ILULISSAT

Illulisat, ovvero Kalaallisut, che in lingua locale significa “icebergs”. Non c’è nome più appropriato ed infatti la baia ne è colma. Non è ancora l’estremo Nord della Groenlandia ma siamo comunque sopra il 69° Lat Nord. Tutti questi imponenti iceberg si staccano dal ghiacciaio di Sermeq Kujalleq, largo 5 km, lungo 60 km, con spessore non ben definito ma sicuramente tra i mille ed i duemila metri. Viene riconosciuto come il più grande al mondo al di fuori dell’Antartide. Il ghiacciaio, nel 2004, è stato riconosciuto “Patrimonio dell’Umanità” dall’UNESCO. In questa zona sono stati trovati reperti archeologici risalenti a 3.500 anni fa che testimoniano la presenza prima degli Saqqaq e poi dei Dorset che vissero sostanzialmente di pesca e di caccia. Faccio davvero fatica a capire come ciò sia potuto accadere. Oggi Ilulissat consta di circa 5.000 abitanti ed è in rapida espansione a causa dello sviluppo del turismo. La cittadina è come sempre costellata di casette dai colori vivaci ma anche qui sono sorti i primi palazzi e alcuni grandi alberghi. Inoltre, sulle rocce dell’insenatura del porto, si impongono gli enormi serbatoi di carburante. E’ una cittadina tranquilla ma, come tutte le altre località, non ha una piazza, una agorà dove la gente si possa ritrovare. Del resto il clima non aiuta. Di fronte al mare, di fronte ai ghiacci, una bella chiesa costruita nel 1779. Questa volta di colore marrone scuro con finestre bianche ed un bel campanile. Due piccoli musei. Il primo dedicato all’esploratore Rasmussen allestito in una casa del 1917. Vi si trovano diverse collezioni di oggetti storici inclusi utensili, coltelli, arpioni, risalenti anche all’epoca quasi-preistorica. Vi si trova la ricostruzione di un vecchio ufficio postale, le immancabili slitte trainate dai cani ed i kayak. Il secondo è invece l’Art Museum dove sono esposti dipinti e stampe con soggetti locali. Le uniche opere che hanno attratto la mia attenzione sono tre acquerelli ai quali sono stati aggiunti, come coloranti, i liquidi provenienti da balene, foche e dal pesce halibut.

Ilulissat vive ciclicamente la notte artica durante l’inverno e le infinite giornate estive. Dal 21 maggio al 23 luglio qui il sole non tramonta mai. E difatti a mezzanotte, dalla mia camera d’albergo, vedo le montagne e le case illuminate dal sole.         

NAVIGANDO SULLA SARFAQ ISSUK

Alle 21, puntuale, senza un colpo di sirena, la Sarfaq Issuk salpa. La nave bianca e rossa imbocca l’uscita del fiordo e lascia alle spalle i palazzi di Nuuk. Mare calmo, cielo blu e vento freddo. Nonostante la temperatura tutti i passeggeri sono sui ponti per godersi lo spettacolo. Ci vuole quasi un’ora per arrivare sul mare aperto, la nave aumenta la velocità, il mare da piatto si fa un poco mosso. La mattina si arriva con venti minuti di anticipo a Maniitsoq, la nave attracca e scendo a far due passi sul molo. È un villaggio con le tipiche case costruite sulla roccia ed un palazzone bianco le sovrasta tutte disturbando la vista. Si riparte puntualmente alle 7,30 per arrivare alle 11 a Kangaamiut. Qui la nave non attracca perché non c’è un molo sufficientemente grande, rimane ferma in mezzo al fiordo. Gli addetti calano un motoscafo arancione. Sei passeggeri ed un bambino, tutti dotati di salvagente, vengono portati a terra assieme a due sacchi di posta. Il villaggio è costruito sulle due sponde di uno stretto golfo. Un secondo trasferimento di passeggeri mentre solo due persone si imbarcano, il motoscafo viene issato a bordo e si riparte. La Sarfaq passa attraverso isole e isolotti, le montagne innevate si riflettono sull’acqua. Il mare si fa più mosso, le onde hanno creste di schiuma, qualche gabbiano ci vola attorno per poi abbassarsi velocemente alla ricerca di cibo. Alle 15,47 l’annuncio del capitano: welcome in the Artic. Abbiamo superato il Circolo Polare Artico (66°33’49” Lat Nord), non è la mia prima volta ma è sempre una emozione. Alle 17 arriviamo a Sisimiut, seconda città della Groenlandia con quasi seimila abitanti. Grazie all’influsso della Corrente del Golfo il porto è sempre libero dai ghiacci ed infatti da qui partivano le baleniere. Sul molo del porto sono impilati decine e decine di container. Almeno una trentina sono dei grandi congelatori. I condizionatori indicano -25°, la catena del freddo è assicurata ma quale consumo di energia! Il panorama della città è quello ricorrente: case abbarbicate sulle rocce tinteggiate dai mille colori. A Sisimiut però si trovano anche alcuni edifici storici: la chiesa in legno più antica dell’isola risalente al 1775 ed un interessante museo sulla cultura dei primi abitanti, gli Saqqaq, già presenti nel 2.500 ac. A quest’ora purtroppo il museo è chiuso ma si può passeggiare attorno ai vecchi stabili. E’ quasi ora di ripartire, gli addetti caricano a bordo il piccolo box metallico adibito a “reception”, si richiude la passerella per lo sbarco, si liberano gli ormeggi e la nave riparte. Cielo azzurro, qualche nuvola leggera, mare calmo. La notte passa tranquilla, verso le 8 del mattino si attracca ad Aasiaat. La nave si ferma una mezz’ora per cui scendo al volo, arrivo sul molo dei pescherecci ma è tutto vuoto, così pure l’adiacente mercato del pesce. Si riparte e cominciano ad apparire i primi iceberg, sempre più grossi, sempre più frequenti. Abbiamo imboccato la baia di Disko, la Sarfaq Issuk naviga quasi zigzagando. Puntualissima, alle tredici, la nave entra nel piccolo porto naturale di Ilulissat.

NUUK – LA CAPITALE

Nonostante i ritardi e le cancellazioni dei voli arrivo a Nuuk, anche se con un giorno di ritardo. Per i danesi il nome della città è Godthab, che significa “buona speranza”, ma venne sostituito nel 1979 dal governo locale con Nuuk che invece significa “capo”. La città è infatti posta al termine del fiordo Nuup Kangerlua ed è circondata da montagne innevate. Siamo nella Groenlandia occidentale che si affaccia al mare del Labrador e quindi al Nord del Canada. Sede del governo locale la città ha recentemente superato i 19.000 abitanti che rappresentano circa un terzo della popolazione dell’isola. I residenti sono in continuo aumento e la necessità di nuove case è confermata dall’enorme numero di gru che si possono vedere ovunque. Città moderna, forse troppo, e un po’ fredda, non solo per il clima. In centro una strada pedonale dove si affacciano molte attività: il Katuaq Culture Centre sito in uno stabile moderno che ricorda un’onda, e il Nuuk Centre, il palazzo più alto e più grande di tutta l’isola che ospita un centro commerciale. Un ambiente molto nordico, pulito e tranquillo fino a quando tutto a un tratto sento urla e canti. Ad infrangere il silenzio sono gli studenti delle superiori che oggi si sono diplomati. Una lunga e festosa catena umana composta da ragazzi con pantaloni neri e camice bianchissime e ragazze in abiti tradizionali dai mille colori con stivali vintage in pelle bianca. Tutti portano un baschetto bianco. Nel “cafè” ,dove famiglie e gruppi di giovani pranzano, il piatto più popolare è la pizza. Di fronte invece c’è il Caffè Pascucci, più sobrio, dove vengono serviti espressi e cappuccini. Poco più avanti la cattedrale luterana, il solito stabile in legno rosso ed una torre che termina con un tetto a piramide. All’interno panche grigie ed un semplice altare. Entra una famiglia con un neonato ed un pastore donna in maglietta tiene una lunga predica. Nel mezzo della navata, di fronte all’altare, una brocca con l’acqua, si tratta di un battesimo celebrato senza molta enfasi. Di fronte alla cattedrale il mare blu, rocce e una piccola spiaggetta. Poco più in là il Museo Nazionale della Groenlandia. All’interno una grande raccolta di reperti storici dell’antica cultura locale: abiti tradizionali, ambientazioni molto ben eseguite e antiche barche con lo scheletro in legno ricoperto da pelli foca. Non può mancare una completa collezione di kayak. Il pezzo forte del museo sono senza dubbio le mummie di Qilakitsoq. Scoperte casualmente nel 1972 da una coppia di fratelli cacciatori, risalgono a circa 500 anni fa. Quattro corpi di cui una mamma col proprio bambino di circa sei mesi. E’ interessante notare come la storia di questo paese sia stata influenzata dall’arrivo degli islandesi, norvegesi e soprattutto dai danesi, ma in modo anche più rilevante dai cambiamenti climatici: prima l’epoca dei cacciatori e del clima mite, poi l’arrivo della piccola glaciazione caratterizzata da una forte riduzione della popolazione, e infine, la deglaciazione che ha favorito l’arrivo dei coloni e la modernità.

TASIILAQ

Duemila abitanti e strade asfaltate, anche se la più lunga è solo di 3 km. Questo è un po’ più di un villaggio, è un bel paesotto affacciato ad una insenatura naturale stretta e profonda: il Kong Oscar (!) Havn. Qui c’è vita, la gente passeggia al sole mentre i bambini giocano a calcio nella piazzetta di fronte la scuola. C’è un centro sociale, un ospedale, un supermarket e una strana chiesa a pianta quadrata. C’è un piccolo porto commerciale dove attraccano anche le navi e sul mare del fiordo galleggia un grande iceberg. L’albergo riprende l’antico nome dell’isola: Angmagssalik, posto in posizione panoramica domina il paese. Qui si può bere del vino o della birra ma, in accordo ad un provvedimento del settembre 2021, è proibita la vendita di alcolici. La decisione fu presa dalle autorità locali per evitare le quotidiane violenze domestiche e i suicidi soprattutto da parte dei più giovani.  

Oggi è il 21 giugno, il giorno del solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno. In accordo ad un sito specializzato qui il sole è sorto alle ore 00,59 e tramonta alle 00,00. Cielo terso la mattina ma completamente coperto la notte.

IN ELICOTTERO

La mia prima esperienza in elicottero si fa sospirare. Qui a Kulusuk splende un bel sole ma tra l’isola omonima e quella di Angmagssalik c’è nebbia. I voli sono bloccati, continuo a ricevere sms dalla compagnia che annunciano un ritardo dietro l’altro ma non arriva nessun volo da Tasiilaq. A metà pomeriggio ricevo l’informazione definitiva: oggi tutti i voli sono cancellati, se ne riparlerà domani. Mi riportano in albergo dove ormai mi sento a casa mia. Verso sera la nebbia arriva anche qui ma le vette più alte riescono a emergere. La mattina successiva di nuovo in aeroporto, ci potrebbero essere delle possibilità. Tutto lo staff si dà da fare ma i voli sono già pieni, è certa la mia partenza entro sera ma dovrei farcela anche prima. Mi viene consegnata l’ultima carta d’imbarco, il nuovo orario di partenza è fissato alle 13,30. E’ la volta buona. Beste, la signora turca al banco del check-in, mi sorride e mi augura buon volo. L’elicottero rosso della Air Greenland è nella sua postazione. Dieci passeggeri in tutto, riesco a prendere un posto accanto al finestrino. Il pilota in tuta nera ci chiede di allacciare le cinture e mi spiega come rimuovere il finestrino in caso di necessità. Bisogna tirare il nastro rosso ma poi aggiunge: non succederà. Il pilota prende posto, si infila il casco mentre noi indossiamo le cuffie contro il rumore. Un paio di minuti con le pale in rotazione e poi lentamente si alza. Una virata e siamo sul mare. Si superano scogli, isolotti, ghiacci e sul fondo montagne innevate. Un panorama mozzafiato, l’altitudine di volo è di circa quattrocento metri. Dieci minuti e siamo sopra Tasiilaq, scendiamo dolcemente e le ruote toccano terra. 

KULUSUK

Groenlandia sud-orientale, arcipelago di Ammassalik. Kulusuk è il nome dell’isola (8 x 11 km di estensione, la più meridionale dell’arcipelago) ma anche del villaggio principale. Un territorio molto esposto ai venti freddi del Nord-Est, affacciato all’oceano Atlantico e all’Islanda. Non ha particolari attrattive se si escludono le vedute particolarmente suggestive sui piccoli golfi e sul braccio di mare che la separa dalla vicina isola. Kulusuk ospita però l’unico aeroporto della zona, o meglio un air-strip: una pista in terra battuta dove possono atterrare piccoli aerei e gli elicotteri da/per Tasiilaq. Quattrocento abitanti complessivi, tutti di origine inuit. Dall’aeroporto una strada sterrata conduce allo hotel, proseguendo nella medesima direzione si sale un dosso al culmine del quale si trova un cimitero. Un centinaio di croci in legno, tutte bianche, tutte uguali. Non un nome, non una data, in accordo alla tradizione inuit. Solo fiori, niente marmi o monumenti, solo qualche sasso bianco che delimita l’area dove il corpo è stato seppellito. Silenzio assoluto, sento solo il vento che sibila tra le croci. Scendo il dosso e sulla sinistra trovo un laghetto che sembra alpino ma è solo a due passi dal mare. Dopo una curva a destra appare un panorama splendido: il villaggio con le sue case colorate affacciate alla baia con un mare blu intenso e tanto, tanto ghiaccio. Un paio di curve e incontro cani da slitta sdraiati beatamente al sole, poco più avanti ancora qualche croce bianca affacciata al mare. Sui bordi della strada slitte in legno per cani e motoslitte, l’antico si mescola col moderno. Casette rosse, gialle, blu, un caleidoscopio di colori. Al numero 92 si trova la chiesa luterana costruita agli inizi del ‘900. Legno tinto di rosso, finestre bianche e tetto grigio. Mi affaccio sull’altro lato dell’isola, il mare si apre, i ghiacci sono meno intensi. Non ci sono luoghi di ritrovo a Kulusuk, niente bar o locali pubblici. Vedo una scuola piuttosto moderna, uno stabile accoglie l’ufficio postale ed un piccolo store. E’ sabato pomeriggio, tutto chiuso fino a lunedì. Incrocio la signora Justine che mi saluta e sfoggia un inglese basico, due ragazzetti girano in bicicletta, incontro un ubriaco, due cuccioli di cane mi fanno una gran festa. Rientrato in albergo all’ora di cena mi siedo vista mare. Un francese trasferito a Nuuk da cinquant’anni mi racconta tutta la sua vita ma anche interessanti dettagli groenlandesi. Attendo la mezzanotte in camera seguendo il movimento del sole che da Ovest si muove verso Nord. Arriva la bassa marea e i blocchi di ghiaccio che prima galleggiavano sull’acqua si arenano sulla terraferma mostrando anche quel 90% che rimane sotto il livello del mare. Verso le undici il sole si nasconde dietro le montagne. Le poche nuvole assumono una leggera colorazione rosa, la luce del sole si sposta sempre lungo la direttiva Ovest-Nord-Est. A mezzanotte i colori sono tutti tenui, le rocce scure, il cielo rimane chiaro, il mare azzurro-grigio. Al risveglio, la mattina seguente, il sole è già alto. Le montagne ancora parzialmente innevate si riflettono nitidamente in mare. Dopo colazione cammino verso Est, in direzione opposta a quella del villaggio. Supero qualche piccolo insediamento industriale, terminano i sentieri tracciati. Il terreno è molto morbido e si alterna a rocce scure. Licheni e cuscinetti di muschio con fiori gialli, azzurri o violetti. Attraverso qualche nevaio e guado rivoli d’acqua che si riversano in mare. Ikasgrtik è il braccio di mare che unisce Tuno all’oceano e che divide Kulusuk dall’isola posta a Nord. L’acqua marina è ghiacciata e di fronte a me vedo alcuni iceberg di grosse dimensioni, alti anche alcune decine di metri. Monumenti di ghiaccio dalle forme più impensabili, bianchi con sfumature d’azzurro, immobili in assenza di correnti. Il cielo è sempre blu, il vento soffia in continuazione ma non provo una sensazione di freddo. Al rientro incrocio il responsabile dell’aeroporto con la collega turca. Mi raccontano che la domenica l’aeroporto è chiuso e che il personale oggi è andato a Tasiilaq per una partita di calcio. Ieri, verso sera, i voli in elicottero sono stati sospesi a causa del forte vento ma loro sono molto fiduciosi per domani. Lo sono anche io.

GROENLANDIA

Kalaallit Nunaat in lingua locale. Groenland, dal danese: terra verde. Dall’inglese: Greenland, medesimo significato. Le origini del nome sono chiare. Non è chiaro invece il periodo esatto in cui si si insediarono i primi “Inuit” ma ancora oggi i nativi rappresentano circa il 90% della popolazione. La storia, e un po’ la leggenda, racconta che i vichinghi vi arrivarono nel XI secolo. Durante il “periodo caldo medievale” le navi scandinave poterono raggiungere le coste groenlandesi senza difficoltà. Si racconta che Erik il Rosso, condottiero ed esploratore normanno, fu esiliato dall’Islanda in quanto accusato di omicidio. Con la sua famiglia ed alcuni schiavi sbarcò sulla punta Sud-Occidentale dell’isola dove la comunità prosperò. La terra era fertile, pesca, agricoltura e pastorizia furono in grado di alimentare la comunità. Ma nella seconda metà del XV secolo le temperature si abbassarono rapidamente, arrivò la “piccola glaciazione” che causò una terribile malnutrizione. Le comunità furono a rischio di estinzione, anche le popolazioni islandesi caddero in difficoltà. Solo dopo il 1720 il Regno di Danimarca – Norvegia incominciò a fondare colonie ed a battezzare gli Inuit. In seguito alla separazione dalla Norvegia, la Groenlandia rimase danese. Col referendum del 2008 il paese ottenne una forte autonomia dallo stato centrale che rimane comunque responsabile della politica estera. Tutt’oggi Margherita II, sovrana del Regno di Danimarca, è considerata il capo di stato della nazione. La moneta in uso è la corona danese. La festa nazionale è il 21 giugno, giorno del solstizio d’estate.

 La Groenlandia fa parte del continente Nord Americano ed è considerata l’isola più estesa del mondo (escludendo l’Australia che viene considerata “isola continentale”). Vasta circa sette volte l’Italia ha meno di 58.000 abitanti! 0,03 abitanti per km quadrato, una inezia. Il territorio è praticamente tutto ricoperto dai ghiacci che arrivano ad avere uno spessore massimo di 3.000 metri. Gli insediamenti umani sono possibili solo sulle coste, lungo i fiordi e sulle piccole isole che la circondano. Per questo motivo non esistono né strade tantomeno ferrovie. Gli unici mezzi di trasporto sono quindi gli aerei e gli elicotteri, solo lungo la costa occidentale vi è un servizio marittimo: il ferry Sarfaq Ittuk.  

ENJOY GREENLAND

“Enjoy Greenland”, mi augura la giovane hostess di terra al banco del check-in a Keflavik. Lo spero, anzi sono certo che la Groenlandia riuscirà a stupirmi. Sono anche abbastanza fiducioso per il meteo sapendo però che non sempre sarà bello, del resto qualche tormenta non sarà inaspettata a quelle latitudini. Reykjavik mi ha accolto col cielo coperto da uno strato di nubi, un giorno e due notti grigie, stessa luce di giorno e di notte. L’aereo si alza in volo, sembra che le eliche e i turbo se le vogliano ingoiare. Dopo circa un’ora di volo in direzione Nord Ovest il mare diventa blu. Appaiono delle macchioline bianche, piccole e grosse, le ultime briciole di iceberg che vanno a sciogliersi nell’oceano. I blocchi di ghiaccio si fanno sempre più grossi ma da questa altitudine non riesco a valutarne le dimensioni reali. Una distesa immensa di ghiaccio interrompe il blu marino. Di fronte a me vedo un muro di ghiaccio che disegna una vasta insenatura di acqua più chiara, ghiacciata. Ora il bianco prevale decisamente sul blu. Il mare assomiglia a un quadro di puntinismo con intensità variabile. I blocchi di ghiaccio si fanno sempre più grandi, qualche pezzo potrebbe già essere chiamato un piccolo iceberg. Appare più distintamente l’isola, la costa si fa più nitida, montagne innevate, roccia e mare blu. Il bimotore esegue un paio di virate e si appoggia dolcemente su una striscia di terra battuta. Toccato! Ci sono, Groenlandia finalmente. Kulusuk, 65° 34’ Lat Nord. Lo sbarco è molto emozionante, e non solo per me. I pochi passeggeri sono tutti stupiti e sorridenti. I due nativi addetti alla pista ci danno il loro “welcome”. Nella piccola sala degli arrivi e delle partenze mi sento chiamare, Oscar. Sono venuti a prendermi, del resto qui non ci sono mezzi di trasporto. L’albergo è a un passo dall’aeroporto, uno stabile bianco e blu. Camera vista mare e montagne, ghiacci e iceberg. La cena sarà pronta per le 18, e per il pranzo? No, non c’è pranzo! Mi aprono la porta della cucina, lì c’è il pane, in frigorifero trovi salumi e formaggio. Serviti, fai quello che vuoi. Un piccolo sandwich al prosciutto e mezzo con aringa affumicata. Enjoy Greenland!

LA PENISOLA DI SNAEFELLSNES

26 – 27 – 28 / 07 / 2022

Lasciare Reykjavik in auto è impresa molto difficile, non trovo indicazioni, mi faccio condurre dal mio senso d’orientamento ma a volte non basta. Una volta uscito dalla città però tutto cambia. Costeggio il mare fino ad imboccare il tunnel che attraversa lo Hvalfjordur, 6 km sotto l’acqua del fiordo in tutta sicurezza. Sosta per il pranzo ad Akranes, una zuppa di pesce “organica” molto speziata, accompagnata solo da acqua. Se si guida non si beve! Superata Borgarners imbocco la strada che porta verso Nord. Sosta in prossimità di un vulcano spento. Attraverso vallate verdi, qualche fattoria isolata, pecore che pascolano e qualche cavallo. Svolto a sinistra in direzione della penisola. La strada si fa sterrata, terra e sassi per tutti i 70 km da percorrere. Costeggio il mare, grigio, come grigio è il cielo. Cade un leggera pioggerellina. Supero un fiordo con una cascata sul fondo per arrivare a Stykkisholmur dove pernotto. Un piccolo borgo affacciato ad un porticciolo racchiuso da una grande roccia di basalto. Poche abitazioni bianche, verdi o rosse, ed una chiesetta in legno di colore grigio. Mi sistemo in un albergo. Lo stabile, in legno rosso è in stile tradizionale. Anche l’interno lo è, caldo, accogliente, tutto pulitissimo, molto cordiale l’accoglienza. Mi viene assegnata una camera singola, di piccole dimensioni, mansardata, con una piccola finestra che si affaccia al mare. Per la cena mi devo rivolgere all’unico locale del paese dove trovo un ambiente umano molto gradevole grazie agli scambi con turisti italiani e stranieri. La mattina, pima di partire, vado a visitare la Norska hùsid, una casa famigliare eretta nel 1832 da un ricco commerciante. La struttura ospita il Museo Regionale che accoglie una interessante raccolta di antiquariato locale. Al piano superiore si può visitare la residenza signorile arredata con mobili e attrezzature originali. Riprendo la strada in direzione Ovest, sempre lungo la penisola. Cielo grigio e pioggerellina. Si incontrano pecore bianche e nere, piccole stalle bianche col tetto rosso. Il cielo si fa sempre più carico di nubi scure. Incrocio una grande cascata di acqua spumeggiante che grazie a diversi salti scende la verde collina. Da quella posizione si può vedere distintamente la sagoma piramidale del vulcano avvolta dal grigiore del cielo. Isolata, sferzata dal vento, appare una chiesetta in legno, bianca col tetto rosso. Sul fianco un piccolo cimitero con croci bianche e pietre nere. Un tratto di asfalto ed ecco una strana segnalazione: “guidare con attenzione, uccelli sulla strada”. In effetti per qualche centinaia di metri decine di uccelli volano in ogni direzione rappresentando un forte pericolo per se stessi ma anche per gli automobilisti. Il pericolo viene segnalato con scritte sull’asfalto, cartelli gialli e luci rosse lampeggianti. A quanto pare ogni anno decine di uccelli vengono investiti dalle auto. Il motivo è molto semplice: questi uccelli si nutrono di pesci e quindi volano radenti sui fiumi. Il punto è che questi stormi confondono la strada con un ruscello e così capita che vengono travolti. Superato Hellissandur mi porto verso il capo della penisola fino a Ondeverdames. Rocce nere alternate a spiaggette scure sferzate dal vento e dalla pioggia gelida. Rientro a Olafsvikun piccolo borgo distribuito lungo il litorale. Per il pernottamento c’è un ostello ben organizzato, pulito e ben frequentato. Per cena sono al Hraun, fronte porto, l’unico ristorante del villaggio. Una bella struttura in legno con un buon servizio e un ottimo menù. Scelgo un piatto a base di salmone gratinato accompagnato da patate, insalata, broccoli, fragole e diverse salse. Davvero di ottimo gusto. E per concludere, dopo il vento e la pioggia, verso le 11 di sera appare il cielo azzurro e un bellissimo arcobaleno. Speriamo che possa essere un buon augurio per la giornata di domani. La mattina riparto con l’intenzione di attraversare la Penisola che include il famoso vulcano Snaefellsjokull, il ghiacciaio, campi e tunnel di lava. Il vulcano è di per se una meraviglia naturalistica ma è anche stato reso famoso da Giulio Verne nel suo libro “Viaggio al centro della terra”. L’autore immagina che i ricercatori, partiti da Reykjavik, si infileranno proprio in questo vulcano con l’intento di raggiungere il centro della terra. Dopo tante vicissitudini i ricercatori potranno rivedere la luce tornando alla superfice a Stromboli. Straordinaria la fantasia di Verne. Appena si esce dal villaggio la strada offre un tracciato acciottolato che si inerpica attraversando prati brulli e lungo torrenti che formano cascate di acqua gelida. Il cielo è sempre completamente coperto, pioggia leggera e di tanto in tanto appare qualche arcobaleno. Incontro una coppia di italiani bloccati a causa dei freni non funzionanti, cerco di dar loro una mano ma l’unica possibilità è rientrare al villaggio. Io proseguo e incontro le prime chiazze di neve, il colore del fondo della strada cambia da rossiccia a nera, ai lati rocce di lava raffreddata in modo rapido e casuale. Raggiungo il passo ma il cielo è completamente coperto da nubi, il panorama praticamente azzerato. Faccio una sosta, mi guardo in giro ma è praticamente impossibile imboccare un sentiero. E così decido di scendere verso la costa fino ad Arnarstapi, un piccolo villaggio dove in un bar bevo un buon caffè che mi riscalda. Un grande e tozzo monumento in pietre scure rappresenta un omaggio a Jules Vernes, Passeggio lungo la costa. Rocce scure che delimitano il mare con la superfice superiore ricoperta da erba verdissima. Sulle rocce, di fronte al mare, centinaia di gabbiani volano e si riposano. Il vento trasporta acqua ghiacciata che sbatte sulla pelle del mio viso. E qui decido che forse è arrivato il momento di prendere la decisione di rientrare. Proseguo fino al porto protetto da imponenti muraglioni di pietre. L’entroterra è coperto da prati, piccoli stagni o laghetti, case in legno di colore bianco, rosso o nero. Riprendo l’auto e percorro una buona strada litoranea, a sinistra versanti collinosi e piccole cascate, sulla destra una chiesa protestante di colore nero ma con porte e finestre bianchissime. Pernotto a Borgarnes per rientrare nella capitale il giorno successivo. Il tempo rimane grigio e piovoso ma, alle 23 dell’ultima notte, il sole si riaffaccia per un’oretta illuminando le vie della città. Sarà un arrivederci ?            

GIROVAGANDO LUNGO IL GOLDEN CIRCLE

22 – 25 / 07 / 2022

Lascio Reykjavik in direzione Sud-Est verso il famoso Golden Circle. La strada attraversa aree verdi dove, non raramente, si incontrano i famosi impianti geotermici riconoscibili grazie alle loro enormi emissioni di vapore. Prima sosta al Lava Tunnel, una galleria naturale formatasi 5.000 anni fa durante un’eruzione. Si cammina tra le pietre illuminate da grossi squarci della roccia fino ad infilarsi in un tunnel buio creato dal flusso della lava incandescente. Un fenomeno naturale frequente in questa terra vulcanica. Dalla galleria al lago. Eccoci alla Secret Lagoon, la più antica piscina naturale dell’Islanda ma, proprio per questo motivo, non molto segreta, anzi, piuttosto frequentata. Siamo in un’area geotermica dove l’acqua calda sgorga spontaneamente dal terreno. Attorno alla piscina principale si vedono ovunque pozze ribollenti e piccoli getti geiser. Bambini, adulti e anziani sono immersi nell’acqua calda fino alle spalle, molto più calda della temperatura esterna, senza considerare il vento freddo che soffia in continuazione. Qualcuno sorseggia un calice di vino bianco o un bicchiere di birra. Confesso che è una situazione piacevole, io ho optato per il vino, ovviamente. Di nuovo un vulcano, ora siamo sui bordi del Kerid Crater. 6.500 anni fa, cessata l’attività vulcanica, nel fondo della caldera si è formato un lago di acqua piovana che assume colorazioni marine grazie ai materiali che costituiscono le rocce. Proseguiamo seguendo il Golden Circle ed arriviamo al Thingvellir National Park, un ecosistema protetto dall’Unesco formato da verdi vallate, fiumi, laghetti e cascate. Qui la Natura offre molte opportunità ma sono state scritte anche importanti pagine di storia: in prossimità della Roccia della Legge i vichinghi fondarono nel 930 il primo parlamento democratico del mondo, l’Albingi. Ma la cosa che più mi emoziona è la spaccatura di Almannagja dove le due placche tettoniche, l’euroasiatica e la nordamericana, si affiancano distanziandosi. Un largo sentiero corre tra le rocce lungo la spaccatura tettonica che si allarga da uno a due centimetri l’anno. Un fenomeno eccezionale che spaccherà l’isola in due parti. Il suo lato occidentale proseguirà il suo lento cammino verso il continente americano. Davvero affascinante. Entro nell’area geotermica di Haukadalur, una valle termale con sorgenti calde, pozze ribollenti che possono anche raggiungere i cento gradi, vapori che s’alzano verso il cielo, gayser piccoli e grandi. Di fronte al centro Visitatori una folla di turisti gode lo spettacolo dell’attività dei gayser Strokkur che ogni 3 / 5 minuti si esibisce con un getto alto almeno 30 metri. E ad ogni occasione si ripete l’urlo della folla. Lungo il corso del fiume Hvità incrocio la cascata di Gullfoss  che con un doppio salto precipita in un suggestivo canyon. Impressionante la potenza di quest’acqua che sembra latte e che genera un’enorme quantità di spray trasportato dal vento. Il cielo è sempre grigio, pioviggina, la temperatura è sempre fresca, rientro verso la capitale.