l’Althing, il palazzo in basalto del Parlamento islandese, una sessantina di deputati in tutto. Qui di fronte si sono tenute le manifestazioni popolari che alcuni anni orsono hanno portato alle dimissioni dei ministri corrotti. La popolazione ha invaso questa tranquilla piazza agitando pentole ripiene di monete. I ministri accusati hanno dovuto riparare all’estero e, in seguito alle loro condanne, si è verificato il fallimento economico del paese nell’autunno del 2008. Scendendo verso il mare arriviamo al Vecchio Porto. Tempo fa era un porto di servizio, ora è stato trasformato in una attrazione turistica con i moli di partenza per le escursioni in barca alla ricerca di balene e delle “pulcinelle di mare”, piccoli uccelli bianchi e neri con un becco alquanto strano. Le vecchie baracche in legno sono invece state trasformate in piccole gallerie d’arte, musei, cinema e tanti piccoli ristoranti che offrono prevalentemente prodotti di mare. Io segnalo una stupenda zuppa di langustine. Proseguendo lungo la costa si incontra la sala da concerti Harpa. Oltre alla qualità dei concerti che vi si tengono, Harpa è una notevole opera d’architettura moderna. L’esterno è composto da centinaia di pannelli di vetro sfaccettati e luccicanti che cambiano colore in funzione dell’impatto con la luce solare. Rientrando verso il centro si imbocca la pedonale Bankastraeti che più avanti cambia il nome in Laugavegur, entrambe ospitano negozi, bar e ristoranti. Alcune palazzine sono tinteggiate con murales di buona fattura. Passeggiando lungo la Bankastraeti, in corrispondenza di un vecchio locale, si incrocia una diagonale che porta verso l’alto della collina dove sorge la Hallgrimskirkja. Il primo tratto di strada pedonale è interamente verniciato coi colori dell’arcobaleno a sostegno del movimento LGBTQ+. L’Islanda, da questo punto di vista, è uno dei paesi al mondo più aperto a questo argomento. La strada che sale è la Skolavordustigur, anch’essa piena di locali con tavolini all’aperto dove si sorseggiano boccali di birra ma anche calici di vino. Non mancano i ristoranti dove si consumano piatti locali a partire dal fish and chips che normalmente è un merluzzo, o cod, fritto. Sono riuscito a godermelo anche io un giorno a pranzo approfittando di una oretta di sole. Sulla piazza della chiesa si staglia la statua del vichingo Leifur Eiriksson, il primo europeo che raggiunse l’America navigando lungo il mare del Nord. Hallgrimskirkja è una grande chiesa luterana costruita con un freddo cemento bianco durante l’ultimo dopoguerra. La facciata è costituita da blocchi di cemento, le fiancate ricordano le colonne di basalto fuoriuscite dai vulcani, la struttura si spinge verso l’alto e termina con una torre alta 75 metri. Per questo motivo, ed essendo stata costruita sull’unica collina della zona, la chiesa è visibile anche a 20 km di distanza. La prima volta vi entro stanco della passeggiata e completamente inzuppato da una pioggia fine e gelida che mi accompagna poco gentilmente durante questo mio viaggio. Il primo istinto è quello di sedersi e le panche, che sono rivolte verso il retro, consentono di ammirare l’enorme organo costruito nel 1922 con ben 5.275 canne. Rivolgendosi invece verso l’altare si nota una struttura moderna, sobria, fredda, che si spinge verso l’alto ma che non emoziona. La città è ricca di musei e ne vorrei citare solo due. Il primo è sicuramente il Museo d’Arte – Hafnarhus distribuito in tre siti diversi della città e piuttosto distanti tra di loro. Il più interessante è certamente il primo che si trova in centro città. Allestito in un vecchio magazzino ristrutturato e convertito in spazio espositivo. Si trovano installazioni, video, dipinti ma prevale l’esposizione infinita di quadri in stile fumettistico dell’islandese Errò. I quadri trattano ogni tipo di soggetto, dalla guerra alla politica, la natura, storie di uomini e donne realizzati su enormi tele. Francamente mi ricordano i fumetti di Jacovitti che leggevo settimanalmente da ragazzo. Nel cortile dell’ex magazzino ho invece trovato interessante il riutilizzo di due containers rossi trasformati in sale di proiezione. Il secondo museo è invece una delle cose più strane che io abbia visto nel mondo: il Museo Fallologico Islandese. Ebbene si, un museo del “cazzo” come qualche ragazzo italiano ha scritto sul diario. Battute a parte il museo espone una collezione infinita di peni umani e animali, ben 182 complessivamente. Si passa dal pene microscopico di un topolino a quelli dei balenotteri, passando anche attraverso quelli umani. E c’è persino il calco del pene di Jimi Hendrix.

Reykjavik è comunque una città molto viva. E’ piena di bar, pub, ristoranti. Parlando di cucina, ovunque si trova una zuppa che può essere di pomodoro, di pesce o di carne, agnello o manzo. Io ho decisamente preferito quella tradizionale d’agnello con patate e verdure. L’agnello la fa da padrone, arrosti e cosciotti, tutti mediamente buoni. Il pesce è disponibile in tutti i locali: merluzzo, salmone e aringhe. Birra e vino di importazione vengono bevuti in modo quasi paritario. Ho trovato nei menù anche interessanti vini italiani di qualità, Prosecco e Aperol Spritz ovunque. La città offre molte opportunità per godere musica pop/rock live. L’Hard Rock Cafè non ha un palco quindi niente musica live, per di più chiude alle ore 21. Secondo la mia esperienza il locale migliore è il Mal Og Menn9ng. Un ottimo gruppo composto dai quattro elementi che esegue magicamente covers internazionali coinvolgendo il pubblico che è seduto circondato da scaffali di libri. Sui tavoli a disposizione scacchi, mazzi di carte e giochi di società. Un luogo dove giovani e anziani possono passare una serata intera. Reykjavik insomma è una città aperta, libera, culturale e divertente.

ATTRAVERSO L’ISLANDA IN UN SOLO GIORNO

20 – 21 / 07 / 2022

Dopo una notte di tranquilla navigazione, il ferry imbocca il fiordo Reydarffjordur, le nuvole si aprono e appare il sole, il cielo è finalmente azzurro, il vento piuttosto freddo. Percorriamo un fiordo profondo 17 km, ai lati prati, rocce e cascate, montagne dalle cime innevate. Lentamente la nave attracca al molo di Seydisfjordur e mentre mi preparo allo sbarco, auto, camper e camion iniziano a raggiungere la terraferma. Sul lato opposto centinaia di mezzi si preparano per l’imbarco ma, una volta terminate le operazioni di carico e scarico, il paese assume la sua caratteristica di località dolce e tranquilla, ospitale, che ha saputo accogliere artisti ed intellettuali. Il centro abitato è composto da case in legno di tutti i colori mentre la chiesa è di colore azzurro tenue. Di fronte alla chiesa la vera attrazione della località: Nordurgata, o meglio, la Via dell’Arcobaleno: un centinaio di metri di selciato dipinto con i colori dell’iride. E proprio durante la mia visita ragazzi e ragazze ridipingono le strisce colorate. Secchi pieni di colori, rulli coi lunghi manici, movimenti precisi, ridanno vita a questo simbolo di libertà, solidarietà e fraternità. E una ragazza si rivolge a me aggiungendo: ora è anche un forte simbolo di pace. La Rainbow Street incrocia un trivio dove si trovano due opzioni per il pranzo. El Grillo Bar che offre piatti alla griglia , una ventina di birre islandesi nonché una speciale El Grillo, preparata secondo un’antica ricetta che deve il nome alla petroliera britannica affondata nel fiordo molti anni fa. Di fronte invece si trova il Nordic Restaurant situato nell’edificio dell’Hotel Aldan. Nella sala, prevalentemente in legno chiaro, si apprezza la pace e la tranquillità. Vengono offerti pesci locali o un piatto di filetti d’agnello al forno accompagnati da purè e verdure locali. Un piatto davvero squisito e la carne molto tenera. Un mini-bus fa servizio verso l’aeroporto di Egilsstadir, nell’entroterra. La strada sale verso colline e montagne verdi attraversate da cascate fino a raggiungere un lago artificiale. Le montagne che circondano la zona hanno grosse chiazze di neve. Si prosegue lungo l’altopiano dai contorni molto morbidi fino quando appare un laghetto stretto e lungo. Un breve discesa ci porta dove, su un tratto piano, sorge l’aeroporto. Tutte le operazioni sono molto semplici, nessun controllo sicurezza e il piccolo turbo-elica con destinazione Reykjavik lo si raggiunge a piedi. 50 minuti di volo e si atterra all’aeroporto cittadino della capitale.

TUTTO IL MONDO E’ PAESE … PERO’

17 / 07 / 2022

Tutto il mondo è paese. Lascio Malpensa in pieno caos: è in atto uno sciopero delle “low cost” e nel pomeriggio si aggiungono anche i controllori di volo. Questo è il Bel Paese nel bel mezzo di luglio. Arrivo a Copenaghen e trovo una situazione caotica, alla riconsegna montagne di bagagli, valige e trolley. E il mio volo per le Faroe è cancellato! La causa? Sciopero dei piloti della SAS. Però … però, però dopo qualche minuto d’ansia all’assistenza passeggeri mi trovano la soluzione: sono in lista d’attesa su un volo della Atlantic Airlines che partirà solo qualche ora più tardi. Grazie Peter e complimenti per la tua professionalità. E dopo un paio d’ore di volo, l’aereo scende sotto la densa coltre di nuvole che tutto copre ed appare un velluto verde che ha per frange le onde dell’oceano Atlantico. Ecco l’arcipelago delle Faroe. Atterro con la pioggia, la temperatura è di 12° contro i 37 di Milano. Dai tropici … all’autunno nordico. Però sono arrivato alle isole Faroe 😊

LE ISOLE FAROE

18 -19 -20 / 7 / 2022

Verde e grigio sono, in questi giorni, i colori dell’arcipelago. Il verde dei prati, il grigio del cielo e del mare. Solo qualche raro raggio di sole muta il grigio nel blu marino e nell’azzurro del cielo. Cascate e cascatelle scorrono un po’ ovunque e scavano la roccia nerastra. Pecore dal vello giallastro, nero o pezzato pascolano sulle colline. Ai colori della natura l’uomo ha aggiunto il bianco, il rosso e il nero delle abitazioni. Così vedo in sintesi le Faroe. Diciotto isole al largo delle coste settentrionali dell’Europa, tra il mare di Norvegia e il Nord dell’Atlantico, 62° Lat. Nord. Sconosciute ai più, sono rimbalzate alla cronaca internazionale a causa della strage di delfini dello scorso settembre. 1.500 esemplari sono stati massacrati sulla spiaggia in un mare rosso di sangue. Tradizione e violenza sono stati condannati in tutto il mondo. Percorro in auto le strade dell’arcipelago dal Sud-Ovest al Nord-Est. Pochi i ponti, tanti i tunnel che attraversano le montagne o che uniscono le isole passando sotto il mare. Vestmanna, Klaksvik fin su a Vidareidi, praticamente il punto più settentrionale delle isole. Si arriva attraversando una galleria buia e stretta, al ritorno però preferisco percorrere la vecchia strada lungo il litorale Nord. Case colorate distribuite qua e là, qualche prato con le balle di fieno, pecore che belano sui prati e gabbiani che garriscono. Ad una estremità del villaggio, di fronte al mare, costruita sulla roccia scura, sorge un’antica chiesa protestante con il vecchio cimitero: alcune tombe in pietra e un paio di croci arrugginite sono rivolte verso l’orizzonte. Il cielo è sempre coperto da nubi grigie e la luce del pomeriggio è la stessa fino alle 23. Uno squarcio d’azzurro ha cambiato la prospettiva solo per un’oretta. Per cena mi gusto un ottimo cosciotto d’agnello arrosto. La mattina seguente il cielo è di nuovo grigio. Scendo fino a Torshavn per imbarcarmi con destinazione Islanda. Un porto commerciale ed uno turistico circondato da case moderne e antiche, bianche, rosse, blu, gialle, le più vecchie con il tetto tradizionale ricoperto da terriccio ed erba. Un lungo suono della sirena annuncia che il traghetto sta per lasciare il porto. Destinazione Islanda.     

IL RITORNO VERSO IL SOLE

E’ giunta l’ora di tornare verso la luce, verso il sole.

Buio e gelo all’aeroporto delle Svalbard, buio e vento forte a Tromso, buio a Oslo. La mattina seguente mentre prendo lo shuttle verso l’aeroporto rivedo un’alba dai colori molto tenui. In volo verso Milano, sopra le nubi, ho il sole negli occhi. Una strana sensazione dopo una settimana di buio totale. Sole anche sopra le Alpi.

La “notte artica” è finita.

Volevo cogliere l’occasione per ringraziare Maria Grazia, Sabrina, Rita, Ercole per i vostri gentili messaggi che ho molto gradito. Gli stessi sono stati approvati da me ma, inspiegabilmente, non sono stati pubblicati dal sistema

LA “SVALBARD BRYGGERI” – Una degustazione nel birrificio

“How we changed the law to make the real polar beer”

Come abbiamo cambiato la legge per produrre la vera birra polare.

Cambiare la legge! Questo era l’imperativo che si era posto Robert, il fondatore del birrificio delle Svalbard. A 22 anni arriva a Longyearbyen per lavorare alla miniera 3, ci rimane per 12 anni. Ha una licenza di pilota ma non trova lavoro, passa un anno in Svezia ma anche lì non ha fortuna, fa un viaggio in sottomarino e se lo compra, ritorna a Longyearbyen e finalmente riesce a fare il pilota. Ma Robert ha un sogno: produrre birra alle Svalbard. Purtroppo il sogno di Robert è destinato a restare una chimera perché, dal 1928, per legge è vietato produrre alcoolici sull’arcipelago. Robert non demorde, nel 2007 presenta una domanda al Ministero della Sanità al fine di superare il divieto. Per risposta riceve un’infinita serie di NO! La sua cocciutaggine non ha limiti, la legge deve cambiare, insiste, continua a presentare domande. E alla fine così succede. Dopo tanto battagliare nel 2014 ottiene il risultato tanto desiderato. Il 7 agosto del 2015 si produce la prima birra alle Svalbard. E’ una birra un po’ speciale perchè il 16% dell’acqua utilizzata per la produzione è da considerare “acqua glaciale”, cioè acqua direttamente ottenuta dal ghiacciaio Bogerbreen che ha 2.000 anni di storia. E siccome le birre sono molto condizionate dalla qualità dell’acqua (è l’ingrediente prevalente, circa il 90%), le birre prodotte localmente hanno un gusto … speciale. Il malto, altro ingrediente molto importante perché è quello che caratterizza il prodotto, proviene dalla Finlandia mentre il luppolo è di origine americana. Attualmente l’azienda ha quattro dipendenti, Andrea è il mastro birraio, i soci sono Robert e Anne Grete, sua moglie. Le tipologie di birra prodotte localmente sono otto alle quali si aggiungono alcune varianti prodotte in occasioni di eventi culturali o feste tradizionali, come il Natale o la “dark season”. Una menzione speciale la merita la Gruve 3 Stiger, Vol.: 11%, dedicata alla miniera 3 dove Robert lavorò per dodici anni. La birra della Svalbard Bryggeri viene consumata in loco, spedita in Norvegia, esportata in Svizzera e distribuita in tutto il mondo da Mack di Tromso. Ed ora passiamo alla degustazione. Si sale al piano superiore dello stabile dalla cui vetrata si vedono le caldaie, i fermentatori e i serbatoi, tutto rigorosamente in acciaio. Sui tavoli sono già pronti i cinque bicchieri, la nostra ospite spilla le birre secondo una sequenza consolidata da tempo:

Pilsner: Vol. 4,7%, leggermente dolce e fruttata. Consigliata per pizza e pasta 😊

Weissbier: Vol. 5,5%, chiara, non filtrata, molto fruttata

Pale Ale: Vol. 4,7%, più scura, prodotta con malto caramellato, fruttata, gusti di frutti tropicali

IPA: Vol. 7%, molto fruttata

Stout: Vol. 7%, molto scura e pastosa, ricorda la Guinness, piuttosto dolce

E al termine della degustazione, non soddisfatta, una ragazza del gruppo di austriaci che con me partecipa all’evento, chiede di assaggiare anche la Christmas Beer. Skoal, come si dice da queste parti. Salute     

Da dx verso sx: Stout, IPA, Pale Ale, Weissbeer, Pilsner
Skoal

LE MINIERE DI CARBONE DI LONGYEARBYEN, VISITA ALLA “GRUVE 3”

Nel 1906 un americano di nome John Munro Longyear diede inizio alla estrazione del carbone. La città prende il nome di Longyearbyen proprio in sua memoria. Per decenni la comunità locale dipendeva dalla società mineraria, la Store Norsk. All’inizio dell’attività mineraria nel villaggio risiedevano solo uomini, minatori e personale di servizio. Solo più tardi arrivarono anche le donne. Si formarono così delle famiglie, si dovettero costruire delle abitazioni, delle scuole e così la comunità divenne una vera e propria città, seppur di piccole dimensioni. Alcuni decenni più tardi la Store Norsk fallì e dovette intervenire il governo norvegese per salvare la compagnia dalla bancarotta. In seguito l’attività estrattiva crebbe fino ad aprire sette miniere, attualmente solo la miniera 7 è attiva. La miniera 3 è invece visitabile e rappresenta una perfetta testimonianza della struttura industriale e delle condizioni di lavoro di cinquant’anni fa.

Immerso nel buio della notte artica un pullmino percorre la strada litoranea, supera il porto e sale la montagna lungo una strada contrassegnata da ripidi tornanti. La montagna è completamente buia, il cielo ha la tipica luce blu di mezza mattina. Il pullmino si ferma davanti ad un grande capannone dove noto un cartello illuminato che raffigura il logo aziendale e la scritta GRUVE 3 SVALBARD – ANNO 1971. Mi trovo casualmente In compagnia di tre polacchi di cui uno, il più chiacchierone, è laureato proprio in scienze minerarie. Ci accompagna una preparatissima guida. All’entrata dello stabile si trova una tipica portineria aziendale con un grande sportello di vetro dove i minatori, entrando, ricevevano un blocchetto metallico sul quale era riportato il codice personale, ad esempio 179. Una sorta di badge primordiale. All’interno della portineria un pannello era adibito alla raccolta dei blocchetti. Al blocco mancante corrispondeva la presenza della persona nelle gallerie. Grazie a questo semplice sistema si poteva conoscere il personale presente nelle gallerie, informazione particolarmente utile in caso di incidente. Superata la portineria si trovano esposti vecchi scarponi, caschi, lampade e i “lompen”, le tute indossate dai minatori. E così comprendo il motivo per il quale il centro commerciale della città sia stato chiamato Lompen, tanto è vero che di fronte allo stabile c’è la statua di un minatore con tanto di piccone. La guida ci fornisce molte informazioni. Le gallerie delle miniere sono scavate nel permafrost a circa 250 metri s.l.m. Il personale lavorava suddiviso in tre turni ed aveva tre tipi di mansioni: i più giovani, meno esperti, trasportavano il materiale scavato, un secondo gruppo utilizzava trapani e altre attrezzature per estrarre il carbone mentre i più esperti mettevano in sicurezza il tratto di galleria appena scavata. Era questa l’operazione più difficile ed anche più rischiosa. L’incidente era sempre in agguato e non molto raro. Questa miniera è stata in funzione dal 1971 al 1996 e, considerando tutte le 7 miniere di Longyearbyen, fino ai giorni nostri sono stati estratti milioni di tonnellate di carbone. La qualità di questo carbone è particolarmente elevata, arriva ad una percentuale del 95/97 % di purezza. E per questo motivo viene conteso dall’industria dell’acciaio, in particolare dalle case automobilistiche tedesche. Il carbone non è altro che carbonio, qualche traccia di idrocarburi, zolfo ed altri minerali. Il carbone è il risultato della trasformazione di resti vegetali, di piante, foreste che sono stati compressi, alterati chimicamente e trasformati dal calore e dalla pressione. Cosa significa tutto ciò? Che 60/70 milioni di anni fa le Svalbard erano ricoperte da foreste e piante tropicali e, a causa della deriva dei continenti, l’arcipelago si è mosso per migliaia di chilometri verso Nord, ha cambiato il clima e così tutto si è evoluto. A riprova di tutto ciò la guida ci mostra il fossile di un piede di un animale prestorico estinto che si è trasformato in carbone, straordinario! Mostrata la pianta delle miniere di Longyearbyen e il plastico delle gallerie della Gruve 3 ci vengono consegnati dei caschi protettivi ed entriamo in galleria. All’inizio si trovano i treni utilizzati per il trasporto dei minatori ed altri convogli carichi di carbone. Alcuni vagoni sono verniciati di giallo ed hanno delle simpatiche figure e disegni di pura immaginazione che rendono il mezzo di trasporto spiritoso e simpatico. Dopo le prime gallerie si arriva all’officina del fabbro. Qui siamo un po’ fuori dal mondo, lontano dalle strutture industriali, quindi le attrezzature ed i ricambi venivano costruiti sul posto da bravissimi professionisti. Sui banchi di lavoro si trovano ancora oggi i vecchi disegni costruttivi, i registri degli ordini, e poi morse, cesoie, un forno e il banco di forgiatura. Ci vengono anche mostrati i trapani elettrici che terminano con delle lunghe punte per perforare la roccia. Pesanti, molto pesanti, per me impossibili da maneggiare. Nel corso degli anni i trapani sono stati sostituiti da piccole “talpe” che penetravano la roccia grazie a denti metallici. Si entra poi nelle vere e proprie gallerie di estrazione. Qui siamo completamente all’interno del permafrost, l’ambiente è freddo e umido, nell’aria si notano goccioline di umidità ghiacciate. Camminiamo lungo i percorsi accidentati del treno. La guida ci mostra la composizione stratificata delle rocce. Rocce di origine marina, di sabbia pressata, strati di carbone nerissimo. La guida ci fa notare le gallerie laterali alte solo 60/90 centimetri dove i minatori erano costretti a lavorare con la schiena piegata praticamente a 90 gradi. L’impressione che ne ricavo è terribile. Il freddo, l’umidità, la polvere generata dagli scavi, le pesanti attrezzature. Un lavoro disumano anche se ben pagato. Molti minatori riuscivano a lavorare qui anche 10/12/15 anni per poi rientrare sulla terraferma con un bel gruzzolo ma quanta fatica, e quanti rischi. Al termine del nostro percorso arriviamo di fronte allo Artic World Archive. Dietro un grande paratia metallica c’è un archivio storico dell’umanità. Una sorta di magazzino della storia dell’uomo con l’obiettivo di “Protecting World Memory” cioè di proteggere la memoria del Mondo. A questo progetto hanno aderito alcune aziende private, l’UNICEF, l’ESA, la Biblioteca Apostolica Vaticana, una ventina di stati, Italia inclusa. Al termine della visita, durata più di due ore, il cielo è stellato, il vento gelido imperversa. Ritorniamo in città dove ci facciamo riscaldare da una zuppa preparata dalle signore di Fruene.  

Il logo della Gruve 3
Il blocchetto di riconoscimento del personale
Caschi, lampade, attrezzature
Galleria con il trenino
I simpatici disegni verniciati sui vagoni
L’officina del fabbro
La visita lungo le gallerie
Le stratificazioni della roccia del permafrost
La paratia metallica che racchiude l’Artic World Archive

IL MARY ANN’S POLARRIGG

Un po’ albergo e un po’ ostello, fondato nel 1999 da Mary-Ann Dahle, il Polarrigg è stato ricavato trasformando le baracche dei minatori in un accogliente ambiente. Caldo l’ambiente, calda l’atmosfera. Un salone infinito con diverse aree di lettura e di conversazione ed un tavolo per poter mangiare in compagnia. A disposizione dei clienti c’è anche una cucina comune dotata di tutti gli utensili e gli elettrodomestici. E così capita che una sera mi metta ai fornelli per cucinare i mandilli, lasagne fresche bollite e condite col pesto, come usa a Genova. E come aperitivo? Campari col bianco, un inzolia bio. Naturalmente tutto è stato molto gradito dagli altri ospiti, io ho molto apprezzato la loro compagnia e la lunga chiacchierata. Vinterhagen è invece il ristorante annesso all’albergo, praticamente una serra in mezzo ai ghiacci con all’interno piante esotiche. Nel Vinterhagen, oltre a consumare le mie abbondanti colazioni, mi è anche stato servito un buonissimo filetto di pesce accompagnato da una insalata tropicale che passava dai pomodorini all’ananas, dai broccoli alla papaya. Oltre la serra si incontra un pub che vanta un bel bancone in legno. Siamo però fuori stagione, e il locale rimane deserto. Tutte le costruzioni del complesso sono in legno e le camere hanno una vasta gamma di soluzioni, dalla singola alla suite. Io pernotto in una piccola cameretta molto spartana, così come alloggiavano i minatori anni fa. Attorno alle costruzioni dell’albergo si trovano tanti reperti originali risalenti all’epoca mineraria: il vecchio arco in legno dell’entrata, i tralicci della teleferica, un pullman adibito al trasporto dei minatori, un vecchio battello. Tutto ciò è circondato e ammantato di neve e, durante la notte artica, sempre al buio col cielo che si fa blu un paio di ore al giorno.