Un Natale molto, molto insolito

Il giorno di Natale per me è sempre stato il giorno dedicato alla famiglia, da trascorrere attorno a un tavolo, cose buone da mangiare, il panettone, lo spumante, lo scambio dei doni. Quest’anno invece il mio Natale è stato molto insolito e lo ritengo una eccezione. La sera della vigilia mi incammino verso l’hotel Pilamo, l’unico in Wamena dove è possibile, di tanto in tanto, avere una connessione wi-fi. Lungo il cammino incomincia a piovere a dirotto e quando chiedo la connessione mi sento rispondere che con la pioggia non c’è alcuna possibilità ! Era mia intenzione inviare un po’ di auguri ma mogio mogio entro nel ristorante e mi siedo ad un tavolo. Sulla mia destra una tavolata di giapponesi che cena ma in sala non c’è un cameriere. Più tardi vedo arrivare il padrone dell’albergo Rainbow dove pernotto, anche lui arriva per cenare con moglie e figlia. Poco dopo scopriamo che non c’è più servizio, sono solo le 19 ma lo “chef” è già andato a casa. Jeff, il padrone del Rainbow, mi offre un passaggio verso un altro albergo dove avevo già cenato un paio di sere prima e mi invita al tavolo con moglie (canadese) e la figlia di quasi cinque anni. Ordino una zuppa di verdure, molto buona, e dei gamberi. Mi viene servito un piccolo vassoio con dei gamberi di fiume (il Baliem) di colore rosso acceso. I più piccoli sembrano degli scampetti mentre i più grandi hanno delle enormi chele che assomigliano a delle aragoste, polpa bianca, molto carnosa e saporita. Unica nota negativa: solo acqua, a Wamena vige il divieto di vendita degli alcoolici. La serata con la famiglia indo-canadese è piacevole e mentre mi riaccompagnano in albergo mi invitano a cena per la sera di Santo Stefano. La mattina di Natale sole, cielo azzurro e nuvole bianche. In fianco all’albergo c’è una chiesa protestante con un grande tetto azzurro spiovente, bianca, con un bordino rosa. All’esterno vedo moltissime moto, entro ed è strapiena di fedeli sia al piano terra che sulla balconata, si sta celebrando con molta devozione la messa di Natale. Vado in aeroporto per prenotarmi un ritorno verso Jayapura ma oggi è tutto chiuso, decido così si seguire il mio programma originario ed in auto vado verso il Baliem Valley Resort. Una ventina di chilometri in fuoristrada, prima un asfalto a tratti nuovo ed a tratti dissestato e poi uno sterrato in salita. Ci si porta dai 1.650 metri di Wamena ai circa 2.000 del cosiddetto German hotel. Il nome deriva dal fatto che la struttura è stata costruita, e viene tutt’ora gestita, da un tedesco di Francoforte, un gran viaggiatore che si è innamorato del luogo. La posizione è incantevole, il panorama sulla verde vallata è stupefacente. Si entra in una grande costruzione in legno e paglia dove si trova la sala da pranzo praticamente trasformata in museo in quanto ospita una eccezionale collezione di arte papuana. La struttura alberghiera è composta da una quindicina di cottage rotondi che ricordano le capanne dei dani, una base in cemento ma pareti in legno, tetto in paglia ed una terrazza circolare, anch’essa in legno.  L’interno è arredato con molto gusto, un letto pulitissimo (cosa rara da queste parti) e sopra un batik tradizionale, sul comodino una candela ed una statuetta in legno riproducente un guerriero. Anche il bagno è arredato in legno e, finalmente, una doccia decente tutta ricoperta da pietre. Il costo di una notte è “fuori budget” ma per il giorno di Natale si può fare l’eccezione. Qualche problema per avere l’elettricità e l’acqua calda ma poi il soggiorno è molto piacevole. Dopo i due giorni di trekking (seguirà un resoconto dettagliato) ho proprio bisogno di riposo e relax, di godermi il panorama e un po’ di lettura in terrazza. Per pranzo un “mie goreng” cioè noodles fritti, piccanti, una frittata, cetrioli e Coca Cola. La sera scendo in sala da pranzo e vengo invitato al tavolo dai soli ospiti presenti: due ragazze, bancarie colleghe di agenzia, ed un ragazzo funzionario dell’ambasciata d’Australia, tutti di Jakarta. La serata è piacevole, i ragazzi sono molto preparati e di cultura. Si parla dell’Indonesia, dei problemi del separatismo di Papua, dell’Europa (una ragazza ha vissuto 15 anni a Londra), dell’economia e dei problemi del mondo intero. Dalla terrazza ammiriamo una luna piena che si nasconde dietro le nuvole, la temperatura però incomincia rinfrescarsi. La mattina seguente, dopo una rapida colazione, mi faccio una passeggiata solitaria tra il villaggio e nel pomeriggio rientro in città. Finalmente riesco ad avere un’ora di connessione wi-fi, giusto il tempo per sentire Silvia che si è appena svegliata e un po’ di auguri via internet, le scuse per il mio ritardo ed i ringraziamenti. Riprende a piovere e rientro in albergo dove incontro Sachiko, giapponese, anch’essa invitata a cena. Jeff passa a prenderci e ci accompagna a casa passando dall’ospedale cittadino dove si aggiunge una giovane medico. Jeff è figlio di madre cinese e padre indonesiano, un missionario protestante arrivato a Wamena negli anni sessanta quando praticamente quì era tutta giungla. Ha costruito una chiesa ed un orfanotrofio ancora attivo. Entriamo in casa attraverso un vasto salone senza mobili, una tv e tanti divani. Ci fa accomodare in sala da pranzo dove troviamo un’altra giovane ospite, moglie e figlia. Una tavola preparata con cura e molto elegante, si nota un po’ di signorilità ed un tocco occidentale, al centro una bottiglia di spumante ! Che sorpresa ! In realtà è un vino dolce di mele ma lo stappo della bottiglia con relativo botto mi trasmette l’atmosfera natalizia. Si inizia con una zuppa di  verdure e manzo (un po’ duro), fette di prosciutto grigliate (in un paese musulmano, proveniente da Bali che è induista, in un territorio a maggioranza cristiana. Un bel mix!), calamari fritti ed un purè di patate. Conversazioni molto piacevoli, si parla di Indonesia, Giappone, Italia, religioni. Una serata davvero famigliare ed amichevole, grazie mille per l’invito. Un natale molto, molto insolito ed indimenticabile.

Buon Natale, Feliz Navidad, Joyeux Noel, Merry Christmas

Buon Natale Feliz Navidad Joyeux Noel Merry Cristhmas a tutti. Scusate il ritardo ma la vigilia ho provato ad inviarvi gli auguri ma non c’era la linea perché pioveva a dirotto, poi mi sono portato in un albergo meraviglioso in montagna e non avevo nessun tipo di connessione. Oggi sono rientrato a Wamena e posso incominciare a scrivere la storia di questi giorni indimenticabili. Un caro saluto a parenti, amici e followers

L’arrivo a Wamena

Venticinque minuti di volo sono sufficienti per raggiungere Wamena nel centro di Papua. Lasciato il mare solo montagne e colline verdi, poi una pianura, qualche risaia e tetti in lamiera. Così si presenta Wamena, una città di recente fondazione con strade tra loro parallele e perpendicolari. La pista dell’aeroporto è a ridosso della città, forse troppo corta per un Boeing 737, il pilota è costretto a frenare bruscamente. Si aprono i portelloni e sono tra i primi a scendere, nuvoloni sopra la mia testa e nessuna indicazione per l’aerostazione. Camminando sulla pista si passa sotto sotto le ali un aereo pronto al decollo. Mi guardo in giro come se chiedessi “ma dove debbo andare ?”. Poi mi fanno segno di qua, cioè mi indicano un capannone con piloni in legno e tetto in lamiera tutto bucato. Più avanti un cancello con dietro le persone che aspettano i passeggeri in arrivo. Facce un po’ brutte debbo dire e pelle molto scura, più africani che asiatici. Sulla mia destra una specie di pollaio chiuso da una lamiera ed una rete pieno di gente, è la “sala d’imbarco”, ed i bagagli chiedo ? La risposta non può essere che wait, wait e mi indicano un altro recinto con una specie di balconata in legno. I bagagli arrivano su dei carrelli trainati a mano, vengono depositati, si fa per dire, a terra. Si tra la terra e i sassi. Vedo però la mia valigia che qui è assolutamente riconoscibile senza ombra di dubbio. Inizia la ressa, tutti che chiedono i propri bagagli e si arriva tra urti e spintonate. Io mi ritraggo un attimo e poi arriva il mio turno. Bisogna riconoscere però che ogni bagaglio vene consegnato solo dopo un attento controllo dei codici di riferimento. Sono già stato avvicinato da strani tipi che si offrono come guide, cerco di evitarli ma all’uscita non trovo i taxi (qui non esistono) e mi faccio accompagnare da uno di loro che poi diventano due. Solo dopo un po’ capisco che mi accompagnano all’albergo suggerito dalla LP, a piedi. Comunque trovo una camera decente ed una guida per il trekking nella valle del Beliem. Partenza domani mattina in direzione Sud con guida e portatore, bagagli ridotti al minimo per una notte da passare in capanna. Sicuramente mi aspettano un paio di giorni indimenticabili.

Jayapura

Tra il volo delle sei del mattino e quello notturno scelgo quest’ultimo. La voce del capitano mi sveglia che è già giorno, volgo lo sguardo sotto le ali e vedo una grande distesa verde che finisce su una costa molto frastagliata. Un forte contrasto verde azzurro rotto da un serpentone marrone, le acque di un fiume che si gettano in mare. Sto per atterrare a Timika a Sud di Papua, solo uno scalo per poi arrivare a Jayapura, la città principale dell’isola situata a Nord, a pochi passi da Papua Nuova Guinea. La città è costruita attorno ad una profonda insenatura del mare racchiusa da alcune isole, tutto attorno colline verdi. Case anonime ed una chiesa cristiana protestante, di colore bianco, con una terrazza panoramica sul mare, l’interno addobbato di viola per l’avvento ed un prete chiaccherone che mi intrattiene con molte domande. Più avanti un centro commerciale a tre piani, pieno di negozi, dove pranzo e bevo un espresso double shot, davvero buono, preparato da un simpatico barista con una macchina rigorosamente italiana. Dal centro commerciale sale una strada verso la collina. Molte case di diversi colori, una specie di favela con migliaia di panni stesi. Molti bambini e ragazzi mi fermano con un hello o con un mister. Incontro una ragazzina con una bimba in braccio, un gruppetto che si rincorre per le stradine mentre un giovanotto lava un motorino ed un anziano taglia noci cocco. Passo davanti ad una piccola moschea mentre il muezzin chiama i fedeli alla preghiera, esattamente di fronte un terrazzino con l’albero di Natale ed un Merry Christmas. Trascorro un paio di pomeriggi in piscina, l’albergo ha una bella terrazza sul mare con tanto di palme. la domenica è molto frequentata, io sono l’unico straniero. In fianco a me tre giovani ragazze locali, ovviamente parlano l’indonesiano ma ad un certo punto sento dire una parola che attira l’attenzione di ogni italiano all’estero: spaghetti. Arriva una fondina fumante e le ragazze se la divorano, very good, italian food ! Sorrido e mi faccio coinvolgere, ordino subito una porzione anche per me. Debbo riconoscere che il sugo di pomodoro era un po’ particolare ma che gusto ! Divorati con passione ed un bicchiere di vino rosso.  Comunque io sono a Jayapura per organizzare la tappa successiva a Wamena, località posta al centro dell’isola. Il sabato pomeriggio mi reco al posto di polizia per richiedere il visto d’entrata nella zona della etnia Dani ma l’ufficio ha chiuso in anticipo. la domenica mattina invece ottengo il permesso con tutta facilità ma non riesco a prenotarmi il volo aereo perché nessun sito mi accetta la carta di credito ! Il lunedì mattina prenoto il volo per il giorno successivo, pagamento in contanti, quasi un milione di rupie ma sono circa 55 €. Impossibile anche prenotare un albergo, domani mattina parto e poi vedremo cosa succederà.

Papua, l’ultima frontiera

Papua, l’ultima frontiera. Così la Lonely Planet definisce la parte più orientale dell’Indonesia. Ricordo che l’Indonesia è costituita da migliaia di isole e isolette, si estende da Sumatra ( Nord-Ovest) fino all’isola di Papua ( ad Est ). L’isola di Papua, la seconda più grande al mondo, è divisa politicamente da una linea retta trasversale che fa da confine tra lo stato di Indonesia ( a occidente ) e Papua – Nuova Guinea ( ad oriente ). Papua è ancora molto legata alle tradizioni tribali e cerca di resistere alle intrusioni delle modernità, a fatica ovviamente. Non ci sono delle vere e proprie strade e questo è il motivo per il quale volo fino a Jayapura ( nel Nord ) via Timika ( nel Sud ). I papuani sono di origini melanesiane, etnicamente separati dagli indonesiani, ed all’interno dell’isola vivono ancora una vita molto primitiva. Non so quanto di tutto ciò riuscirò a scoprire ma accetto la sfida e ci provo.

Lenbongan Island

Mi imbarco su un enorme catamarano giallo e blu, poco meno di un ora e mi trovo su un pontone di fronte all’isola Lembongan a Sud-Est di Bali. Con un barcone sbarco su una bella spiaggia e con un furgone mi porto sul lato opposto dell’isola dove si trovano le coltivazioni di alghe marine. Nei campi rettangolari, come sulla terraferma, nelle basse acque marine le alghe si riproducono nel giro di una settimana. Donne su piccole barche raccolgono le alghe e le trasportano utilizzando grandi ceste di paglia. Nel villaggio vengono stese per essere esiccate. Qualche giorno, naturalmente dipende dal sole e dalla stagione, l’alga è pronta per la spedizione. Sarà poi utilizzata in tutta l’Asia per preparare il sushi, oppure essenze e profumi, in Medio Oriente perfino come droga. Rientrato sul pontone mi tuffo in mare per un po’ di snorkeling. Qui i fondali sono più interessanti, vedo spugne di diversi colori e pesci  a righe colorate orizzontali o verticali. Mi colpisce in particolare uno strano pesce, lungo circa 40 cm, piatto, con una specie di unicorno lungo 7/8 cm che spunta sopra gli occhi. La mia amica Paola mi saprà dire a quale razza appartiene. Più tardi mi offrono di andare sulle banane trainate da un motoscafo. Dopo un primo rifiuto mi faccio convincere. Salgo con una famiglia cinese e mi diverto moltissimo, così rifaccio un altro giro. Non l’avrei mai detto ! Pranzo a buffet e si rientra mentre tutto lo staff, dalla guardarobiera al cuoco in giacca bianca, ballano assieme ad un animatore pieno d’energia.

Visitando Bali

A Bali praticamente non ci sono mezzi di trasporto pubblici. Per visitare l’isola sono quindi costretto a noleggiare un’auto con autista, un giovane ragazzo che ha lavorato alcuni anni a Praga. Attraversiamo tutta l’isola da Sud a Nord per arrivare in prossimità del vulcano Gunung Batur la cui enorme caldera include anche un lago. Sul versante occidentale,  nei pressi di Kintamani, ci sono delle sorgenti calde dove è stata costruita una specie di spa all’aperto. Piscine e pozze con l’acqua calda sorgiva che sgorga dalle proboscidi di elefantini di tutte le dimensioni e colori, dal viola al giallo. Mi immergo nelle calde acque e dalla piscina più avanzata si gode il bellissimo panorama della verde vallata che termina col cono vulcanico con la vetta racchiusa tra le nuvole. Il cielo è coperto, piove solo per qualche minuto mentre pranzo dopo il bagno. Ripartiamo per raggiungere Pura Tirta Empul un tempio buddista in stile baliano. Il tempio risale alla fine del I millennio ed è costruito in perfetto stile baliano con statue, portali, immerso nella natura equatoriale. La caratteristica di questo tempio sono le famose sorgenti sacre ritenute dotate di poteri magici. Le sorgenti sgorgano in due vasche affiancate con elefanti in pietra ai lati. I getti d’acqua “sacra” sono allineati e fatti in modo che i fedeli possano fare le loro abluzioni entrando nelle vasche e passando da un getto a quello successivo. Il livello dell’acqua arriva più o meno alla vita cosi i fedeli fanno scorrere l’acqua dalla testa lungo il busto. Le donne entrano in acqua totalmente vestite con i bambini in braccio mentre gli uomini, come al solito, sono belli comodi ed anche a torso nudo. Più avanti alcuni altari dove i fedeli vanno a farsi benedire da un monaco vestito di bianco. A mani giunte i fedeli ricevono la benedizione che consiste in un getto d’acqua sul capo, molto simile al rito cristiano. Un’oretta d’auto ed arriviamo nella valletta dove ci sono le risaie a terrazzamenti. Una valle profonda circa cento metri, e larga poco più, è stata completamente terrazzata per poter coltivare il riso. Alcune risaie hanno le piante alte mezzo metro circa con il riso pronto da raccogliere, altre hanno le piantine già tagliate. L’acqua, elemento necessario per questa coltivazione, scorre attraverso dei piccoli canali dall’alto verso il basso. Tutto attorno una ricca vegetazione dove prevalgono palme e bambù. Mi trovo sulla strada piena di negozietti e ristorantini e provo a passare sul lato opposto della valle. L’unico sentiero che trovo è troppo ripido e scivolo, rinuncio. Vengo poi fermato da due ragazzine che si propongono di farmi da guida, sono così simpatiche che accetto la proposta. Naturalmente loro conoscono un passaggio ripidissimo ma percorribile, scendiamo così fino a fondo valle. Superiamo un ponticello costruito con legno e bambù e subito dopo in una capanna una signora pretende il pagamento di 5.000 rupie (3,30 €) per il mantenimento del ponte. Ora saliamo tra le terrazze lungo un sentiero ed arriviamo presso un’altra capanna dove un signore ci chiede un altro pedaggio per il mantenimento del sentiero, incredibile ! Altre 10.000 rupie. Arriviamo così al termine del sentiero e ritorno sulla strada asfaltata dove mi attende l’autista. Con piacere dò l’importo pattuito alle due simpatiche ragazzine che mi promettono di dividersi l’importo da amiche, non ho dubbi e pago con un sorriso. Anche qui tutto organizzato per sfruttare il turista, va aggiunto che l’autista ha pagato altre 10.000 rupie per transitare sulla strada della valletta. Riconosco che la zona è particolarmente suggestiva ma mi emozionava di più vedere qualche terrazza, anche in pianura, dal finestrino del treno.

Bali – Sanur o Kuta ???

Il volo notturno per Denpassar ha un ritardo di un’ora che alla fine diventano quasi quattro. Arrivo in albergo che è quasi mattina, mi apro il cancello da solo e poi si presenta il custode. Sono a Sanur, località posta sulla penisola meridionale di Bali, sul fronte orientale. Sanur è considerata la parte tranquilla dell’isola, adatta per famiglie e … pensionati, ciò in alternativa al lato opposto che viene considerato il centro dello shopping e della vita notturna.  Ho l’albergo a dieci metri dal mare, esco e mi trovo in un luogo di nome “Terrazza Martini”, si come a Milano. Sull’angolo di sinistra c’è un ottimo ristorante italiano dove si mangia una buona pizza “Napoli” e spaghetti aglio e olio con gamberetti. Verso destra una bella spiaggia, molti chioschetti che offrono anche lettini ed ombrelloni nonché cibo e bevande. C’è anche un chiosco aperto dove sette signore simpaticissime offrono massaggi. Insomma un luogo dove potersi rilassare e dopo una settimana in viaggio con Silvia è perfetto. Sul lato opposto, a sinistra dell’albergo, un lungomare solo pedonale con alberi, tempietti in stile baliano e ristoranti un po’ più pretenziosi. Qui provo solo il “Sanur Bay” consigliato anche da LP. Si mangia coi piedi nella sabbia ascoltando una giovane ragazza dalla voce molto dolce e ben impostata, accompagnata da un trio di musicisti.  Mangio un pepes ikan, piccoli tranci di pesce marinati in salsa balinese con riso bollito, il tutto presentato su foglie di banano secondo la tradizione locale. Buonissimo ! La cosa interessante è che il ristorante dipende dal Sanur Village Social Commmittee che riutilizza i profitti per aiutare la comunità locale costruendo scuole, dispensari, templi e centri d’arte. Insomma una forma di turismo più che responsabile oltre che piacevole. La mia curiosità, la voglia di conoscere i diversi aspetti delle cose mi porta a Kuta per scoprire come è il turismo di massa. Kuta ha una bella spiaggia con piante e alla loro ombra tanti chioschetti ma nessun ombrellone. Sul trafficato lungomare alberghi di lusso, dallo Sheraton in giù. Io mi son prenotato un quattro stelle a sconto 60 %. Un paio di ristoranti locali mentre tutto il resto è costituito da bar, ristoranti moderni ed uno shopping centre a tre piani pieno di luci natalizie ed anche neve finta. Decisamente non è il mio stile ma il mio luogo preferito è l’Hard Rock Cafè Bali. Un locale molto buio e col volume della musica troppo elevato per la mia generazione ma anche del personale molto cordiale ed un gruppo d’eccezione: gli After Seven. Tre vocalists, basso e chitarra, organo e batteria, con un repertorio che va da Elvis  ai Red Hot Chili Pepper passando attraverso i Beatles, Sting e i Police, Bob Marley ed il reggae. Già dalla prima sera saluti a Oscar e all’Italia e l’ultima sera si balla tutti assieme col pubblico sia locale che straniero. Molto divertente, e quindi Sanur o Kuta ?

Carita ed il vulcano Krakatau

Si parte la mattina in auto con autista verso la punta estrema di Giava. Dopo un’ora di autostrada il percorso si fa interessante e piacevole. Come sempre risaie e palme ma anche colline verdi. Difficile, a causa del traffico, l’attraversamento di una città ma dopo circa tre ore arriviamo presso un condominio dove ci assegnano una camera. Una piccola veranda con un paio di finestre ci consentono di avere una vista mare attraverso le fronde di due piante. Andiamo rapidamente in spiaggia, non bellissima ma con sabbia fine e piante verdi, lunga un paio di chilometri, praticamente deserta. Non mi trattengo e mi tuffo nelle acque tiepide, giusto in tempo perché subito dopo arriva il temporale. Sotto una pioggia fortissima andiamo a pranzo proprio di fronte a noi. Un ristorante locale senza pretese ma con dei buoni piatti. La mattina successiva partiamo di buonora. Ci accompagnano in macchina al porto dove ci imbarchiamo su un cabinato mosso da due potenti motori. La pioggia purtroppo oggi arriva subito, il mare si fa mosso e diventa di color blu scuro, minaccioso. Il pilota non demorde, coi motori sempre al massimo attraversiamo il braccio di mare che separa l’isola di Giava da Sumatra, entrambe facenti parte dell’Indonesia. Il cielo è ovviamente grigio ed il panorama altrettanto. Arriviamo in prossimità del vulcano Krakatau racchiuso da nuvoloni grigi. Sbarchiamo sull’isola minore considerata la figlia dell’isola principale, il vulcano Anak. Quest’isola si è formata nel 1883 ( ! ) in conseguenza di una forte eruzione del Krakatau che provocò anche una serie di tsunami che causarono migliaia di morti. Un salto, e dalla barca ci troviamo su una spiaggia nera. Piove, con poncho e k-way ci proteggiamo dalla pioggia ed incominciamo a salire le pendici del vulcano. Incredibile, ma attraversarsiamo un’area coperta da giovani pini e da uno strano sottobosco distribuito sulla terra nera. Usciti dal boschetto il sentiero sale sul cono del vulcano. Si arriva nel punto in cui la lava si è depositata solo alcuni anni fa in seguito ad una eruzione. Oltre alla roccia nera troviamo zone rossiccie ed altre giallastre. In molti punti vediamo soffiate di vapore, il vulcano è ovviamente ancora attivo. La foto ricordo ad un passo dal cratere è d’obbligo. Scendiamo sulla spiaggia e smette di piovere. Attraversiamo un breve braccio di mare per dirigerci verso l’isola principale, verso il Krakatau, oggi non più attivo. Di nuovo un salto e sbarchiamo su una spiaggetta deserta frequentata solo da un paio di tranquilli iguana. Il mare qui è verde scuro e tranquillo. La spiaggia, anche se non frequentata, è sporca perché raccoglie tutto ciò che la marea deposita, dietro la spiaggia invece piante verdissime e più sopra la figura conica del vulcano. Mi tuffo in mare, due bracciate e mi giro per salutare Silvia, non trovo più nulla sotto i miei piedi ! Il pilota mi urla: “snorkeling” e ci offre maschere e boccagli. Ci buttiamo e immediatamente mi rendo conto che qualche metro dopo il bagnasciuga c’è l’abisso, cioè il ripido cono del vulcano prosegue verso il fondo del mare, blu, sempre più blu. Il fondale roccioso non è particolarmente interessante tranne che per qualche riccio con gli aculei lunghissimi ma i pesci, che sorpresa ! Bellissimi, colorati, a strisce bianche e nere verticali, a strisce orizzontali verdi e gialli, pinne viola fosforescenti, grandi e piccoli. Tra le rocce una specie di murena che mi fissa e non si muove. Ma la grande emozione è di essere sottacqua con Silvia dopo oltre una dozzina d’anni e la cosa più bella è che la comunicazione muta nell’acqua funziona come allora. E’ difficile uscire da quell’acquario ma il pranzo ci aspetta. Due confezioni in polistirolo con riso fritto e pollo che divoriamo sulla spiaggia. Ripartiamo e riprende a piovere, il motoscafo stenta a fendere le onde del mare che di nuovo è minaccioso ma il pilota tira dritto. Arriviamo in porto e troviamo la macchina pronta. Sosta per un the e si riparte verso Jakarta. Altre quattro ore d’auto per raggiungere l’aeroporto. Abbracci continui, “ci rivedremo in primavera, spero”, ora le nostre strade si dividono: Silvia si imbarca per Milano via Doha ed io parto per …

Ritorno a Jakarta

Altre otto ore di treno e rientriamo a Jakarta. Ora sappiamo come funziona l’Eksekutif e già la mattina prenotiamo il pranzo. Verso mezzogiorno ci portano due confezioni in polistirolo, pulite, ben preparate. All’interno riso fritto, pollo arrosto ed un uovo. Buona anche la qualità del cibo. Oggi è il primo giorno che non piove nonostante la stagione. Arrivati a Jakarta ritorniamo in centro presso la piazza Taman Fatahillah che si sta animando solo ora. Due passi nel mercato della via adiacente e percorriamo una stretta via dove ci sono solo chioschetti e baracchetti di cibo di strada. Pollo, fritti di ogni tipo, uova e riso ovviamente, seduti ai tavolini decine di indonesiani cenano. Noi invece scegliamo il Djakartè, un ristorante coi tavolini all’aperto lungo l’isola pedonale tra le palme. Riso fritto ma soprattutto una buonissima zuppa di pesce, molto saporita, piccante al punto giusto (almeno per noi), noodles, gamberetti e calamari, carote e cavolfiori, verdure miste e gusti orientali. E’ così buona che facciamo il bis e scattiamo una foto per rifarla a casa. Due passi dopo cena ed in piazza vengono stesi dei grossi teli dove si può bere e fumare shisha ma anche mangiare del cibo esposto in piccole vetrinette allestite alla meglio. Noi rientriamo in albergo, domani si riparte !