GIORNO 2 – DA QAL’AI KUMB A KHOROG

Mentre stiamo caricando i bagagli in macchina si sentono urla e passi di marcia. Giro l’angolo e vedo plotoni di militari che provano una sfilata. Usciti dal paese riprendiamo la strada, sempre stretta, sempre sterrata. Il Panj scorre violento, sempre di colore grigio, e crea rapide vorticose. Dopo circa un’ora di viaggio troviamo la strada bloccata. Un camion guasto si è fermato in un punto molto stretto e il camion che va nella nostra stessa direzione non riesce a passare. Da sotto il camion guasto spuntano due piedi, qualcuno sta tentando una riparazione. I primi mezzi bloccati sono quattro fuoristrada bianchi di Médecines Sans Frontières. Guidati da un responsabile italiano si stanno recando a Khorog per implementare un progetto atto a contrastare malattie infettive e HIV. Chiacchieriamo con diverse persone e gruppi di turisti la maggioranza dei quali è di origine italiana. Passa anche Giovanni, il ciclista padovano. E’ abbastanza provato ed è rimasto senz’acqua, Mattia gli passa una bottiglietta, riparte pedalando senza neanche ringraziare. Sul lato afgano vedo case basse col tetto piano e alte piante. Una signora lava i panni sul bordo del fiume, un gruppo di bambine si gode l’insolito spettacolo e ci saluta. Dopo circa due ore tutti a bordo e si riparte. I due camion responsabili del blocco costringono le auto ad effettuare una sorta di gimcana ma, lentamente e alzando un gran polverone, si riparte. Pausa pranzo con zuppa di carne, verdure e pasta tipo fusilli. Di nuovo in auto sulla pista. Troviamo un breve tratto d’asfalto ma, “illusione … dolce chimera”, riprende lo sterrato, anche peggio di prima. L’autista ci indica sulla sinistra la valle del Batang, avremmo dovuto andarci ma a causa di un ponte danneggiato da un’alluvione dobbiamo rinunciare. Proseguiamo in direzione di Khorog ammirando le bianche vette delle montagne. D’un tratto la valle si apre e anche sul nostro versante arriva il verde, la strada non è più scavata nella roccia e spiana. Vedo le prime mucche che pascolano sui prati con un’erba bella fresca. Arriviamo a Khorog, di nuovo un borgo abbastanza anonimo. Passeggio nell’animato parco comunale dove i ragazzi si divertono sull’autoscontro e sul calcinculo ma sembra tutta roba da anni cinquanta. Ceno da solo sul terrazzo con un bel venticello, di nuovo zuppa con verdure e manzo. Non c’è grande fantasia nel menù locale ma la pizza è presente.    

GIORNO 1 – DA DUSHAMBE A QAL’AI KUMB

Io sono il primo, segue Gerda, anziana signora tedesca, e all’aeroporto si aggiungono Abe e Sakai, una coppia di amici giapponesi. L’equipaggio è al completo, alla guida del fuoristrada c’è un autista tajico. Lasciata la capitale attraversiamo un’area agricola con paesini abbastanza anonimi. Sosta per il pranzo a Vose: condividiamo una zuppa di manzo con verdure, spiedini di manzo e pollo, insalata e patatine fritte. I due giapponesi riescono perfino a fotografare il piatto delle patatine. Le colline si trasformano in montagne e percorriamo un lungo altopiano, secco, la vegetazione è molto rara. Grosse mandrie di bovini e ovini transitano lungo le strade ma erba verde per loro non ce n’è. I villaggi sono composti da case basse con il tetto di ondulato metallico. Attraversiamo un lungo cantiere. Il traffico impazzisce, sorpassi pericolosi, frontali evitati per un secondo, si viaggia a destra e a sinistra come è più conveniente. Il caldo si fa sentire, l’aria è molto umida, pesante, il cielo anche se sereno è di colore grigio. Qui e là si vedono mulinelli d’aria che risucchiano polvere e terra secca e la portano a decine di metri d’altezza. Superiamo il passo Shurobod ed entriamo nella valle del Panj con le sue acque grigie e rapide a volte spettacolari. Il fiume segna il confine tra il Tajikistan e l’Afganistan, una infinita rete metallica con filo spinato ne disegna i contorni, tutta l’area è presidiata da militari armati. Sosta davanti al cartello che indica AFGANISTAN per una imperdibile foto ricordo. Sul versante opposto dominano le montagne afgane, secche, brulle. Solo i terreni vicini al fiume sono verdi, si vedono alcuni villaggi, una bimba ci saluta. Anche sul versante afgano c’è una strada sterrata, molto stretta, vedo passare solo motociclette. I controlli di polizia si susseguono. L’autista ha con sé decine di fotocopie dei nostri passaporti, ad ogni controllo ne consegna uno e così noi non siamo obbligati a scendere dall’auto. In totale oggi i posti di controllo saranno sei. Arriviamo a Qal’ai Kumb e troviamo un albergo modernissimo dove ci uniamo al gruppo della seconda auto composto da Mattia, italiano e guida alpina, un sud-coreano e una coppia di olandesi. Si cena tutti insieme sul terrazzo che dà sul torrente che genera un fragore quasi assordante. Al tavolo si aggiunge Giovanni, ciclista padovano, che ha pedalato da Tashkent fino a qui e, ovviamente, il suo percorso non è ancora terminato. Il nostro è appena iniziato.

DUSHAMBE

Viali alberati e fresche fontane caratterizzano il centro di Dushambe. Fino a cento anni fa era un piccolo villaggio con un attivo bazar ma l’arrivo della ferrovia sovietica nel 1929 l’ha trasformato nella capitale del Tajikistan, repubblica diventata indipendente nel 1991. Il viale Rudaki, la principale arteria della città, la attraversa da Sud a Nord. Il viale ha alberi su entrambi i lati ed anche lungo lo spartitraffico centrale che si trasforma così un infinito giardino pubblico. La sera, con l’arrivo del buio, migliaia di archi luminosi creano un lungo tunnel illuminato. In pieno centro si apre la Maydani Dusti, la piazza dell’amicizia. Attorniata da palazzi istituzionali è dominata da un altissimo arco dorato che fa da cornice alla statua di Ismoil Somoni, fondatore della dinastia dei Samanidi, vissuto nel X secolo. Dietro la base di marmo rosso ha inizio una lunga serie di getti d’acqua. Il Parco Rudaki è il polmone verde della città, molto fitto, ricoperto di piante e fiori, tutto ben tenuto e innaffiato. Nel centro del parco l’ennesima fontana e la statua del poeta persiano Abu Abdullah Rudaki circondata da un arco a semicerchio con mosaici policromi. Dushambe ha qualche interessante museo, aree verdi e fontane ma non sembra essere una grande attrazione turistica. Ma allora perché andarci? Perché è la base per interessanti escursioni verso i monti Fan e l’Iskander Kul (lago) a occidente, in direzione di Samarcanda, ma soprattutto per la Strada del Pamir e la valle del Wakhan che rappresentano il mio percorso dei prossimi giorni.      

NORD SUD OVEST EST

“Nord Sud Ovest Est e forse quel che cerco neanche c’è” così cantavano gli 883 molti anni fa. Io invece so quello che cerco e sono certo che esiste: voglio riattraversare il Pamir, terra di panorami mozzafiato, valli profonde circondate da montagne che toccano i settemila metri, villaggi remoti dove risiede una grande eredità culturale.

Due anni fa ho attraversato il Pamir da Est a Ovest, da Kashgar a Osh, seguendo la Via della Seta. Quest’anno invece partirò da Dushambe, capitale del Tajikistan, in fuoristrada lungo la valle del Vakhan, da Ovest verso Est, e poi su in direzione Nord per incrociare nuovamente Osh in Kirghizistan. Di nuovo verso Est attraverso montagne e laghi d’alta quota fino a raggiungere, forse, il Kazakistan.

NB: quando leggerete i miei testi e guarderete le mie foto sappiate che non sarà utilizzato alcun programma di “Intelligenza Artificiale” e, come sempre, nessuna “post produzione” dei miei scatti

VENEZIA – LA VIA DELLA SETA TERMINA QUI’  

Marco Polo ed i mercanti, il Doge ed il Bucintoro, il Carnevale e le maschere, i vaporetti e le gondole, calli e ponti, tutto questo e tanto altro ancora è Venezia. Città unica al mondo !

In battello fino a San Marco per la foto ricordo in una giornata di cielo coperto e qualche goccia di pioggia.

Il carico di tappeti orientali, la cassa di ceramiche uzbeche, la balla di the cinese, le spezie e i bozzoli dei bachi di seta sono arrivati a destinazione 🙂

Hong Kong – Venezia, percorso ultimato

L’ULTIMA TAPPA: ATENE – PATRASSO – VENEZIA

Ulivi e cipressi, rocce e montagne verdi, mare blu e cielo azzurro. Con un moderno e veloce pullman lascio Atene, supero Corinto, e un ponte sospeso a tre campate preannuncia l’arrivo a Patras. Ricordo quando quel tratto di mare lo attraversavo in ferry, in auto o in camper. Un aperitivo vista mare per poi raggiungere il “nuovo porto”. Nella sala d’aspetto vedo solo ciclisti, due coppie e due single. Io, l’unico pedone, col mio robustissimo valigione in lega d’alluminio che però per la terza volta consecutiva (in tre viaggi) ha perso una coppia di ruote ! Orario previsto per la partenza del ferry: 23,59 per la precisione. Ma a mezzanotte nulla succede, il carico dei mezzi è completato ma tutto rimane immobile. Alle tre decido di stendermi quando ancora nessun segnale preannuncia la partenza. La mattina successiva il portellone è ancora abbassato. Dall’altoparlante viene annunciato un guasto tecnico e la compagnia offre la colazione, pessimo il caffè. Tutti i passeggeri hanno facce perplesse e desolate. A mezzogiorno viene annunciata la partenza per le ore 13 e anche il pranzo viene offerto. Vado di moussaka e poco dopo le tredici si salpa. Finalmente! Si costeggia la Grecia Occidentale mentre “il mare è una tavola blu” come cantava il buon Edoardo Vianello. La rotta incrocia le isole ionie e all’ora del tramonto virata a destra per entrare nel golfo di Igoumenitsa. Sosta di un paio d’ore per permettere il carico di camion e vetture, e dopocena, ormai col buio, si riparte. Di nuovo una giornata soleggiata ma col cielo velato. Si supera Corfù e il canale di Otranto. Attorno ai tavolini del salone si notano i gruppi di camionisti che usualmente percorrono questa rotta. Alle pareti quattro monitor trasmettono programmi italiani (fortunatamente senza audio): Rai1 (sottotitolata) e Rai3. Purtroppo niente wi-fi a bordo. L’arrivo è previsto con circa dodici ore di ritardo: verso le 21,30, mi è stato detto, invece delle 9,30 del mattino. In mare aperto ora si intravede qualche profilo appenninico, il monte Conero. Sul lato italiano vedo due piattaforme petrolifere mentre sul lato croato sono almeno dieci, tutte pescano nello stesso bacino. Il mare si apre e all’ora del tramonto si rivede la costa italiana, il sole sembra stia bruciando le città della costa. Col buio entriamo in laguna e imbocchiamo un canale di luci che ci porta dritti verso il porto. Manovra di attracco con 12 ore di ritardo. Lo sbarco pedonale al terminale di Fusina della ANEK/Superfast è addirittura allucinante. Un lungo percorso pedonale, un piazzale enorme e l’assenza di una qualsiasi struttura, c’è solo una biglietteria. Non un bar, una connessione wi-fi, non un taxi. Mi dicono “il taxi lo deve chiamare lei”, il numero scritto a mano è appeso alla parete. Altri sei passeggeri stranieri si trovano nelle mie identiche condizioni senza sapere cosa fare, letteralmente persi. Fortunatamente ci sono io che parlo la lingua locale e chiamo due taxi da condividere: uno per tre persone verso piazzale Roma e un altro con destinazione la stazione ferroviaria di Mestre. Arrivare in laguna però è sempre una grande emozione, anche di notte.    

Patrasso

In navigazione

Un canale illuminato in dirizza la nave in porto

UNA DOMENICA AD ATENE

Passi lentissimi e molto cadenzati caratterizzano il cambio della guardia davanti al palazzo del Parlamento Ellenico. Ad ogni ora gli “euzoni”, i soldati della guardia d’onore, eseguono questa rappresentazione. Due guardie si scambiano la posizione in garitta seguendo una particolare sequenza. Molto particolare è la loro “divisa”: un camicione bianco con gilet nero, una gonnellina bianca con 400 pieghette (una per ogni anno di dominio turco della Grecia), una grossa cintura, calzamaglia bianca, scarponi rossi con un pompon nero sulla punta. Un terzo soldato in divisa militare è incaricato di rendere perfetto l’abbigliamento delle due guardie. Terminato il cambio sistema loro il cinturone, i capelli e soprattutto si occupa della perfezione della posizione del gonnellino. Un rituale un po’ assurdo ma ormai diventato tradizione. Un efficiente sistema di metropolitana mi consente di raggiungere l’Acropoli. Non sono necessarie molte parole per descrivere questa famosa roccia che sovrasta la città con il Partenone. Molto interessante è la visita al museo che ospita una eccezionale raccolta di reperti. Bellissima la moderna architettura dello stabile completata nel 2004 ed aperta al pubblico nel 2009. In particolare voglio segnalare l’esposizione di cinque delle sei originali Cariatidi, la sesta è conservata al British Museum di Londra mentre quelle attualmente installate all’aperto nella loggia dell’Eretteo sono delle copie. Pranzo in spiaggia a Edem facilmente raggiungibile con il tram cittadino. Stupendi gamberi grigliati, insalata e ouzo ghiacciato. Clima e temperatura sono ancora molto estivi nonostante il calendario. Per cena sono invece alla Plaka, imperdibile quartiere adiacente all’Acropoli. Bar e ristoranti sono attivissimi, questa sera scelgo una moussaka, buonissima, accompagnata da un buon vino bianco secco. Un ouzo ghiacciato in piazza Omonoia prima di rientrare in albergo è d’obbligo.

Piazza Syntagma, il palazzo del Parlamento greco

Il cambio della guardia

Tutto deve essere perfetto, le 400 pieghe del gonnellino devono essere esattamente allineate

L’acropoli e il Partenone

Le Cariatidi

Hermes

Moussaka, olive nere e vino bianco

Piazza Omonoia in notturna

CIPRO

Dalle più profonde e misteriose acque blu del mare Mediterraneo, proprio come Afrodite la dea greca dell’amore e della bellezza, emerge un’isola con la sua importante storia, le sue antiche tradizioni e la sua vasta cultura. Quest’isola è Cipro (traduzione liberamente tratta dal “museo del vino”, Erimi)

Abitata sin dal 10.000 ac. da un punto di vista prettamente geografico apparterebbe al continente asiatico. Fu conquistata da Alessandro Magno, dai romani e dai bizantini. Fu importante tappa dei crociati e con loro arrivò Riccardo I d’Inghilterra durante la Terza Crociata. Nel XV secolo fu il turno della repubblica di Venezia e più tardi venne assegnata all’Impero Britannico. Divenuta indipendente nel 1959 subì un colpo di stato che fu pretesto per la fondazione della Repubblica Turca di Cipro del Nord. La “nazione” turca è attualmente riconosciuta dalla sola Turchia mentre il settore greco-cipriota ha aderito all’Unione Europea e ha adottato l’Euro quale valuta nazionale. La gestione del territorio di quest’isola continua ad essere un’anomalia dal lontano 1974: una doppia linea di frontiera (chiamata Linea Verde) divide in due il paese e nel mezzo c’è una sorta di “terra di nessuno”. Circondata dal mare Cipro ha anche un interessante entroterra verde che ricorda quello delle isole greche. Nella zona Sud-occidentale si trova la catena montuosa del Troodos che sale tra larici e cedri fino ad arrivare alla vetta del monte Olympios a 1953 metri slm. Queste montagne sono caratterizzate da un clima fresco che diventa anche freddo durante la stagione invernale. Alla periferia di Platres, completamente immerso nei boschi, si trova il famosissimo Forest Park Hotel. Costruito negli anni trenta su disegno di un architetto israeliano fu ampliato nel 1990. La parte storica in stile art decò è stata perfettamente conservata e continua ad essere la sala ristorante dell’albergo. Durante la seconda guerra mondiale passò sotto il comando militare britannico e fu trasformato in ospedale. A guerra ultimata riprese le sue funzioni primarie e divenne “l’hotel dei re” ospitando, tra i tanti, il re egiziano Faruk. Tra queste dolci vallate si trovano diversi monasteri riconosciuti patrimonio mondiale dall’UNESCO. Costruiti tra il XI ed il XV secolo da monaci ortodossi spinti in luoghi remoti a causa della loro fede. Gli interni delle chiese sono affrescati con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento secondo la tradizione ortodossa.

Il buon vino e la buona cucina non mancano. Sull’isola si produce il vino sin dal lontano 5.000 ac. Lo testimoniano le anfore trovate dagli archeologi, agli inizi avevano una forma tozza ma nel corso dei secoli si allungano e si restringe l’imboccatura per meglio conservare il vino. Interessante è la collezione di terracotte del museo di Erimi gestito dalla signora Anastasia dove si possono anche degustare vini bianchi, rosati e rossi. A Cipro abbiamo diverse tipologie di vini: Xinisteri (bianco secco), Cabernet Sauvignon (rosato secco o mediamente dolce), Mattaro e Maratheftiko (rossi di corpo da 13°). Dalle vinacce si producono anche grappe. La cucina locale ricorda molto quella greca a partire dai meze: tanti piccoli assaggi di verdure, formaggi e salsine che possono anche rappresentare un pranzo completo. Normalmente sono accompagnati dal pane tipico: la pita. Souvlaki (spiedini di carne), moussaka (melanzane al forno), pasticio (pasta al forno), tutti i piatti che ci riportano in Grecia. Particolarmente saporiti sono i pomodori, le olive e non possono mancare i cetrioli.

Castello di Kolossi, XIII secolo

Spremitore delle uve e giara in terracotta per la conservazione del vino

Bosco sui monti Troodos

Monastero ortodosso e altare

NICOSIA – LA CITTA’ DIVISA

Così come Gorizia dal 1947 e Berlino dal 1961 anche la capitale di Cipro, Nicosia, è una città divisa in due parti. Per passare da un settore all’altro della città occorre mostrare il passaporto alle guardie di frontiera che ne registrano il passaggio in modo digitale. Da un lato lingua e moneta turca, moschee e canti del muezzin, mentre nell’altro settore lingua locale, alfabeto greco ed Euro. Il check point più utilizzato è certamente quello sulla Ledra street, un passaggio solo pedonale che unisce i due tratti della medesima strada. Ledra street è il cuore pulsante della città dove si affacciano negozi, bar e ristoranti. Io pranzo nel fresco cortile di To Anamma dove trovo nientemeno che un fresco spumante Martini. Opto per un meze e lo compongo io con olive verdi, tzatziki, polpette di melanzane, funghi grigliati e naturalmente la pita, il tipico pane greco. Nel settore turco si trova il Kumarcilar Inn, una tipica costruzione ottomana il cui cortile era dedicato ai commerci. Il centro storico di Nicosia è completamente circondato da mura difensive risalenti all’epoca medioevale e ricostruite nel XVI secolo dalla Repubblica di Venezia. Di base hanno una forma circolare con una circonferenza di 5 km ma con undici bastioni pentagonali simili a quelli di Palmanova. Ogni bastione porta il nome di famiglie italiane che ne finanziarono la ricostruzione. Nel settore cipriota, appena fuori le mura, si notano ancora i vecchi siti militari risalenti al 1974: postazioni per cecchini, bidoni di protezione e filo spinato. A pochi metri da una di queste aree si trova un’oasi di pace: la chiesa della Santa Croce. Parrocchia di rito cristiano è stata visitata da Papa Benedetto XVI nel 2010 e da Papa Francesco nel 2021, frequentata da fedeli provenienti da oltre cinquanta paesi qui si celebrano le messe in ben otto lingue diverse. Proseguendo lungo via Mouselou si incontra il teatro cittadino con una facciata neo-classica e di fronte troviamo il Museo Nazionale di Cipro, fondato nel lontano 1882, che ospita un’ampia collezione di antichi reperti neolitici e statue di straordinaria bellezza tutte provenienti dalla stessa Cipro.

Muro di confine tra “le due Cipro”

Ledra Street check-point

Ledra Street

Portale d’ingresso al Kumarcilar Inn (settore turco)

La chiesa della Santa Croce (settore europeo)

Una delle tante meraviglie esposte al Museo Nazionale di Cipro

VERSO CIPRO

Un treno moderno a trazione diesel con destinazione Adana, se ho capito bene la tratta fino a Mersin è interrotta a causa del terremoto. E’ domenica pomeriggio e di fronte a me ho un signore con un laptop e in fianco giovani studentesse, dormicchiano, guardano il telefonino, sentono musica. Una sta facendo il compito di fisica ma il risultato non le torna. Il treno è sicuramente di pendolari che per motivi di studio o di lavoro tornano ad Adana dopo il week end passato in famiglia. La ferrovia costeggia il mare che mi affascina molto dopo le steppe ed i deserti asiatici. Il sole tramonta e il cielo si fa rosa, in un attimo è buio. Pernotto ad Adana e per cena, guarda caso, Adana kebab con insalate. La mattina successiva in bus per Mersin, un’oretta di sosta e si riparte per Tasucu. Un bus molto moderno con wi-fi a bordo, servizio bevande, e dopo circa 1h e 20’ vengo lasciato sul bordo della strada. E’ già metà pomeriggio ed ho bisogno di alimentarmi. In un piccolo locale trovo una signora che prepara una crepe cerazain. Depone la pasta liquida sulla piastra, la stende bene e poi ci aggiunge: un uovo, del formaggio gratuggiato, cubetti di prosciutto ed erba cipollina. Pochi minuti ed il mio pranzo è pronto. Faccio chiamare un taxi per raggiungere il porto e si presenta un altro autista molto disponibile. Andiamo al porto, poi in ufficio per acquistare il biglietto, l’agenzia non accetta carte quindi di corsa al bancomat e ritorno, e con il biglietto del ferry in mano possiamo scegliere un albergo per la notte. La scelta cade su Suite Marina, economico, pulito, vista mare. Per cena lungo il porto scelgo calamari fritti e due calici di vino bianco fresco. La mattina un bel bagno in mare e colazione per poi proseguire verso il porto in navetta. Il ferry è un grande catamarano che riesce ad attraversare il braccio di mare in 2h e 45’. Lasciato il porto naviga lungo la costa turca per poi attraversare il mare aperto. Man mano che ci avviciniamo all’isola il mare peggiora ed alcuni passeggeri incominciano a star male, solo ora capisco l’insistenza di un addetto nel consegnare a tutti i costi dei sacchetti di plastica neri. Allo sbarco vengo accolto da un forte vento giusto per con fermare che siamo su un’isola. Lunghe code al controllo passaporti anche per i turchi ma soprattutto nessuna suddivisione tra paesi d’origine. Oltre quaranta minuti di coda per il controllo passaporto e facciale ed ancora un pò di pazienza per il controllo doganale dei bagagli. All’uscita della stazione una bella sorpresa: nessun autobus in direzione della capitale. Attendo un taxi e chiedo al giovane autista di portarmi alla ”border” perchè sò che il mio albergo è in area cipriota e non turca. La strada ha dei lunghi tratti completamente intasati tant’è che occorrono 1h e 20’ per raggiungere la città. L’autista insiste nel portarmi a destinazione ma senza mai oltrepassare la linea di confine. Io francamente non sò come funzioni però vedo che lui segue le indicazioni del cellulare continuando a vagare inutilmente per la città. Ad un certo punto cede e mi propone di prendere un taxi cittadino. Per trovare supporto entro in un lussuosissimo albergo dove trovo una connessione wi-fi ed un receptionist molto gentile che mi chiama un secondo taxi. Altri quaranta minuti di attesa ma poi arriva un bel mini-bus tutto per me, l’autista digita l’indirizzo sul cellulare e sentenzia: entro 20 minuti sei in albergo. Ed in effetti così è stato, il passaggio dalla zona occupata a Cipro ha richiesto solo una rapida visione del passaporto. Anche questa piccola odissea è finita, concludo la serata presso un ristorante di qualità proprio in fianco all’albergo. Ottimo servizio in lingua italiana e bei sorrisi. Prima ancora di ordinare mi viene servito del pane e delle olive nere e verdi ed una caraffa di vino bianco fresco e secco. Mi sembra di essere risuscitato. E dopo settimane di paesi islamici mi ordino del maiale in umido con patate e piselli. Nel complesso anche questa è una piccola soddisfazione.

Il tabellone degli orari dei treni presso la stazione di Iskenderun

Il treno per Adana

Il pullman per Tasucu

Il centro di Tasucu

Il ferry che collega la costa turca con l’area occupata di Cipro