Tromso si è disvelata anche un luogo di grande interesse enogastronomico. Sono stato positivamente colpito dalla qualità e dalla modernità della cosiddetta “cucina artica”, basata sui prodotti locali ma con interessanti rivisitazioni e innovazioni.
Dragoy è perfetto per un pranzo veloce. Un bellissimo “banco del pesce” all’interno di uno stabile moderno. Pesci e crostacei artici sono ordinatamente esposti su un letto di ghiaccio. Chiedo al commesso se mi può preparare una zuppa di pesce. Naturalmente la risposta è positiva. Il tempo di salire al piano superiore per visitare una mostra di scienze ittiche e la zuppa è pronta, bellissima alla vista e buonissimo il sapore. Alcune verdure fresche e fette di pane completano la preparazione.
Un’altra interessante esperienza è stata la cena da Mathallen. Un locale moderno, molto frequentato da giovani, grandi vetrate e scaffali pieni di bottiglie di vino. Scelgo un merluzzo “pan fried”, prima bollito e poi passato in padella, accompagnato da bacon fritto, un pesto di sedano e crema di patate. Per rimanere allineato ai prodotti locali scelgo di bere una birra, la Mack IPA che ben accompagna il piatto.
Ma la vera esperienza multisensoriale la provo da Emma’s DrommeKjokken (cucina da sogno) consigliato dalla Lonely Planet. Senza dubbio una scelta perfetta. Uno stabile antico, al piano terra un bar al momento senza avventori dove però si possono gustare formaggi e snack ma al piano superiore c’è il famoso ristorante. Mi viene offerto un tavolino con vista sulla piazza centrale. Vengo servito da una giovane signora molto, molto professionale che mi racconta il menù e l’abbinamento coi vini. Come non concordare! Si inizia con un calice di riesling tedesco che accompagna una patata lunga un paio di centimetri con bottarga boreale (sic!) servita su una assiette di legno, a seguire un cubetto di carne di manzo con crema di brodo. Passiamo al pesce. Un halibut pan fried con salsa al vino bianco e carote arrosto. Quì mi viene offerto uno chablis della Borgogna, un bianco molto di corpo. Un liquore di lampone ghiacciato mi viene servito prima di passare alla carne. Segue un trancio di renna bollita e passata al forno con salsa al vino rosso, gocce di purè per contorno, cipolle croccanti e un rosso Tannat dell’Uruguai. Un vino corposo, tannico, 13,5°, molto buono e perfetto con la selvaggina. Un trancio di semifreddo alla cannella accompagnato da uno straordinario tokaj passito del 2011 conclude il tutto. Che cena! Certamente da sogno, e per il conto? Diciamo che ci pensa la carta di credito.
La zuppa di pesce di DragoyMerluzzo pan fried con cubetti di bacon, pesto di sedano e salsa di patate da Mathallen
Emma’s DrommeKjokken, “cucina da sogno”
Halibut pan fried con salsa al vino bianco e carote arrosto
Trancio di renna bollita e passata al forno con salsa al vino rosso, gocce di purè e cipolle croccanti
Tromso, estremo Nord Norvegia. Latitudine 69° 56’ Nord
Il sole sorge alle 10,34 e tramonta alle 12,26
Temperatura: minima – 9,4° massima -2,1° Meteo: neve, coperto e rare schiarite
Tromso viene definita la “porta dell’Artico” ed in effetti è sempre stato il punto di partenza delle prime spedizioni polari, Amundsen incluso. Per me rappresenta il trampolino di lancio verso le isole Svalbard. Città moderna, Tromso, ha però avuto il merito di conservare le tipiche case tradizionali in legno con tetti spioventi e tinteggiate con svariati colori. Nella piazza centrale si trova la Domkirke, una grande chiesa in legno con un bel campanile che termina con un puntale verde. Sul retro, rivolta verso del mare, la statua di Ronald Amundsen. Si percorre la Storgata, la via centrale, per raggiungere il Museo Polare (Polarmuseet). Uno stabile in legno di colore rosso affacciato al porto risalente al 1833 e adibito a magazzino doganale fino al 1970. Nella prima sala sono state ricostruite due tipiche ambientazioni: la prima mostra un cacciatore di renne con la sua preda e la seconda una baracca dell’epoca con alcuni personaggi e tanti interessanti particolari: attrezzi, pelli, animali. Segue la ricostruzione di una scena di caccia alle foche, molto ben fatta ma impressionante per la sua brutalità. Nelle sale successive tante fotografie storiche, i racconti delle spedizioni polari, modelli di dirigibili e vecchi aerei. E’ stata poi ricostruita una scena davvero raccapricciante: una trappola per orsi bianchi con tanto di animale imbalsamato. In una lunga scatola di legno veniva posta una attraente fetta di carne, quando l’animale arrivava per prendersela tirava una corda legata al grilletto del fucile che, ovviamente, sparava dritto alla testa dell’orso. Nel frattempo all’esterno si è fatto buio, le luci della città si riflettono sul mare, la temperatura rimane rigida e il cielo coperto. Andando oltre il centro si giunge alla fine della Storgata dove si incontra l’Olhallen Pub. Un’antica birreria annessa alla fabbrica, la Mack Olbryggeri. Fondata nel 1877, è da sempre una istituzione della città, un centro di attività e di storiche ubriacature. Mack produce tutt’ora 18 tipi diversi di birra che vengono consumate in tutta la Norvegia ed esportate in tutto il mondo. L’ambientazione della vecchia bottega è stata ben conservata con mattoni a vista e soffitti ad arco. La visita inizia con un documentario che racconta la storia del birrificio, una storia tutta famigliare che passa di generazione in generazione. E la voce narrante è proprio quella di un vecchio erede. Si scende poi nelle cantine dove si tiene ancora una piccola produzione di alta qualità, la produzione industriale avviene in fabbriche moderne al di fuori della città. Mack ha legato la birra alla musica: un QR code stampato sull’etichetta delle bottiglie porta il cliente a sentire brani di musica scelti in funzione della tipologia di birra. E così i serbatoi di fermentazione sono dipinti con le immagini di Elvis, Ringo Starr, Johnny Cash… Davvero innovativo. Oltre il birrificio troviamo Polaria, un museo multimediale che accompagna il visitatore attraverso i fenomeni naturali artici. Ancora più interessante è però l’architettura dello stabile: cinque blocchi di cemento bianco, appoggiati l’uno sull’altro, con effetto domino, che stanno a rappresentare blocchi di ghiaccio in movimento. Un bellissimo effetto visivo creato ed enfatizzato dalla illuminazione. Ci portiamo sul ponte Bruvegen che, attraversando lo stretto, unisce l’isola del centro città con Tromsdale, sulla terraferma. Lungo più di 1 km, 58 arcate, 38 metri sopra il livello del mare, è una bellissima opera ingegneristica. Superato il ponte ci troviamo di fronte alla Ishavskatedralen, la Cattedrale Artica. Gli undici blocchi triangolari di cemento bianco, di diverse altezze, affiancati l’uno all’altro, rappresentano i crepacci dei ghiacciai. Sul fronte una grande croce bianca regge due campane. Notevole è l’effetto delle linee di luce che attraversano gli “archi triangolari” e si riflettono sulla vetrata frontale.
La Nordnorge si muove lateralmente per poi imboccare l’uscita del porto di Bodo. E mentre sulla sinistra scorrono le luci della città, sul lato opposto del fiordo la luna fa capolino dietro i monti. Dopo circa quattro ore di navigazione le luci davanti alla prua ci dicono che abbiamo raggiunto le isole Lofoten. Nel buio della notte il profilo dei rilievi viene evidenziato da una luce rosata, magnetica, irreale, come se ci fosse un grande incendio. Sull’altro lato la luna appare e sparisce dietro le nuvole. Il primo sbarco è piuttosto rapido, si riparte rapidamente per raggiungere Svolvaer, un importante approdo delle Lofoten. All’entrata del porto si nota una lunga struttura in legno di forma triangolare dove vengono appesi i merluzzi per l’essicazione. E così il merluzzo diventa stoccafisso. Svolvaer è famosa per la lavorazione ed il commercio del merluzzo tanto è vero che ogni anno, alla fine di marzo, si tiene una competizione mondiale di pesca al cod fish, il merluzzo per l’appunto. Tre potenti squilli di sirena annunciano l’attracco al molo. Qui la sosta è più lunga e ne approfitto per sbarcare anche se nevica. Tutto è bianco, la città praticamente deserta. Una banca ha una grande insegna luminosa che indica 68°, ed infatti siamo poco sopra i 68° Lat Nord. Non mancano un ristorante italiano ed una pizzeria. Poco sopra, il campanile di una chiesa tutta bianca indica le 10, devo allungare il passo, si salpa alle 22,15. Appena partiti la neve diventa sempre più ghiacciata e rimanere sul ponte 7 è praticamente impossibile. La nave si infila tra scogli e isolotti, l’andatura è lenta, i passaggi molto stretti, si naviga tra una luce verde ed una rossa che indicano la giusta rotta. Superate le Lofoten, al mio risveglio, il mare grigio è rotto solo da alcune creste di onde schiumeggianti. Mentre faccio colazione di fronte a due grandi finestroni si percorre lo strettissimo Tranoyfjorden, famoso per le sue forti correnti. In mattinata non manca una conferenza che tratta la storia delle spedizioni polari: Amundsen, ghiacci, navi e dirigibili. Mi fa un certo effetto vedere proiettata la prima pagina della Domenica del Corriere che riporta la tragedia del dirigibile Italia e del suo equipaggio. Dopo una serie di virate che seguono l’andamento del fiordo si passa sotto un alto ponte per attraccare a Finnsnes. La sosta è relativamente breve per cui faccio un rapido sbarco solo per scattare qualche foto. Si riparte con una luna gibbosa calante mentre qualche raggio di sole colora le nuvole di rosa. Si prosegue verso Nord attraverso uno stretto passaggio, a destra abbiamo la terraferma mentre a sinistra c’è l’isola di Senja che ospita il Parco Nazionale Anderdalen. Abbiamo superato i 69° Lat Nord, mi godo il panorama dei fiordi dal grande salone del ponte 7 che ha una vasta vetrata a 180° rivolta verso la prua. Che spettacolo! Ora i colori sono solo il grigio e il bianco della neve. Superiamo uno stretto con una forte corrente, la Nordnorge naviga lentamente. Appaiono le luci di una grande città, segno che abbiamo raggiunto Tromso. A destra si vede la terraferma dove spiccano gli undici “archi triangolari” della Cattedrale Artica, sul fronte della nave il lungo ponte che unisce le due parti della città e sulla sinistra il centro che si estende sulla costa orientale dell’isola di Tromsoya. Tre forti colpi di sirena segnalano l’entrata in porto del postale. Il suono rimbomba e riecheggia tra le colline circostanti, i brividi corrono giù per le gambe.
Porto di Bodo, la Nordnorge al mio imbarcoSvolvaerScorcio di FinnsnesLa Nordnorge all’attracco, sullo sfondo il ponte di FinnsnesAll’arrivo a Tromso spicca la “Cattedrale Artica”
Temperatura: minima – 2° massima 0° Meteo: nevicata notturna, sereno e nubi sparse in giornata
Terminal ferroviario, importante porto navale per le connessioni con le isole Lofoten, snodo della strada costiera norvegese, Bodo forse è tutta qui. E grazie a questi motivi sono sorti molti alberghi che fanno riferimento alle più importanti catene scandinave, creano un po’ di vita, danno tanta luce. Le strade innevate e le luminarie natalizie donano un’atmosfera piacevole. Del resto la città originale è stata completamente rasa al suolo dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, l’unica bellezza è rappresentata dalle montagne che circondano il fiordo. E talvolta … spunta la luna dal monte.
E’ domenica mattina ma è ancora notte qui a Trondheim. I passeggeri in attesa presso la stazione ferroviaria sono ancora assonnati, bevono un caffè, mangiano uno snack. Il treno parte lentamente, silenzioso, senza un fischio, senza far rumore. Si costeggia il fiordo e i binari sembrano appoggiati sulla sabbia. Verso oriente gli squarci di cielo tra i nuvoloni iniziano a schiarirsi. Arriva con cortesia ed efficienza un giovane controllore che mi informa che entro trenta minuti mi verrà servita la colazione. La prima classe, o per meglio dire la komfort, è un lusso che mi sono voluto permettere per godere al meglio questo tratto ferroviario, l’unico di questo viaggio. Il cielo si schiarisce mentre l’interno delle case, che sono ancora delle sagome scure, hanno finestre illuminate. La vista sul fiordo è da mozzafiato, la ferrovia lo costeggia. Il vagone è quasi vuoto, due signore in maglietta fanno colazione mentre una terza fa la maglia, la luna illumina il cielo. Dopo una lunga sosta all’aeroporto di Vaernes la linea si dirige verso l’entroterra ed al grigio del cielo e del mare si aggiungono il verde dei prati, il bianco e il rosso delle case e delle fattorie, le morbide cime delle montagne già imbiancate dalla prima neve. Una hostess mi serve la prima colazione: caffè, acqua e succo d’arancia, yogurt e panino imbottito con insalata e formaggio. Mentre tre daini corrono spaventati dal rumore del treno l’aurora (sono le 9,15) colora di rosa le nubi. Verso le dieci il sole sorge dietro un bosco di abeti, appaiono laghi ghiacciati, la neve copre tutto e il vento generato dal treno alza nuvole bianche. Si entra nella regione del Nordland, verso l’una il sole è già basso dietro le mie spalle, solo le montagne più alte sono illuminate. Si entra in una zona particolarmente fredda, il termometro del vagone indica – 5°, si incontra una bufera di neve. Al termine di una lunga galleria il turbinio finisce e il cielo rimane grigio. Vado verso il “Kafe”, la carrozza bar-ristorante, attraversando il vagone per le famiglie con tanto di spazio giochi. Mamme e papà se ne stanno seduti tranquilli mentre i bimbi corrono e giocano nella zona a loro riservata. Riprende a nevicare ma mi riscaldo con una zuppa di carne e verdure accompagnate da un calice di vino rosso. E’ l’ora del tramonto, sono circa le due del pomeriggio, le nuvole grigie si colorano di rosa e alle 15,30 è già tutto buio. Il treno va decisamente verso l’interno, la temperatura è attorno allo zero ma qui tutto, strade e prati, è completamente ghiacciato. Si supera Mo I Rana e si oltrepassa il Circolo Polare Artico. A Fauske si ritorna su un fiordo e si rivedono le luci riflesse nell’acqua del mare. Si costeggia il fiordo fino a quando viene preannunciato l’arrivo a Bodo, il terminal della linea Nord. Il marciapiede della stazione è ricoperto da un leggero strato di neve fresca. Quando arrivo alla testa del treno scende anche il macchinista e, pur lasciando il motore acceso, chiude a chiave il portello. MI saluta e rispondo con “You did a good job, bye”, ringrazia e si allontana. C’è del calore umano anche nel gelo nordico.
Il treno in partenza da TrondheimIl sole sorge dietro boschi di abetiStazioni solitarieArrivati a Bodo il macchinista chiude a chiave il treno e se ne va
Là dove la Norvegia inizia a restringersi lanciandosi verso Capo Nord, nel bel mezzo del Trondheimfjord, sorge Trondheim, prima capitale della Norvegia, oggi terza città del paese per dimensioni. Il centro storico, già illuminato per Natale, è racchiuso tra il fiume Nivelma e il fiume-canale (Kanalhavn) che creano una sorta di isola. Il centro della città è rappresentato dalla Torvet, una larga piazza rettangolare, dove nel bel mezzo sorge una altissima colonna sulla cui cima è stata posta la statua del re Olav Tryggvason che, nel 997, fece attraccare il suo veliero su un banco di sabbia dando così inizio alla storia della città. La pioggia rende la serata triste ma, essendo sabato sera, bar e ristoranti sono affollati. Io scelgo di passare la serata nel Microbryggeri, animato pub e birrificio. Bevo una lager di produzione propria, amara e dal sapore intenso, che mi viene servita alla spina da un lungo tubo di rame. Una luna straordinaria (solo ieri 19 novembre 2021 era piena) si riflette sul fiume Nivelma e illumina tutto il cielo.
In questi ultimi venti mesi la nostra vita è stata mutilata, stravolta, siamo stati persino costretti a ridurre le nostre libertà personali ed i nostri diritti costituzionali al fine di proteggere noi stessi e l’intera popolazione umana.
Ma ora che ci siamo vaccinati torna la vita, si può riprendere a viaggiare.
E allora eccomi qua, di nuovo in viaggio verso nuove esperienze, rincorrendo nuove emozioni.
Questa volta l’obbiettivo sarà affrontare la “notte artica” attraversando la Norvegia, puntando verso Nord fino alle isole Svalbard, dove d’inverno il sole non sorge mai, sperando di incrociare anche l’aurora boreale.
“To travel is to live” sarà il diario della mia “Notte Artica”
L’appuntamento è per oggi alle ore 14,00 presso il “forno”, una piccola casetta in legno che si affaccia al parcheggio. Sull’argine del torrente Urtier, a valle delle famose cascate e in prossimità del ponte, c’è un tronco d’albero. D’inverno diventa una bellissima colonna di ghiaccio ma d’estate si trasforma in “palo fiorito”. Puntualissimo arriva un camion con piattaforma mobile e sul posto alcuni volontari della frazione sono già in attesa. L’autocarro prende posizione e Liliano sale sulla piattaforma. Si parte dall’alto, i portavasi sono già posizionati e Liliano incomincia a depositare i vasi di campanule rosa e bianchi. I vasi sono una sessantina ed ogni vaso ha il proprio tubicino che porterà dell’acqua perché mi dicono: eh, la pioggia non è sufficiente. E in effetti qui quando batte il sole ha una potenza straordinaria, siamo sopra i 1.600 metri. A operazione ultimata l’effetto è molto piacevole e sarà un’attrazione per i turisti durante l’intera estate. Nel frattempo Luigi e Livio, con l’aiuto di un attrezzo mosso da un piccolo motore a scoppio, stanno tagliando dei tronchi di legno raccolti in Valleile. Si tratta di quei tronchi che la slavina di due anni fa ha sradicato e che adesso sono sufficientemente secchi. E mentre Luigi e Livio sono alle prese con il taglio Vittorio si occupa di accatastare i ceppi tagliati a ridosso della casetta del forno. I ceppi saranno poi utilizzati per il falò di Capodanno che verrà acceso durante la tradizionale fiaccolata ma, soprattutto, per il forno del pane. Il forno, fino a una quarantina d’anni fa, era situato dove adesso c’è la piccola piazza triangolare del borgo, in seguito fu poi trasferito appunto nella casetta di legno che dà sul parcheggio. Il forno, costruito in muratura, ha un frontale metallico piuttosto antico. Prodotto a Torino ha una scritta sopra la bocca: FORGNONE & RACCA. L’interno è piuttosto capiente, una cappa in cemento consente l’evacuazione dei fumi, sul fianco dei vecchi attrezzi in legno con lunghi manici che serviranno sicuramente per muovere le pagnotte. Si richiudono le porte e arrivederci al 30 dicembre quando il forno sarà riacceso e, secondo tradizione, si produrrà il pane valdostano.
Non esiste Regione italiana che non abbia le sue specialità. Anche la Valle d’Aosta non fa eccezione. Attraverso i gusti, i sapori, i profumi dei suoi prodotti tipici e dei suoi piatti tradizionali ci racconta la storia e le caratteristiche del suo territorio di montagna. Molte sono le specialità uniche e imperdibili, tra le tante citerei quelle che hanno ottenuto il riconoscimento DOP “Denominazione di Origine Protetta”: la Fontina, il Valle d’Aosta Fromadzo, il Jambon de Bosses e il Vallée d’Aoste Lard d’Arnad. Prodotti di qualità che vanno gustati in abbinamento con i migliori vini DOC regionali, tutti riuniti sotto un’unica Denominazione di Origine Controllata: “Valle d’Aosta – Vallée d’Aoste”, declinata in 7 sottodenominazioni di area e 15 di vitigno (fonte: lovevda.it, sito ufficiale del turismo in Valle d’Aosta). Si trovano vini bianchi secchi, fruttati o aromatici, vini rossi armonici o secchi ma sempre di corpo, vini da meditazione. Sono tutti vini di qualità che spesso richiedono un lavoro difficile e faticoso in quanto i vigneti si trovano su ripide pareti che raggiungono anche i 1.200 metri d’altezza.
Il territorio comunale di Cogne è tutto al di sopra dei 1.500 m quindi la produzione di vini non è possibile, è però il luogo ideale per la produzione della Fontina DOP. La fontina è un formaggio d’alpeggio prodotto con latte crudo di mucche valdostane e stagionato almeno tre mesi. Sembra che le prime tracce scritte che riguardino la fontina risalgono alla fine del Medioevo, si deve però arrivare fino al 1957 per poter registrare il “consorzio di tutela”. Durante il periodo estivo è normale sentire i campanacci delle mucche al pascolo. L’erba particolarmente grassa è l’ideale per la loro alimentazione ma anche d’inverno, quando si utilizza il fieno ricavato dai prati locali, è praticamente perfetta.
Oltre alla cucina regionale, e perché no anche un po’ francese e piemontese, vanno evidenziate le specialità tipiche di Cogne. Il primo posto viene sicuramente assegnato alla “Seupetta”: una zuppa molto densa a base di riso e fontina, super calorica, quasi un piatto unico. E’ un piatto di antica tradizione valdostana, un piatto povero della gastronomia di alta montagna che utilizza il prodotto locale e il riso che certo locale non è. Il riso veniva e viene prodotto nel vercellese ed era merce di scambio con i prodotti degli alpeggi. Il riso inoltre aveva il grosso vantaggio di essere un alimento a lunga conservazione e quindi particolarmente adatto a costituire una riserva alimentare per il lungo e rigido inverno. La trota di Lillaz, allevata nei due laghetti della frazione, si trova nei menù di tutti i ristoranti. Cucinata in modo diverso, grigliata o al cartoccio, coi broccoli o alle erbe, alle mandorle, tutti basati sulle tendenze dei diversi chef. E poi ci sono i dolci: il “Mécoulin”, una sorta di panettone con uvetta e insaporito con scorza di limone e rhum; la crema di Cogne: dessert al cucchiaio a base di panna, zucchero, cioccolato fondente, e un goccio di rhum, viene sempre accompagnata dalle “Tegole”: biscotti rotondi, molto fini e croccanti, a base di zucchero, farina bianca, mandorle e nocciole tostate, burro e albume d’uovo. Faccio notare che nonostante sia il génépy il liquore tipico della Valle d’Aosta, i dolci invece sono tutti a base di rhum. E’ interessante evidenziare che il primo distillato di canna da zucchero sia stato prodotto da un frate francese, tale Jean Baptiste Labat, utilizzando particolari alambicchi prodotti nella zona del Cognac. Già nel 1.700 la zona di Cogne intratteneva scambi commerciali col Piemonte e con la Francia. Non ci deve quindi meravigliare la presenza del rhum nelle ricette valdostane. Solo in seguito il distillato si diffuse nei Caraibi e nelle colonie d’America (fonte: lovevda.it).
Ed ora passiamo ad analizzare enoteche e ristoranti di Cogne, quì il terreno si fa più paludoso perchè i giudizi si fanno più personali, rischio di farmi dei nemici anche se non è assolutamente nelle mie intenzioni. Quando sono a Cogne o in Vallée ho l’abitudine di bere solo vini valdostani, potrei fare eccezione con un “carema” doc, un nebbiolo la cui produzione è consentita solo nel comune omonimo. Carema è il primo paese del Piemonte dopo Pont Saint Martin, il versante soleggiato è tutto ricoperto da antichi vigneti, il vino di assoluta qualità. I vini regionali più comuni della Cave de Onze Communes, Grosjean, Lo Triolet, Cave du Vin Blanc de Morgex et de La Salle, si trovano un po’ ovunque. Per qualcosa di speciale consiglierei La Cave de Cogne (Veulla, rue Bourgeois 50) che è l’unica vera enoteca del paese. La selezione dei vini è ottima, accompagnata da un buon servizio, speciali gli aperitivi, si può anche pasteggiare. Non vorrei spendere troppe parole riguardo le cucine degli alberghi. Alcune di loro però sono di assoluta qualità: Bellevue, La Madonnina del Gran Paradiso e Miramonti a Cogne Veulla, il Notre Maison in frazione Cretaz, il Petit Dahu in frazione Valnontey e il Belvedere in frazione Gimillan dal quale si può godere un panorama mozzafiato su tutta la valle di Cogne e il Gran Paradiso. Veniamo ai ristoranti. Inizierei con Lou Ressignon (Veulla, via Des Mines 22) che ha più di cinquant’anni di storia e che tutt’ora mantiene la tradizione dello storico locale fondato dal padre degli attuali gestori. L’icona di sempre è la “seupetta à la cogneintze” seguita dalla carbonada (spezzatino di manzo cotto nel vino rosso) con polenta rustica oppure una sella d’agnello al forno in crosta di pane con salsa al vino rosso. Da non perdere anche la trota di Lillaz e per finire la crema di Cogne. Segue Les Pertzes (Veulla, Rue Dr. Grappein 93) brasserie-enoteca. Per iniziare una bella “assiette cogneintze” con mocetta (carne insaporita con erbe, salata e lasciata riposare in luogo fresco, può ricordare la più famosa bresaola), lardo d’Arnad, salsicce, crudo di Bosses e castagne. A seguire una polenta concia preparata con burro e fontina oppure fonduta con crostini di pane o zuppa di cipolle gratinata. Per secondo “guancetta di vitello brasata” o carbonada con polenta. Ottima la cantina. Vicino al Municipio troviamo la Brasserie du Bon Bec (Veulla, Rue Bourgeois 72), un locale con arredamento in legno e staff in abiti tradizionali. Oltre ai piatti tradizionali offre proposte conviviali da condividere in famiglia o con gli amici come la “pierrade” (carni servite crude e cotte sulla pietra secondo i gusti del commensale), la “fondue chinoise” e la fonduta di toma stagionata. Di fronte ai prati di Sant’Orso troviamo il Bar à Fromage (Veulla, Rue Grand Paradis 21), un ristorante suggestivo con una ampia vetrata panoramica ed un arredamento di montagna molto curato che si articola attorno ad un vero focolare. Il menù affonda le sue radici nella tradizione valdostana e di Cogne con una particolare attenzione rivolta ai formaggi. Si può iniziare con “l’orto croccante in salsa d’acciughe”, proseguire con una raclette di formaggi di capra e concludere con uno zabajone al moscato d’Alba. E per finire saliamo a Lillaz dove troviamo Lou Tchappe, un termine in patois locale che significa “la pietraia” e in effetti alle sue spalle si trovano molti massi che costituiscono un’antica frana. Un locale moderno ma con tono rustico, cameriere in abito tradizionale, un bel dehor dove è possibile pranzare e prendere il sole. Anche qui troviamo i piatti della cucina tradizionale ma in particolare segnalerei la”soca” (zuppa con carne salada, cavoli e fontina) e i due piatti tipici di questo locale: i “malfatti du Tcappé” e cioè maltagliati di sfoglia fresca con prosciutto crudo, panna e un accenno di pomodoro; l’orzotto ai funghi porcini servito in un bellissimo cestino di parmigiano reggiano. Immancabile la trota di Lillaz che viene allevata nei vicini laghetti e in stagione funghi porcini fritti oppure ovuli in insalata con scaglie di grana. E prima di dire arrivederci restate in attesa del casalingo genepy che vi sarà offerto con un sorriso e tanta simpatia.
Un aperitivo presso La Cave de CogneInsalata di ovuliMalfatti du Lou TchappePolenta e salsiccettaPolenta valdostana con lumache
Il Parco Nazionale del Gran Paradiso fu istituito il 3 dicembre del 1922 e per questo motivo è il più antico Parco Nazionale d’Italia. Gestito dall’Ente Parco omonimo è situato a cavallo delle Regioni Piemonte e Valle d’Aosta, comprende e circonda il massiccio del Gran Paradiso. Oltre 71.000 ettari di estensione che, assieme al confinante Parco Nazionale della Valoise, in territorio francese, rappresenta una delle più vaste aree naturali protette d’Europa. Simbolo del parco è lo stambecco (Capra Ibex) che 100.000 anni fa viveva in tutte le regioni rocciose dell’Europa centrale. Fino al XV secolo era presente in tutto l’arco alpino ma lo sviluppo delle armi da fuoco ne decretarono la sua fine. Inoltre fu vittima della superstizione e della medicina di quei tempi. Le bellissime corna ridotte in polvere erano considerate un rimedio contro l’impotenza, il sangue si riteneva potesse curare i calcoli renali, lo stomaco serviva per superare la depressione. E così nel XIX secolo la specie era scomparsa in Svizzera mentre si contavano poche centinaia di esemplari sulle Alpi italiane e francesi. La sopravvivenza della specie si deve solo alla famiglia reale italiana. Fu infatti il re Vittorio Emanuele II che nel 1856 decise di proteggere gli ultimi esemplari per la propria riserva di caccia situata in Valsavarenche dove un gruppo di guardiacaccia li proteggeva dai bracconieri. Ora vivono circa 30.000 esemplari distribuiti in tutto l’arco alpino (fonte Wikipedia). Questa è una bellissima e anomala storia dove il potere, la ricchezza e l’egoismo si sono trasformati in una grande operazione di protezione e di sviluppo delle biodiversità. Dopo quasi cent’anni di accurato lavoro dei guardia parco oggi sono presenti, oltre allo stambecco, camosci, caprioli, marmotte, volpi, e recentemente hanno fatto ritorno circa una decina di volpi. Tra quei cieli bellissimi, sopra quei boschi e tra le vette imbiancate, volano aquile reali, gipeti, fagiani, pernici bianche e tante altre specie di uccelli. Nel complesso dell’area protetta si contano 168 specie di vertebrati di cui 52 mammiferi e 101 uccelli nidificanti (fonte Ente Parco). “Rallenta il ritmo, rimani nel Parco” è lo slogan coniato dall’Ente Parco per i suoi 90 anni di attività. E noi, cittadini frettolosi e stressati, sentiamo la necessità di abbandonare i nostri normali ritmi, le nostre abitudini, i nostri difetti, e ci lasciamo travolgere dalle bellezze naturali di quest’area meravigliosa. La Valnontey porta il visitatore verso il centro di questo territorio. Metti il Gran Paradiso nel tuo mirino e sali, ti rimarrà nei tuoi ricordi per sempre. Puoi salire a piedi percorrendo un facile sentiero che parte dai Prati di Sant’Orso di Cogne oppure d’inverno puoi salire con gli sci lungo la pista di fondo. Si può salire anche in auto: si imbocca la strada dietro il Municipio di Cogne e appena si esce dal paese si entra nella stretta valle scavata dal torrente Valnontey, affluente della Grand Eyvia che incontra tra Cogne Veulla e la frazione Cretaz. Usciti dalla valletta tutto un tratto il panorama si allarga, la strada si interrompe e le auto si debbono fermare nell’ampio parcheggio. Con un po’ di fortuna, nei mesi di maggio e giugno, si possono vedere camosci o stambecchi che brucano l’erba sul prato adiacente al parcheggio. In primavera questi prati posti a basse altitudini (1.700 m circa) si liberano per primi dalla neve e l’erba fresca è un cibo utile e prelibato per questi animali. Quest’anno è molto particolare, l’inverno è stato lungo e piuttosto nevoso, la primavera è arrivata registrando la totale assenza di esseri umani. In questo modo gli animali si sono sentiti liberi di occupare tutti gli spazi. E così mi capita che, appena lasciato il parcheggio, mi trovo di fronte una quarantina di camosci che “pascolano” come semplici caprette. Appena avvertono la mia presenza fanno tutti uno scatto e indietreggiano di una decina di metri, mentre il più vicino mi guarda con sospetto gli altri riprendono a brucare l’erba. Poco più avanti inizia il breve sentiero che porta al Giardino Botanico Alpino Paradisia. Si è facilmente portati a credere che il nome derivi dal massiccio del Gran Paradiso mentre in realtà deriva dal “Giglio di Monte” (Paradisia liliastrum, liliacea), una pianta spontanea dai delicati fiori bianchi. Sorto nel 1955 per volere del CdA del Parco Nazionale del G.P. ospita più di mille specie di piante di diverse origini e tipologie. Si possono ammirare piante tipiche delle Alpi e degli Appennini, piante esotiche e officinali. Lasciando il Paradisia si imbocca il sentiero che porta al famoso rifugio Vittorio Sella del CAI di Biella. Il percorso è agevole ma richiede un certo sforzo fisico in quanto si tratta di superare un dislivello di circa 900 metri. Il sentiero si inerpica nel bosco, salite e tornanti si susseguono fino a raggiungere una cascata. Al termine del bosco si compie una lunga traversata in diagonale per portarsi a ridosso degli ultimi pendii seguiti da alcuni tornanti, tutti sotto il sole, dove la fatica si fa sentire. E finalmente il sentiero si spiana, si entra nella conca, si raggiungono le case del Parco e finalmente eccolo, il Sella. Posto sull’Alpe del Lauson a 2.588 metri slm è un ottimo punto di partenza per escursioni e trekking mentre la sera è un perfetto luogo per incontrare gruppi di stambecchi. Fu Vittorio Emanuele II a scrivere la storia del rifugio. Arrivò in visita in questi luoghi la prima volta, solo trentenne, nel 1850 e quattro anni più tardi vi passò un lungo periodo. La caccia diventò la sua grande passione, fece così realizzare 300 km di mulattiere e 5 “case di caccia”. Una di queste fu costruita proprio sulla conca del Lauson. Umberto I continuò la tradizione del padre e fu così che grazie all’attività dei guardiacaccia il numero degli stambecchi e dei camosci crebbe notevolmente. Le battute di caccia furono riservate solo ai Savoia portando così alla scomparsa del bracconaggio. Nel 1913 il Re effettuò la sua ultima battuta di caccia, sette anni più tardi donò la riserva allo Stato Italiano che nel 1922 istituì il Parco. Nello stesso anno Emilio Gallo, all’epoca presidente del CAI di Biella, acquistò la “casa di caccia” del Lauson per trasformarla in rifugio alpino. In seguito il Gallo la donò alla propria sezione del CAI. Il rifugio fu così dedicato a Vittorio Sella, fotografo e alpinista biellese, nipote del famoso Quintino, Ministro delle Finanze e fondatore del Club Alpino Italiano (fonte: rifugiosella.com). Ora il rifugio può ospitare fino a 150 escursionisti e offre una cucina di montagna in due sale ristorante molto suggestive. Ricordo la mia prima visita, eravamo alla fine degli anni ’70, sempre con l’amico Giorgio. Ci ritornai vent’anni più tardi con mia figlia. Ogni volta che ricordiamo l’aneddoto finiamo con una bella risata. Arrivammo al rifugio particolarmente affamati e non lesinammo ad ordinare piatti con polenta e quant’altro. Quando mi presentarono il conto dissi qualcosa del tipo: a però, adesso anche i rifugi del CAI sono ben cari. La signora mi rispose gentilmente con queste precise parole: si ma erano cinque secondi ! Ebbene si, cinque secondi in due. Ci sono ritornato lo scorso anno, da solo, con questi ricordi che frullavano nella mia mente … e sorridevo tra me e me sotto i baffi. Ho ordinato solo un piatto: polenta con la salsiccetta in umido e un po’ di vino rosso. Bando ai ricordi e ritorniamo in Valnontey durante la quarantena da coronavirus. Dopo l’incontro con quella quarantina di camosci imbocco il largo sentiero che porta verso l’alta valle. Si costeggia il torrente Valnontey lasciandolo sulla destra fino a quando si arriva ad un ponte di legno. Il cielo è terso, di colore blu intenso, che contrasta col bianco del Gran Paradiso. Imbocco il sentiero che porta verso il versante opposto della valle perché so di poter incontrare qualche animale. E difatti appena arrivo sul prato in prossimità del bosco vedo una marmotta che corre veloce e subito dopo incontro un paio di camosci. Su un masso trovo un teschio di un animale, credo sia di un camoscio. Da quella posizione il panorama è splendido: si domina la vallata, i boschetti di abeti, la testata della valle. Ma quello che mi emoziona di più è sempre il prato che tra maggio e giugno è uno splendore grazie alla miriade di fiori di tutti i colori. Sono l’unico essere umano che passeggia, il silenzio è totale, il verde dell’erba è molto intenso. Tu chiamale se vuoi, emozioniii.
Una quarantina di camosci al “pascolo” in Valnontey – 4 maggio 2020La Valnontey e il Gran Paradiso – 4 maggio 2020Il Rifugio Sella – Luglio 2019