Il monumento più importante della città è senza ombra di dubbio la chiesa di San Paolo di cui resta solo la facciata con le sue statue, i portali ed i rilievi. Era una chiesa gesuita del primo seicento costruita da profughi cristiani giapponesi e da operai cinesi ma su un progetto di un gesuita italiano. Purtroppo nel 1835 un incendio scoppiato nella cucina della caserma di un battaglione militare distrusse ogni cosa. Scendendo la lunga scalinata si raggiunge il vecchio quartiere coloniale con le sue stradine contrassegnate da pannelli in ceramica bianca e azzurra. Anche la toponomastica è tutta in lingua portoghese: rua, avenida, largo. Lungo le anguste strade si incontrano tanti negozi cinesi ma anche moltissime pasticcerie che offrono le loro delizie ai passanti. Scendendo lentamente si raggiunge largo de Sao Domingos, una piazza dominata da una chiesa col frontale dipinto di giallo, abbellita da qualche palma e pavimentata in bianco e nero. Proseguendo si accede allo stretto e lungo “largo do Senado” che in questi giorni è arricchito da tante lampade rosse che sono state installate per la festa del “bolo lunar” e per il 75° anniversario della “Republica Popular da China”. Sul fondo della piazza una fontana circolare tutta circondata da fiori gialli e rossi ed il palazzo del Senato locale: “Instituto para os Assuntos Civicos Municipais”. Un palazzo del 18° secolo che include una importante libreria ed una mostra d’arte, in questi giorni sono esposti delle bellissime opere di scrittura cinese. Salendo verso il piano superiore rimango stupito dall’uso e dalla bellezza delle ceramiche bianche azzurre. Senza dubbio una impressione molto portoghese. Il primo piano ospita il Senato con i ritratti dei presidenti emeriti. Poco oltre la piazza si incomincia intravedere la torre dorata a forma di loto del Gran Lisboa, simbolo della città. Macau è sostanzialmente la Las Vegas dell’Oriente ed immancabile sarà la visita ad alcuni tra i numerosi casinò. Attivi giorno e notte, sono sempre affollati da accaniti giocatori: uomini e donne dall’aspetto molto popolare, tanta semplicità e nessuna eleganza. Noto che pochissimi sono i giovani frequentatori, forse hanno ben altro da fare. Le grandi sale sono abbastanza ovattate ma ogni tanto si sentono delle urla a causa di un colpo grosso. Gli abitanti di Macau sono solo circa 650.000 ma le sale da gioco offrono navette gratuite per consentire di raggiungere il confine con la Cina Popolare. I casinò sono sempre collegati ad un grande albergo, anche il mio (Casa Real) ne ospita uno di due piani. Affollato la sera ma già attivo alle otto del mattino quando scendo per la colazione. Al Grand Lisboa tre piani di sale gioco, tutte circolari, kitch come lo stabile esterno, e uno gran spreco di luci. Ospita anche un ristorante tristellato ma in ogni caso io scelgo una sala molto più popolare. Per pranzo riso e fettine di maiale inaspettatamente buone ma per cena sempre zuppe di pesce nei ristoranti vicino all’albergo. La prima mi viene servita con una grande testa di pesce, tofu (che non mangio), lemongrass e tre fettine di una specie di tartufo. Molto buona e piuttosto delicata. La seconda sera una zuppa mista di seafood: gamberi, tre enormi cozze, e pezzetti di seppie. Nel brodo, che ribolle sul mio tavolo, pomodori, fette di limone, erbe e spezie. Solo piccantina all’inizio ma man mano che il brodo si restringe diventa sempre più saporita. Verdure fresche ed una salsina di soia con aglio, erbe e prezzemolo concludono l’insieme. The per accompagnare la zuppa e una mezza arancia per concludere. Davvero una bella esperienza per una ventina di euro. La cucina portoghese … non pervenuta così come la lingua: nessuno parla più il portoghese, pochissimi l’inglese e, in generale, tanto, tanto cinese.
DA UNA EX COLONIA ALL’ALTRA
Lo chiamano ferry ma in realtà è un catamarano rosso, veloce, che in poco più di un’ora copre la distanza tra Hong Kong e Macao. Sulla destra si vedono numerose isole e isolotti dalle coste frastagliate e versanti rigogliosi. Si attraversa un tratto di mare aperto ed è impossibile non notare il ponte Hong Kong – Zhuhai – Macau. Una volta terminato, e manca davvero poco, sarà considerato il ponte più lungo al mondo grazie ai suoi 55 km complessivi. Un sistema infinito di arcate interrotte da tre ampi passaggi per le navi di grande stazza. Lungo la rotta incrociamo anche diverse barche di pescatori dotate di grandi reti, qui il mare è pescosissimo. Un intreccio di strade sopraelevate ci annuncia che stiamo entrando in porto. Sbarcando noto subito la prima differenza: le doppie lingue qui sono l’inglese ed il portoghese.

HONG KONG – DA EX COLONIA INGLESE A CINA MODERNA
Fatico ad immaginare il porto di Hong Kong affollato di vecchie giunche, le barche di giunco (appunto), bialbero con le vele steccate. Fatico anche ad immaginarla come una colonia inglese. Da 27 anni ormai Hong Kong è un territorio autonomo, indipendente, cresciuto e basato sul motto “una nazione, due sistemi”. La trovo molto cinese anche se non mi ricorda affatto Pechino. Prevale in me la sensazione di modernità, mi sento sempre all’ombra di qualche grattacielo, pernotto al venticinquesimo piano circondato da stabili anche più alti. Dalla mia finestra intravedo il mare e per chi abita in pianura il mare è sempre una nota speciale. Battelli e navi mercantili lo attraversano continuamente e lo Star Ferry è in assoluto il suo re. E’ attivo dal 1888, bianco e verde, un po’ vintage, fa la spola attraversando il braccio di mare tra Hong Kong e Kowloon. Se si visita la città non può mancare questa esperienza. Un secondo mezzo di trasporto da provare è il tram che qui, “amichevolmente”, viene chiamato “ding ding” a causa del suo scampanellio. I tram operano dal 1904, a due piani, tutti colorati l’uno diverso l’altro in funzione della pubblicità che propongono: rosa e neri, con orologi o faccioni di belle signorine, e tante altre cose più o meno simpatiche. Il mezzo di trasporto in sé è molto utile, lento ma efficiente, attraversa tutto il Nord dell’isola, sei linee e 120 fermate. Viaggiare su questi tram è sempre emozionante, dal secondo piano si gode la vita della città e sono anche molto utilizzati dalla popolazione locale. Affrontiamo la città iniziando dal Central Pier, un luogo storico del porto. Alla sua sinistra, guardando il mare, notiamo i diversi moli, ognuno con la propria destinazione, mentre sul lato opposto si trova il Maritime Museum, di fronte una grande ruota panoramica. Lasciando il mare mi incammino verso il centro. Grattacieli, centri commerciali, negozi del lusso e negozietti cinesi, luci pubblicitarie ovunque. Persone che si muovono sempre velocemente e un traffico piuttosto intenso. E per muoversi più comodamente, salendo la collina, incontro il Central-Mid-Levels-escalator: il sistema coperto di scale mobili più lungo del mondo (800 metri). Zizzagando attraversa l’area degli uffici del centro per salire a Soho dove si incontrano molti locali e ristoranti, alcuni italiani e persino una pizzeria napoletana, un pub inglese che offre birra Moretti, ma anche una moschea costruita in onore degli uomini di mare indiani. Il percorso termina a metà collina dove incrocia una stradina tutta curve con piante secolari che abbarbicano le loro radici sui muri di contenzione della strada stessa. Scendo verso il Man Mo Temple dedicato alle divinità della letteratura (Man) e della guerra (Mo). Schiacciato sotto i grattacieli che si trovano alle sue spalle fu costruito da ricchi mercanti cinesi nel 1847. All’interno molti fedeli si fermano a pregare e ad accendere bacchette di incenso. Questo ambiente fumoso e un po’ buio, rischiarato dai tanti ceri sugli altari, con grandi spirali di incenso appesi al soffitto, mi trasmette un forte senso di sacralità. Moschea, tempio buddista e taoista, ma anche chiese e collegi cristiani, tutto ciò ci conferma che qui, e sottolineo qui, la libertà religiosa è assicurata. Continuo la salita verso la collina per incontrare la Peak Train Station. Il Peak Train è una specie di teleferica azionata da un cavo di 5 cm di diametro. L’impianto non dimostra i suoi 125 anni di età, tutto è stato perfettamente rinnovato pur mantenendo il suo aspetto antico: un vagone verde con i sedili in legno. In circa otto minuti si raggiunge la sommità ad oltre 400 metri d’altitudine. Impressionante è la sensazione che si prova salendo: il vagone percorre un binario così ripido che i palazzi che si vedono sulla destra sembrano tutti inclinati di almeno 40°, in realtà è solo un effetto ottico. Alla stazione d’arrivo si trovano i soliti centri con commerci, giochi, intrattenimenti e quant’altro. La cosa più interessante è la Terrace 428, una costruzione modernissima, un arco di cerchio capovolto dove si trovano bar e ristorante (dedicato a Forrest Gump, chissà perchè). E dalla terrazza una vista mozzafiato che consente di ammirare tutta la baia e le centinaia di grattacieli dei due versanti del golfo. Siamo sul Victoria Pick che raggiunge i 552 metri slm.
E la gastronomia? La famosa gastronomia di Hong Kong? Nel complesso mi è parsa un po’ deludente, almeno in relazione alle mie aspettative. Ci sono molti ristoranti a gestione famigliare che offrono piatti di qualità media ed un servizio accogliente. Avrei da segnalare una buona zuppa di ossa di maiale con carote e verdure cinesi, deliziosa. Ho trovato buono anche un pesce grigliato con sugo di fagioli neri. All’ottavo piano di un centro commerciale trovo un grande salone affollato da famiglie, è domenica. La cameriera mi fa sedere di fronte ad una anziana signora, non parla inglese ma è molto attiva e mi mette nel piatto dei ritagli di maiale. Io ordino i così tanto decantati gamberi del golfo che però non mi appassionano, vanno meglio i cornetti, tutto accompagnato da riso bianco e the. Vedo che qui viene servito solo quello. Mai speso più di venti euro. Ho voluto anche provare un ristorante importante, lo Yung Kee Restaurant aperto sin dal 1942. E’ il regno dell’oca arrosto cotta nei forni a carbone che viene servita con una salsa aromatica. Ne ho mangiate di migliori. Servizio esageratamente accurato e molto freddo, bevo del the al gelsomino. Chiudo con un conto salato rispetto alla media ed un rapporto prezzo/qualità non proprio conveniente. E il vino? Solo un buon calice di chardonnay argentino sorseggiato durante una sosta presso il bar di un hotel a cinque stelle.








VERSO HONG KONG
Sono in volo seduto tra una ciarliera donna anziana ed un addetto alla sicurezza. Lei, originaria di Hong Kong, parla continuamente consultando il suo cellulare ultramoderno. Quando si riferisce alla Cina Popolare e alla sicurezza abbassa la voce, un po’ di prudenza non guasta mai. Lui ogni mezzora effettua una operazione di controllo percorrendo tutto il corridoio dell’aereo. I tempi della sua attività vengono scanditi da una specie di orologio che porta al polso sinistro collegato (wireless) ad un piccolo attrezzo elettronico che porta sulla spalla, un mix tra una radio-trasmittente ed una macchina fotografica. Inoltre con un conta-persone manuale verifica accuratamente chi sale e chi scende. All’arrivo presso la ex colonia inglese trovo un accurato controllo immigrazione, già ma dopo aver fatto un’estenuante coda all’aeroporto di Pechino lungo il corridoio destinato ai transfert per Hong Kong e Macao. Tutto come se fossero due stati separati, e in effetti lo sono. Governi semi-indipendenti e valute locali: qui vige il Dollaro di Hong Kong mentre a Macao la Pataca. Hanno più o meno lo stesso valore e nulla hanno a che fare con il Renminbi cinese la cui unità base è lo Yuan. Un treno veloce percorre i 25 km che portano alla città passando da un’isola all’altra. Si supera Kowloon, un agglomerato di grattacieli che accoglie due milioni di abitanti. Impressionante, una serie di abitazioni che si susseguono l’una dopo l’altra, mi ricordano solo i termitai africani. A causa del clima tutte sono dotate di AC e chissà quanti ascensori, penso all’enorme quantità di energia richiesta. Taxi rossi ad Hong Kong, vecchiotti ma economici, almeno per noi. Ed ora ho solo bisogno di dormire e di fare riposare la mia schiena.

LA VIA DELLA SETA – THE SILK ROAD
La Via della Seta era un reticolo di percorsi che consentiva lo scambio commerciale tra Asia ed Europa. Lunghe carovane di cammelli trasportavano ogni tipo di mercanzia. Un Interessante aspetto di questi traffici era il trasporto delle uova dei bachi da seta dall’Oriente verso l’Europa. In questo senso era quindi sostanzialmente un “viaggio di ritorno” con lo scopo di approvvigionare i coltivatori di gelsi ed i produttori di seta.
Anche l’Odissea fu un viaggio di ritorno. Un ritorno verso “casa”, da Troia verso Itaca.
Ed anche l’Eneide fu un viaggio di ritorno verso le “proprie origini”, da Troia verso le coste laziali.
E così anche “il viaggiatore viaggiante” , alias Oscar Manfrin, effettuerà un “viaggio di ritorno” percorrendo il versante settentrionale della “via della seta”.
Partirà da Hong Kong in treno per arrivare a Xi’an, la vecchia capitale dell’impero, la città del Gran Khan e di Marco Polo. Xi’an è anche la località dell’imperdibile Esercito di Terracotta.
L’itinerario proseguirà in ferrovia fino a raggiungere Kashgar, epicentro degli antichi traffici internazionali ma ancora oggi famosa per i suoi mercati. Dopo una breve sosta tenterà di attraversare alcuni passi montani fino a raggiungere Tashkent capitale dell’Uzbekistan. Superata la leggendaria città di Tamerlano, Samarcanda, raggiungerà le storiche città di Bukhara e Khiva. Evitato l’Iran, solo per motivi di sicurezza, e il Turkmenistan che ha respinto la richiesta del visto d’ingresso, il percorso sarà ripreso nella Turchia Sud-Orientale a Gaziantep per poi raggiungere Alessandretta (l’attuale Iskenderun) ed Antiochia. Da lì il percorso sarà prevalentamente via mare attraverso il Mediterraneo, passando per Cipro e la Grecia, per concludersi a Venezia proprio nel settecentesimo anniversario dalla morte di Marco Polo.
Oscar Manfrin
http://www.ilviaggiatoreviaggiante.com

INCONTRI GROENLANDESI
“Un viaggio ci porta a conoscere nuovi mondi e nuove genti”. Così scrissi sulla home page di questo blog già otto anni fa prima di partire per il mio “viaggio della vita”. Per “genti” intendevo popoli, culture, tradizioni e, ovviamente, persone. Anche nel corso di questa mia ultima avventura groenlandese ho fatto alcuni incontri molto significativi che avrei il piacere di raccontare. Ne ho scelti alcuni:

Jacob
Oscar! Mi sento chiamare nella piccola sala degli arrivi dell’aeroporto di Kulusuk. Scarico la valigia dal carrello dei bagagli e dopo un attimo la vedo già sul pullmino bianco dell’albergo. Arrivati a destinazione mi viene assegnata la camera ma alla mia richiesta di cibo mi viene risposto che in albergo non si pranza. La cena verrà servita puntualmente alle 18,00. Il manager tuttofare mi accompagna al piano superiore dove c’è il bar con un bel bancone in legno. “Serviti, birra o vino, quello che vuoi e poi scrivi il numero della tua camera sul bigliettino”. E per mangiare? Spalanca la porta della cucina, apre la porta del frigorifero “prendi tutto quello che vuoi”. Trovo salumi, formaggi, salmone, acciughe, olive, burro. Insomma un po’ di tutto, e sul grande tavolo diverse tipologie di pane bianco e integrale. Lui se ne va ed io mi servo. E all’ora di cena? “Jacob, some wine, please”. Pinot grigio o chardonnay? Fatta la scelta agguanta la bottiglia, la stappa rapidamente, ne versa metà nel mio calice e l’altra metà nel suo. Skoll, un sorso e via di corsa per svolgere altre attività. Durante il mio soggiorno Jacob è sempre molto servizievole, sorridente e simpatico, e così quando ritorno da Tasiilaq mi sento a casa mia. All’ora di cena si ripete la cerimonia del brindisi: skoll e per di più il vino mi viene offerto. Grande Jacob!

La “rossa americana”
Sbarca dal mio stesso volo proveniente da Reykiavik, lei con destinazione Tasiilaq, io invece mi fermo qui, a Kulusuk. Come tutti i passeggeri in arrivo è felicissima e sorridente. Mentre sono in attesa della consegna della valigia mi pone la tipica domanda: where you come from? Italy. E così inizia a farmi festa, mi spiega che vive a San Francisco ma che ha sangue completamente italiano. Padre e madre erano entrambi di origine siciliana. Mi mostra una fotografia che la illustra ventenne. Mi fa notare che i capelli erano rossicci. Sorridendo le dico che ne conosco il motivo ma non ho il tempo necessario per spiegarmi perchè l’elicottero per Tasiilaq è in partenza. Qualche giorno più tardi ci rincontriamo casualmente sempre all’aeroporto di Kulusuk. Saluti e risate ma prima di ripartire mi chiede di terminare il mio racconto riguardo i suoi capelli rossi e le origini italiane. La mia spiegazione è di tipo storico. Le racconto che la Sicilia è sempre stata terra di conquista. Sull’isola sono passati gli antichi greci, i cartaginesi, i normanni, gli arabi ed anche gli inglesi durante l’epoca imperiale. Scozzesi e irlandesi erano sicuramente una componente di quell’esercito e, come noto, quella popolazione ha la più alta percentuale al mondo di uomini e donne coi capelli rossi. Una bella risata, un abbraccio e la signora si imbarca.

Kristen, sempre in giacca
I suoi capelli lunghi e ricci non passano inosservati qui, nessuna signora si acconcia in questo modo. Ma ciò che mi stupisce ancora di più è che indossa sempre una giacca elegante ed un lungo giaccone invernale. Una “mise” da città che mi colpisce perché qui nessuno si veste così. Vive e lavora a Nuuk però è danese, molto danese. Simpatica, aperta, sorridente anche perché finalmente è riuscita a prendere il volo da Tasiilaq a Kulusuk. Per quattro giorni, causa maltempo, è rimasta bloccata sull’isola assieme ad una collega. Project manager di una azienda di informatica era sull’isola per un commissioning. Arriviamo a Kulusuk in elicottero in una mattinata di sole e in assenza di vento. Tutti i nove passeggeri dell’elicottero, io compreso, hanno la coincidenza per Nuuk. Dopo alcune ore di attesa in aeroporto, a metà pomeriggio, arriva la notizia: il volo è cancellato causa maltempo. Io a Kulusuk ormai ero di casa ma per gli altri passeggeri era una novità assoluta. Ritrovo con piacere l’amico Jacob e qui divento la guida del piccolo gruppo di viaggiatori che si è appena costituito. In pochi minuti arriviamo all’albergo dove ci vengono assegnate le camere. Passo dal bar per bere qualcosa e trovo un bag-in-box di chardonnay. Mentre mi sto servendo arriva lei e, molto cordialmente, le offro un bel calice di vino seguito da un “welcome”. La sera, dopocena, sempre davanti ad un calice di vino bianco facciamo una lunga chiacchierata nel corso della quale mi racconta tanti aspetti della cultura locale. Una telefonata col marito interrompe la conversazione. Buonanotte.

La leccese col pesto
Nel soggiorno-ristorante della Sarfaq Ittuk ci sono solo tavoli da 6 persone. Io viaggio da solo quindi cerco sempre tavoli vuoti e quando non ce n’è scelgo il più vuoto. E così una sera per cena mi siedo casualmente ad un tavolo dove c’è una signora, sola, più o meno della mia età, di nazionalità sconosciuta. Grazie ad una occhiata furtiva noto che sta leggendo un libro di Oriana Fallaci, deduco che sia italiana. Ci scambiamo un paio di battute e poi non mi molla più. Sta viaggiando con una amica di Crema, mi racconta un sacco di cose, incluso i suoi problemi digestivi. Aggiunge che la cucina locale non la soddisfa, che i gamberi qui hanno le uova e non hanno sapore. E così sceglie di pernottare nei B&B con cucina per essere autonoma e cucinare ciò che meglio le aggrada. Poi aggiunge che si è portata da casa la pasta e persino il pesto. No, questo è troppo!

La “signora di Nuuk”
Dopo aver trascinato la mia valigia durante la visita al Museo Nazionale della Groenlandia e alla Cattedrale di Nuuk mi viene un certo appetito. Mi rivolgo alla prima persona che incontro. La signora mi consiglia di andare al City Centre dove c’è un Café. Mi indica il palazzo che in seguito scoprirò essere il più alto della Groenlandia. Grazie signora. Il giorno successivo mi trovo a Sisimiut, 320 km a Nord di Nuuk. Durante lo stop di due ore della Sarfaq Ittuk ne approfitto per far due passi e visitare la cittadina. Dopo aver lasciato il porto mi trovo nel centro abitato. Inaspettatamente mi sento chiamare, è la signora di Nuuk che, accompagnata dalla madre, mi riconosce! Scambiamo due chiacchiere, due risate e un saluto. Ma non è finita qui. All’aeroporto di Copenaghen, la settimana successiva, mentre aspetto la riconsegna della mia valigia arriva di nuovo lei, sempre lei. Mi viene incontro, mi saluta calorosamente, mi indica figlio e marito. Stanno partendo per una vacanza in Portogallo. Mi bacia su tutte due le guance e scatta un selfie, entrambi sorridenti e assolutamente meravigliati. Ma quanto è piccolo il mondo?

BACK HOME
Di nuovo in battello tra i ghiacci per lasciare l’isola di Disko e ritornare a Ilulissat. Dopo una leggera pioggia riappare il sole che rende la traversata molto piacevole. Un elicottero vola sopra il battello, si abbassa e disegna cerchi in cenno di saluto. Per cena sardine fritte ma non mi perdo l’emozione dell’ultimo sole di mezzanotte dalla terrazza dell’albergo. La mattina successiva volo in bimotore rosso per Kangerlussuaq, l’hub groenlandese costruito nel bel mezzo del nulla. Breve sosta e di nuovo in volo, destinazione Copenhagen. Recupero le quattro ore di fuso e infatti qui incomincia a far buio, non c’è più neve né ghiaccio, 17° e cielo coperto. Decido di pernottare a Malmo perché è più piccola, la conosco meno ed è anche più economica. In un attimo prendo il treno. In fianco alla linea ferroviaria un parco di celle solari mentre in mare vedo una cinquantina di pale eoliche. Tutto molto sostenibile. Tre minuti e ci si infila nel tunnel sottomarino per rivedere la luce sull’isola artificiale. In un attimo mi ritrovo sul mare che scorre veloce. Di nuovo la terraferma, due fermate intermedie per poi raggiungere Malmo Central. Sedici km di mare superati in sei minuti, ferry boat cancellati per sempre. 21 minuti complessivi per percorrere la tratta Copenaghen Aeroporto/Malmo Central. Ponti Si o ponti No, la comodità è indiscutibile. Sono stato informato da più fonti che Malmo non è una città sicura, pare che girino bande pericolose. Cosa da non credere pensando allo stereotipo svedese. E invece a quanto pare è, o meglio era, proprio così. Per cena, già a tarda sera, vado in una piazzetta molto affollata perché circondata da bar e ristoranti. Noto con un certo stupore che ogni locale è protetto da pannelli di vetro o da recinzioni metalliche. Ad ogni ingresso ci sono guardie armate e la security è ovunque. La città si affaccia sul mare con un bel faro bianco e rosso, ha canali dove famiglie e gruppi di amici navigano godendosi la bella mattinata domenicale. Ma qui il meteo è molto variabile e nel giro di poche ore vedo alternarsi scrosci di pioggia a momenti di sole. Riesco comunque a pranzare all’aperto ma sotto gli ombrelloni e con i funghi di riscaldamento. Malmo è famosa anche per la buona cucina. Pranzo da Mando, uno dei migliori ristoranti della città. Deludente, molto meglio la zuppa di pesce della serata precedente. Ripercorro in treno il ponte Olesund in senso inverso e mi imbarco sull’ultimo volo di questo mio viaggio, destinazione Malpensa.





DISKO ISLAND
Qeqertarsuaq, un nome praticamente impronunciabile che significa la “grande isola”. La cittadina, fondata dai danesi nel 1773 per scopi scientifici, è il capoluogo dell’isola di Disko. Posta nella baia di Baffin è affacciata a Ilulissat dalla quale dista solo un paio d’ore di battello. Qeqertarsuaq si trova alla base di un promontorio molto frastagliato così da poter dominare il mare da più sponde. Mare che naturalmente è occupato da molti iceberg, uno dei quali a forma di arco. Alloggio allo hotel Disko, l’unico dell’isola, in una piccola camera mansardata dalla cui finestra vedo la chiesa. Il solito stabile in legno rosso con i bordi delle finestre bianche. Un bel gioco di tetti spioventi e una torre campanaria bassa, staccata dal corpo della chiesa. L’interno ha la solita configurazione ma qui le pareti sono bianche e azzurre e le panche colorate di rosso. Non manca un supermercato dove approvvigionarsi. All’entrata casalinghi ed altri attrezzi vari ma nel reparto successivo sono esposti diversi fucili da caccia, alcuni anche di produzione italiana, fortunatamente tutti protetti da una catena di sicurezza. C’è un po’ di tutto ma segnalo che trovo la mia preferita pizza surgelata ma anche pesto di produzione italiana, sia rosso che di basilico. E poi si sa, la Nutella … ovunque. Anche qui tanti cani da slitta lasciati all’aperto, ognuno legato alla propria cuccia. E anche qui non mancano i latrati. E’ sufficiente che inizi un cane ad abbaiare che tutti gli altri lo seguono, un concerto che può durare anche una mezz’ora ma non è fastidioso. Il museo locale offre più o meno sempre le solite cose mentre ho trovato più interessante il Kuannit Art. Una piccola casa blu dove Kristen offre tè e caffè, del vino zinfadel bianco o rosso. Per me questa è l’ora del “bianchino” che diventa super perché accompagnato dalla vista sugli iceberg. Nel locale sono esposti molti prodotti dell’artigianato locale che una anziana signora innuit mi presenta con passione. E chissà, forse anche per personale interesse, comunque gli stivali di pelle di foca che mi mette nelle mani sono bellissimi. Io ho molto apprezzato anche l’ambiente umano che qui si è venuto a creare con Kristen e gli altri visitatori. La mia curiosità tecnico-scientifica è eterna, vedo due tecnici che armeggiano attorno ad un palo con sensori meteo. Mi avvicino spiegando che noi a Milano facevamo monitoraggio ambientale già 40 anni fa. I tecnici mi spiegano un po’ di dettagli, mi mostrano le loro moderne apparecchiature, ma rimangono stupiti sentendo cosa facevamo noi allora. Pongo una domanda: come va il tempo? L’addetto meteo pesta i piedi su una larga chiazza di neve e dice: ma non vedi che è fine giugno e c’è ancora tanta neve. A quanto pare questa primavera è stata molto nevosa. Inoltre i ricercatori dell’Università danese stanno studiando l’effetto della fuoriuscita naturale dalla terra di gas metano e di anidride carbonica. Questi studi vengono condotti dalla Artic Station, un bellissimo palazzo in legno rosso con alle spalle le rocce delle montagne ancora cariche di neve. Di fronte, un curatissimo campo di calcio con erba sintetica e qualche piccola tribuna, questo sport si pratica davvero ovunque. Oltre lo stadio una spiaggia nera dove, nelle ore di bassa marea, si vanno a depositare piccoli blocchi di ghiaccio. E per concludere la mia permanenza sull’isola? Un piatto di granchi groenlandesi accompagnati da uno charmat francese.



GLI ICEBERG
“Tutte le cose grandi nascono piccole”. Così si intitola la descrizione che trovo nello Icefjord Centre di Ilulissat che prosegue: “Un iceberg inizia da un fiocco di neve … Una gocciolina d’acqua evaporata, proveniente da chissà dove, viene portata dal vento fino in Groenlandia. Nelle fredde nuvole artiche l’acqua diventa un cristallo di ghiaccio. Il cristallo di ghiaccio si lega con altri cristalli e diventa così pesante che cade su uno strato ghiacciato … E, come parte di una grande massa di ghiaccio inizia il suo lungo viaggio nel ghiacciaio che in seguito si spezza. Prende così forma l’iceberg. L’iceberg galleggia, naviga e si fonde. E così la gocciolina ritorna a far parte della grande massa d’acqua. Il ciclo continua ininterrottamente. Il ghiacciaio Sermeg Kujalleq, posto alla fine dell’Ilulissat Icefjord, e i tanti iceberg … creano le condizioni ideali per lo sviluppo della fauna marina. Quando un iceberg si stacca dal ghiacciaio e rovina in mare crea una turbolenza che muove l’acqua dal basso verso la superfice. Questo movimento favorisce lo sviluppo del plancton e delle alghe marine che attraggono i crostacei che a loro volta diventano cibo per pesci, foche e balene.” E le balene hanno attratto cacciatori, commercianti, esploratori, ricercatori… Veniamo al centro espositivo. Lo Icefjord Centre è costituito da un grande e bellissimo stabile tutto legno, ferro e grandi vetrate. Progettato da una architetta danese venne inaugurato nel 2019. L’edificio ricorda le ali di un uccello distese sul terreno e le vetrate consentono uno scambio continuo tra il visitatore e la natura circostante. Il Centro ospita la mostra permanente della “storia del ghiaccio” ed una sala dove viene proiettato un interessante documentario scientifico. Teche in vetro soffiato a forme irregolari mostrano reperti archeologici e la formazione degli iceberg. Al centro della sala sono esposti sei carotaggi di ghiaccio mantenuti ad una temperatura adeguata. Dopo una passeggiata sul tetto in legno si imbocca una lunga passerella che conduce i visitatori fino al bordo del fiordo. Dopo un centinaio di metri vi è posta una piastra metallica che segnala l’entrata nell’area protetta dall’Unesco. La passerella attraversa un’area verde con pozze d’acqua ed una flora molto nordica. Una scala in legno porta sulle rocce dalle quali si possono ammirare decine di enormi iceberg, alcuni alti più di 150 metri. La vista è immensa, lo spettacolo è da mozzafiato. Il ritiro del ghiacciaio è in atto dal 1850 ma è altrettanto evidente che la formazione di iceberg è continua. Da questo punto gli iceberg iniziano un lungo percorso attraverso la baia di Baffin, il Mar del Labrador, per finire nell’Oceano Atlantico Settentrionale. Questi iceberg si possono trovare dalla Norvegia fino al Portogallo. Nel 1921 un iceberg raggiunse le coste delle Azzorre! Ma nell’aprile del 1912 uno di questi blocchi di ghiaccio si trovava tra il Canada e la Francia. Durante una notte stellata una bellissima e velocissima nave stava navigando in questa zona. Gli addetti agli iceberg erano privi di binocoli e videro l’immensa montagna bianca in ritardo. L’allarme arrivò in plancia di comando troppo tardi. Ci fu un errore di manovra e la nave urtò l’iceberg. Il ghiaccio causò un enorme squarcio nella carena che nessun progettista avrebbe mai immaginato. Quella nave si ruppe in due tronconi, precipitò in acqua e si inabissò. Tutto questo si svolse nel giro di un paio d’ore. Quella notte morirono più di 1.500 persone. Quella bellissima e velocissima nave era il transatlantico Titanic.
La sera invece gli iceberg me li vado a vedere in battello. Si parte alle 21 e appena usciti dal porto il comandante fa lo slalom tra il ghiaccio, il mare è calmissimo, temperatura accettabile, vento moderato. La guida, una giovane danese, dà un po’ di ragguagli storici e scientifici per poi passare alla preparazione di un drink molto particolare. Sdraiata sulla piattaforma posteriore del battello raccoglie dal mare alcuni pezzi di ghiaccio che poi rompe per metterli nei bicchieri. Versa una tisana preparata con erbe locali e ci aggiunge del gin. Il liquore viene prodotto in Danimarca ma utilizzando l’acqua ricavata dai ghiacci di Ilulissat. Il risultato è una bevanda molto piacevole. Il sole illumina ancora bene gli iceberg che si susseguono l’uno dopo l’altro. Le dimensioni e le forme sono le più svariate. Con la fantasia si può immaginare ogni cosa ma uno piccolino aveva la forma di un coniglietto. Alcuni gabbiani volano in cielo o si lasciano galleggiare sul pelo dell’acqua. Si vede in lontananza qualche altro battello che scompare dietro un iceberg per poi riapparire. Il cielo è blu spezzato da qualche nuvola, il sole brilla ancora in cielo, sta per arrivare la mezzanotte. L’ultimo tratto, sgombro dai ghiacci, lo percorriamo ad alta velocità, a circa 25 nodi. Un brusco rallentamento e rientriamo in porto.





UN BUFFET GROENLANDESE
Per iniziare una bella zuppa: una brodaglia scura con un po’ di riso stracotto e pezzi di foca duri e amari. Direi che la zuppa di foca non è stata una buona esperienza e, a quanto pare, non solo per me. Vedo che non ha avuto un grande successo. Andiamo oltre, trascurando le verdure e la solita insalata di patate “alla tedesca”, affronto pesce e crostacei crudi. Gamberetti, filetti di halibut, granchi. Freschissimi, carni bianche, sapore delicato, chele arancioni lunghissime e colme di polpa. Ottimi. Esposti su dei fili trovo pezzi di halibut esiccato, duro e un po’ insapore. Bis di granchi ma non di halibut. Naturalmente a disposizione c’è una vasta selezione di salse, direi non solo maionese. Sul tavolo successivo patate e trancetti di balena, troppo duri, li evito. In fianco trovo dei pesci impanati e fritti, molto buoni e rifaccio un bis. Segue una specie di paella: riso (troppo cotto), mandorle e uvetta, gamberetti, tranci di halibut grigliato con qualche foglia aromatica. Buono anche se, ovviamente, meglio quella spagnola. Per dessert un po’ di frutta tropicale, forse non troppo locale, ed un dolcetto di cioccolato con crema. Tutto molto ben presentato e servito ma risulta chiaro che la cucina locale era sostanzialmente povera e basata su pesce e crostacei. Bevande? Un calice di vino bianco californiano, uno Zinfadel, forse un po’ troppo fruttato.
