Il 14 febbraio del 1900, il giorno di San valentino, una ventina di ragazze ed alcune insegnanti di una scuola privata di Woodend (circa 70 km da Melbourne) organizzano una gita a Hanging Rock per un picnic. Il luogo è stato sempre considerato sacro e magico dagli aborigeni Wurundjeri. Si tratta di rocce di origine vulcanica che hanno subìto un’erosione nel corso dei millenni e che dopo la glaciazione si sono spaccate.
Torniamo al racconto, il gruppo arriva verso l’ora di pranzo e dovrebbe rientrare per le 5 del pomeriggio, prima che faccia buio. Un’ora prima della prevista partenza alcune ragazze propongono una breve passeggiata tra le rocce e così in quattro lasciano il gruppo. Dopo molte ore solo Edith ritorna al punto di partenza. Ha perso la memoria e non ricorda più cosa è successo tra le rocce. Nel frattempo anche una insegnante si allontana e sparisce. Il gruppo rientra ma nonostante le ricerche dei giorni successivi Miranda, Marion, Irma e Miss McCraw non si trovano più. Una settimana più tardi Irma viene ritrovata ferita e senza memoria. Dopo alcuni mesi il “College Mystery” fallisce e un’altra ragazza muore, la direttrice si suicida. Questo in breve è il racconto di “Picnic at Hanging Rock” libro scritto da Joan Lindsay dal quale è stato tratto l’omonimo film diretto da Peter Weir, che ha girato anche il più famoso “The Truman Show” nominato per l’Oscar. Il film non è molto famoso, ha avuto successo a Cannes dove è
stato presentato ma è tuttora considerato un “cult movie”. Io l’ho scoperto casualmente quando L’Unità diretta da Veltroni allegava video-cassette VHS. Per me è un film imperdibile, inizia come una storiella, diventa un thriller ed ha un finale che rimane sospeso. Per arrivare ad Hanging Rock occorre andare verso il Mt. Macedon, un vulcano non più attivo. Io arrivo in auto, col languorino, e prima di incamminarmi sulla montagna non faccio un vero e proprio picnic ma uno spuntino con gli avanzi di casa: Ritz e Grana Padano. Poi salgo lungo il sentiero, mi arrampico tra le rocce, e dall’alto si gode un panorama su
tutta la pianura circostante. Prati secchi color ocra e piante disseminate quì e là. Non ci sono le cicale,
o qualche animale simile, che nel film creano un’atmosfera particolare, si sentono solo le voci dei turisti.
I locali di Melbourne
Melbourne, città di quattro milioni di abitanti, è famosa per l’arte e la moda, lo shopping, la cultura del caffè, i suoi bar e la buona cucina. Ho voluto quindi dedicare un capitolo a parte sull’argomento. La prima sera vengo attratto da “La cà dei vin”, sulla Bourke Street ancora tutta illuminata con campanelle rosse. Un ristorante italiano ricavato tra i muri di due case, una tenda rossa come tetto ed un arredamento in legno molto spartano. Mi serve una ragazza sarda. Il menù ha un’ottima scelta di piatti italiani e di vini australiani. Tanto per cambiare un po’ scelgo ravioli (è mesi che non ne mangio) col ripieno di ricotta (particolarmente buona) e spinaci, conditi con burro fuso di grande sapore. Li accompagno con un ottimo Sangiovese della Barossa Valley (vicino ad Adelaide, è in programma per i prossimi giorni), un vino di corpo, un gran profumo ed un ottimo sapore. Non avrei mai pensato che anche il Sangiovese potesse essere prodotto in Australia e la sorpresa è stata del tutto piacevole. Il secondo giorno sono a St Kilda, un quartiere sul mare con molte case coloniali ben ristrutturate. Non c’è dubbio che qui il ristorante con la giusta atmosfera è il Claypots, il preferito dagli australiani. Due vetrine sulla strada principale ed uno spazio per la musica live. La specialità della casa è il pesce cotto nei tegami di terracotta, i claypots appunto, ma arrivo troppo presto e poi, a causa dei pinguini, a cucina già chiusa. Allora opto per La Roche, LP lo consiglia “a colpo sicuro”. Il piatto del giorno è pollo con prosciutto (?) ma preferisco una pizza (discreta) e birra. Meno di 12 € ! La sera invece scelgo Rococò sulla Esplanade, un viale alberato con palme. Scelgo tagliatelle con cozze, fave, molto aglio e molto piccante. Un buon Pinot Grigio del Veneto. Pessima la professionalità dei camerieri, ordino Pinot Grigio e mi dicono: red wine ? Incredibile per un locale così di tono. Il giorno successivo sono sul versante orientale. Per pranzo mi prendo involtini (vietnamiti) di carta di riso ripieni di verdure e gamberi che consumo “a casa”, sul terrazzo. Molto buoni e freschi. La sera passeggio nella Chinatown strapiena di ristoranti. Vado al Hu Tong Dumpling Bar in una viuzza d’angolo con la Little Bourke Street che è la via principale della Chinatown. Un locale su due piani, calda atmosfera, il personale in divisa nera. Mi fanno accomodare al piano terra, dal mio piccolo tavolino posso vedere la cucina attraverso una grande vetrata. All’interno cuochi in camicia e baschetti neri, con grembiule bianco, preparano centinaia di ravioli , i “dumpling” appunto, che vengono poi cotti al vapore nei cestini di bambù. Se ne vedono decine impilati l’uno sull’altro pronti per essere usati. Il menù è molto vario, io scelgo i ravioli al vapore col ripieno di gamberi. Ottimi. Ordino anche “chinese broccoli” all’aglio. Si tratta di una verdura a foglie larghe, simile agli spinaci, ma il gambo ed una piccola inflorescenza li fa assomigliare ai nostri broccoli. La scelta del vino è interessante. Ci sono i soliti vini australiani, italiani, neozelandesi, ecc. Leggo una frase: “i vini bianchi italiani hanno nomi esotici, ma sono secchi e ben bilanciati. Santa Barbara è stato per lungo tempo il mio vino preferito e si accompagna molto bene con il cibo qui a Hu Tong”. Non potevo che scegliere un Santa Barbara – Le Voglie, Verdicchio delle Marche del 2010. L’ultima giornata è decisamente più europea. Mentre passeggio sulla Hosier Lane, la stradina piena di murales, mi fermo da MoVida. Un locale molto carico di atmosfera, entrando una bellissima collezione di bottiglie San Pellegrino, sala con tavolini ma il bello è stare seduti sugli sgabelli di fronte al bancone. Il nome tradisce l’origine spagnola, qui le specialità sono le tapas. La scelta dei vini molto ampia. Per sciacquarmi la bocca inizio con uno spumante brut spagnolo, Valformosa, fresco e secco. Segue un Saddleback, pinot grigio neozelandese. Un ottimo profumo ed un sapore molto fruttato. I vini accompagnano due tapas, belle da vedere e di ottimo sapore. Un filetto d’acciuga con salsa di pomodoro presentato su un crostino ed un filetto di mackerel che arriva fumante in una piccola terracotta nera. LP lo cita con una grande stella nera, concordo con la segnalazione, MoVida è una emozione che coinvolge almeno tre sensi. La sera The Irish Pub, sopra l’entrata un bandierone irlandese, l’interno tutto legno. Salgo al primo piano dove una coppia di ragazzi suona dell’ottimo rock. Mangio un Guiness Tower Burger, un cheese-burger presentato nel solito panino con una torre di anelloni di cipolle fritte. Patatine fritte ed una Guinness, of course. A casa un buon the aiuta la digestione.
Il soggiorno a Melbourne … col soggiorno
Per il soggiorno a Melbourne scelgo una formula un po’ diversa dal solito. Anziché il solito albergo o B&B mi prenoto un appartamento. Quaranta metri quadri ben arredati, un terrazzo con vista sui grattacieli. Bagno, camera da letto e soggiorno appunto, con cucina a vista. A disposizione tutti gli elettrodomestici, stoviglie e tutto il necessario per le colazioni, incluso latte e cereali, burro e marmellata, ecc. Melbourne è una città molto viva, moderna, tram che sferragliano e persone ben vestite che lavorano negli uffici dei grandi palazzi e dei grattacieli. Il giorno dell’Epifania vado a St. Kilda, un lungomare ventoso con sabbia molto fine. Un antico Luna Park, inaugurato nel 1912, un teatro, la marina ed il famoso St Kilda Pier. Un lungo molo che termina con un ristorante, una antica costruzione in legno, e una passerella in legno su una spiaggetta. Qui vive una colonia composta da circa mille pinguini che si fanno vedere solo dopo il tramonto. E difatti verso sera sulla passerella si raccolgono centinaia di persone. I pinguini si fanno attendere. Il tramonto colora di rosso fuoco il cielo sull’oceano ma loro non si vedono. Cresce un po’ di impazienza da parte degli spettatori ma tutto ad un tratto si vedono arrivare degli animaletti che spuntano dal pelo dell’acqua. Arrivano una decina di pinguini, attraversano la spiaggetta e salgono goffamente sugli scogli. Si avvicinano alle persone senza paura, uno parte sparato e corre sul molo inseguito da grandi e piccini con telefonini e macchine fotografiche. Ormai è buio, il vento è freddo, mi avvio verso casa. Per la visita della città seguo il percorso consigliato dalla Lonely P. Dopo aver seguito lo Yarra River entro nella stretta Hosier Lane, praticamente un vicolo lastricato i cui muri sono tutti ricoperti da stravaganti murales. Una moderna galleria d’arte a cielo aperto. Anche i cassonetti dell’immondizia sono tutti colorati. Su un muro un foglietto con la scritta “dry paint”, in un angolo bombolette spray abbandonate, sono la conferma che i murales sono in continua evoluzione. Una decina di metri più avanti noto uno “studio fotografico a cielo aperto”. Una coppia di sposi, lui in abito nero e papillon, lei in abito bianco tradizionale, sono venuti qui per le foto ricordo in Lamborghini bianca. La scena attira decine di persone, tutto si conclude quando il motore “made in Sant’Agata Bolognese” viene acceso e con una sonora retromarcia l’auto si allontana. Proseguo zigzagando fino alla Parliament House, una grigia e severa costruzione con colonnato e scalinata. Raggiungo così la Chinatown con le sue antiche case ben tenute, i ristoranti, gli archi in legno colorato. Da appassionato di cinema non perdo la visita allo Australian Centre for the Moving Image, il museo del cinema australiano. La storia del cinema australiano è abbastanza recente, diciamo che risale agli anni 60 / 70, non ha dei grandi capolavori ma alcuni film sono da ricordare. A parte i famosi Mr. Crocodile Dundee ed il più recente Australia con la Kidman, “Priscilla la regina del deserto” che ha vinto l’Oscar per i costumi (visto in TV prima di partire), io ricordo con particolare emozione “Gli anni spezzati” e “Picnic at Hanging Rock”. Il museo è allestito in un bel palazzo moderno con un ampio atrio. Di fronte una sala multimediale dove sono esposti oggetti storici e vengono proiettati spezzoni di film. La galleria 1 è invece dedicata ai costumi, sono esposti abiti indossati da Bette Davis, da Tony Curtis ne “A qualcuno piace caldo” e statuette (sembrano originali) degli Oscar Awards. Immancabile la foto del sottoscritto al loro fianco. La galleria 2 invece è dedicata ad una mostra temporanea intitolata “Il Manifesto” dove vengono proiettati su grandi schermi tredici interpretazioni di Cate Blanchette, anch’essa australiana.
E 100 !
Con oggi sono passati esattamente 100 giorni dalla partenza ! La salute è buona, mi sento in forma, il morale è alto. La crisi del quarantesimo giorno è lontana e superata. Rientrato a Yangoon dopo la settimana di vacanza al mare mi è sembrato di incominciare a pedalare in discesa. Sono arrivato a Yangoon, mi sono presentato all’hotel Panorama (dove dovevo incontrare il gruppo di G Adventures il giorno seguente) e senza prenotazione ho trovato la camera. In bagno, la tenda della doccia aveva un disegno con tanti pinguini. Non so perché ma ho colto questa cosa come un messaggio positivo: raggiungo l’Antardide. Ora la crociera antartica non è così tanto lontana. In fin dei conti debbo “solo” attraversare il Pacifico 🙂 Gooooo
Treno notturno, destinazione Melbourne
Decido di fare questo tratto in treno e trovo solo un biglietto di prima classe, niente da fare per le cuccette. Le poltrone però sono molto comode, ricordano quelle dell’aereo ma con oltre un metro di distanza tra l’una e l’altra. Il treno parte puntuale ed ha un ottimo servizio bar / ristorante. La notte passa tranquilla, dormicchio, poi albeggia. Attraversiamo lande un po’ desolate con alte erbe giallastre e piante. Sui prati si vedono vacche di tutte le razze ma ad un tratto una grande sorpresa. Il mio primo canguro ! Lo vedo vicino alla linea ferroviaria, appoggiato sulle sue grandi zampe posteriori. Quando passa il treno, forse spaventato o semplicemente disturbato, inizia a correre saltarellando e sparisce in lontananza. Più tardi appaiono i contorni di molti grattacieli, stiamo per raggiungere il centro città.
Sydney
Sydney è una grande città con 4,5 milioni di abitanti, costruita attorno ad una frastagliata insenatura naturale profonda oltre 20 kilometri. Le sue origini risalgono al 1788 quando ci sono stati gli sbarchi dei primi europei. Nel tempo si è poi trasformata in un grande porto con alle spalle grattacieli moderni
che ricordano Manhattan. La città è molto estesa e trovo i suoi abitanti calmi e rilassati, le megalopoli asiatiche sono ormai un ricordo lontano. Quì tutto è ben organizzato, pulito, ben funzionante. Finalmente posso usare l’acqua dei rubinetti e mangiare insalate, i bagni sono puliti e le lenzuola degli alberghi non sono più un problema. Passo le prime giornate con Kristian ed i suoi amici orientali che soggiornano in una villetta dove si affittano camere. Gli ospiti sono tutti giovani o giovannissimi, non bastano due di loro per fare la mia età ma sono accolto da tutti con molta simpatia. In auto andiamo a Bondi, la famosa spiaggia frequentata quotidianamente dagli abitanti della città. Una mezzaluna di sabbia fine e tanti surfisti. Quando Kristian riparte verso Brisbane prendo albergo in centro, vicino alla Central Station.
Vado così alla scoperta della città, passeggio lungo la George Street, un lungo viale che la attraversa fino al porto. Sulla destra incrocio una elegante galleria tutta illuminata: The Strand, costruita nel 1891. Tre piani, negozi, bar e ristoranti, luci e addobbi natalizi. Mi fermo da “Romolo – Espresso e cucina” e finalmente riesco a mangiare la mia prima insalata: rucola con fettine di mela verde, noci, ricotta e gorgonzola. Che meraviglia ! La sera invece per cena mi fermo da Phillip’s Foote nella vecchia zona ristrutturata vicino al porto. Una originale facciata in legno verde ed uno stile molto particolare: la carne cruda è esposta in un banco pieno di luce, è carne fresca con un bel colore rosso, costate, filetti, agnello, ecc. Opto per un filetto da tre etti alto almeno un paio di centimetri. Lo pago ed al bar mi prendo una bella birra alla spina. A questo punto il cliente va verso la griglia e si cuoce la carne. Io seguo le indicazioni del cameriere: cinque minuti di cottura per parte e rimarrà tenera. A carne cotta si possono avere patate bollite ed arrosto e ci si può servire al buffet delle insalate. Che bontà, mi mancavano tutti questi gusti e la carne è davvero molto saporita e tenera. Il giorno successivo invece pranzo al “Caminetto” sempre nella vecchia area del porto. “Spaghetti al dente” (ma non troppo) con una buona salsa di pomodoro ed un quartino di vino rosso. Per la visita del quartiere antico mi affido alle indicazioni della LP, seguo l’itinerario “The Rocks”. Così viene chiamata questa parte della città. Quì sbarcarono i primi europei nel 1788, quì hanno costruito le prime case, le prime strade, i primi pub ed i ristoranti. La zona era frequentata da ubriaconi e controllata da bande, prima di loro c’erano solo alcune tribù che vivevano in modo quasi primitivo. Passeggiando attraverso il quartiere si possono ancora vedere le case dell’ottocento ora traformate in bar e ristoranti ma anche alcune abitazioni lasciate così come erano agli inizi del novecento. La visita del quartiere si conclude nel “The Rocks Discovery Museum” sito all’interno di una vecchia abitazione. Suddiviso in quattro sale si passa dal periodo Warrane (pre-1788) poi la colonizzazione (1788-1820) il porto (1820-1900) e le “Trasformazioni” che arrivano fino ai giorni nostri. Un interessante percorso per capire l’evoluzione della città e del paese. Un’altra visita considerata irrinunciabile dalla LP è lo MCA Museo di Arte Contemporanea. Una costruzione moderna costituita da cubi bianchi e neri, da un lato la George street, sul lato opposto grandi vetrate che portano verso il porto. Io non amo l’arte contemporanea, specialmente quella più incomprensibile, quì però ci sono alcune sale molto interessanti dove sono esposti quadri di artisti aborigeni dell’isola di Tiwi, nel Nord del paese, vicino a Darwin. I colori prevalenti sono il bianco, il nero, il marrone e tutti i colori della terra dal giallo ocra al rosso argilla. La sera, treno notturno destinazione Melbourne.
The Beatles at the Opera House
Dopocena passeggio sulle terrazze della Opera House, sono quasi le 8. Dietro i grattacieli, mentre il sole tramonta, appaiono dei raggi che illuminano alcune nuvolette. Il sole sembra trasformarsi in un riflettore, passano alcuni minuti ed il fenomeno svanisce. Proseguo la passeggiata lungo le terrazze ed arrivo di fronte alla porta d’entrata della Opera House. Entro per curiosare e sento della musica. Chiedo ad una maschera che spettacolo è in scena e mi sento rispondere che ci sono oltre due ore di Beatles. Aggiunge inoltre che lo spettacolo è iniziato solo da due minuti e che i biglietti sono ancora in vendita. Mi fiondo in cassa mentre riconosco Eleanor Rigby, compro il biglietto al volo, e appena finisce la canzone mi fanno entrare. Vedo una enorme sala già al buio e al di sotto lo spettacolo è già iniziato. Sul palco si alternano quattro cantanti, sul podio un giovane direttore d’orchestra che dirige la Rock Orchestra composta da circa quaranta elementi. In primis chitarre e batteria ma anche un piano, un organo, una quindicina di violini col primo violino che indossa una bandana nera, viole e violoncelli, un contrabbasso, una dozzina di fiati. Tutti molto bravi, un’intesa perfetta. Le canzoni sono arrangiate come gli originali, così come piace a me. Yellow Submarine ha le risate, la campanella e la sirena mentre “With a little help from my friends” segue “Sgt Pepper’s Lonely Hearts” senza discontinuità. Applausi iniziali per Yesterday e “Let it be” quali omaggi a Paul ed a John. Applausi a scena aperta dopo l’assolo di Something eseguito perfettamente e con grande grinta. Grande finale con Hey Jude, telefonini accesi in lento movimento ritmato e poi tutti gli spettatori in piedi che cantano. Uno spettacolo di bella musica eseguita con grande professionalità in un ambiente eccezionale. Grazie a John, Paul, George e Ringo. Hello to my friend Jia con la quale ho condiviso un altro grande spettacolo dedicato ai Beatles al Bowl di Hollywood per il cinquantesimo anniversario del primo concerto americano ed un caloroso abbraccio all’amico Claudio Ferrari.
Buon Anno – Happy New Year
Buon Anno, Happy New Year da Sydney
La mattina del 31 dicembre, alle 10 del mattino siamo già sul porto in prossimità del ponte. Incredibile ma già a quell’ora migliaia di persone hanno preso posizione per assistere ai fuochi d’artificio di Capodanno. Noi, Kristian è con alcuni amici orientali, compagni di scuola d’inglese, ai quali si sono aggiunti altri svizzeri e francesi, tutti ventenni, troviamo un tavolino con due panche. Posto strategico e molto panoramico. Di fronte la Opera House e tutto lo skyline della città con i suoi grattacieli, sul fianco il grande ponte. Una giornata di attesa, si mangia qualche panino e dell’ottimo riso e pollo magistralmente cucinati da Kristian. Nel pomeriggio i posti sono tutti occupati, la municipalità si attende circa due milioni di persone, cittadini e molti visitatori stranieri. Alle 20,35 un primo segnale: una cascata di fuochi artificiali rossi scende dal ponte. Alle 21,00 in punto, appena fa buio, un primo assaggio di una decina di minuti di fuochi, poi ancora in attesa. Alle 23,58 inizia il conto alla rovescia. Sui pilastri del ponte vengono proiettati i secondi che scorrono prima della mezzanotte. Al meno dieci tutti partecipano al conteggio ed allo scoccare della mezzanotte un grande urlo generale e ripartono i fuochi artificiali. Colori, boati che rimbombano tra le colline che circondano la città, urla e applausi degli spettatori. Una grande emozione per tutti. Seguono gli auguri con baci e abbracci e solo più tardi riusciamo ad aprire una bottiglia di prosecco italiano perché lungo porto era severamente proibito avere con sé ogni tipo di alcolico. Poliziotti, a gruppi di quattro, controllavano tutta l’area del porto che a partire da mezzogiorno è stata chiusa. Il mio zainetto è stato profondamente controllato, più attentamente che in un aeroporto. Birra e vino sono rimasti volutamente in macchina ma alla fine il prosecco, anche se non fresco, è stato molto gradito. Buon anno a tutti e auguriamoci che il 2016 porti un po’ più di pace e serenità in questo modo così maltrattato.
Australia !!!
Dopo esattamente tre mesi di viaggio lascio l’Asia. Volo notturno della Virgin per Sydney, è la mia prima volta in Australia! All’arrivo mi incontro con Kristian, il figlio adottivo di Gianni e Rita, amici da sempre. Inizia una nuova avventura in una terra sconosciuta. La sera in centro siamo attorno alla famosissima Opera House, capolavoro di architettura che ricorda delle grandi vele spiegate al vento. Di fronte il lungo Harbour Bridge, quattro grandi pilastri di sostegno ed una lunga struttura metallica. Tutto attorno il porto attraversato da barche e traghetti e la profonda baia di Sydney.
Il ritorno a Bali
La mattina ritorno all’aeroporto di Wamena, per partire si deve entrare nella famosa sala d’imbarco tipo pollaio. Debbo onestamente dire che questa strana situazione è provvisoria. Il vecchio aeroporto è andato a fuoco 4 anni fa. La nuova aerostazione, molto moderna, è praticamente pronta, sarà inagurata tra qualche giorno dalle autorità. Vedo Wameak, anzi lui vede me e mi saluta. Un attimo dopo me lo trovo seduto accanto. Stessa maglietta e stesso cappello di quattro giorni fa. Saluti calorosi ed abbracci. Il volo è abbastanza puntuale e questa volta decido di pernottare a Sentani perchè è molto vicina
all’aeroporto, domani si riparte per Bali. Ho cercato di prenotare un posto in economy ma il volo
era tutto fully booked, così mi sono prenotato il volo in business in quanto la differenza di costo è minima ma il servizio a bordo è ottimo. Garuda Indonesia, per il secondo anno consecutivo, è stata riconosciuta la migliore compagnia aerea mondiale. Tovaglietta e tovaglioli bianchi, un vassoio perfetto ed a ogni servizio vengo chiamato Mister Oscar dalla hostess in gonna lunga fiorata. Attraversiamo di nuovo l’isola di Papua da Nord a Sud. Una distesa verde interrotta solo dai fiumi con le loro anse lunghissime. Verso Timika si vede una costa frastagliata dove da un lato c’è il verde della foresta e verso il mare spiagge bianche e calette. Il mare verso la costa ha un colore verde tenue ma diventa blu intenso al largo. Venti minuti di sosta a Timika e si riparte. Il cielo è molto limpido e ci consente di vedere il panorama sottostante. Isolette e isolotti, atolli, isole più grandi con la costa frastagliata, spiagge bianche col mare verde e blu. Insomma un grande sopettacolo. Notevole anche la vista di Bali arrivando da occidente. Questa volta decido di prendere una camera presso una home-stay a Jimbaran, immediatamente a Sud dell’aeroporto. Costo ridotto ed un ottimo servizio. Cinque minuti a piedi e sono in spiaggia, quattro chilometri di sabbia fine con alle spalle i Warung (ristoranti) di pesce. Appena arrivo non resisto e mi tuffo tra le onde e poi mi mangio del Nasi Goreng (riso fritto) con seafood ed un gambero grigliato. Per il giorno successivo mi sono prenotato un auto con autista. Prima mi faccio lasciare alla spiaggia Padang Padang dove è stato girato il film Mangia, prega, ama con Julia Roberts. Parecchi scalini per scendere la scogliera e poi si apre una spiaggetta di sabbia fine, lunga poco più di cento metri con scogli grandi e piccoli distribuiti sul mare. Riesco a trovarmi un posto all’ombra della roccia e poi mi tuffo in mare. Le onde sono molto forti, qualche decina di metri più in là molti giovani praticano il surf. Si riparte per la punta estrema sud-occidentale dell’isola per visitare il tempio di Pura Luhur Ulu Watu. Una vasta struttura che termina con una pagoda a tre tetti a picco sul mare. Dal tempio parte un percorso ricavato sulla rupe dal quale si gode un panorama stupendo arricchito dalle onde lunghe oceaniche che si infrangono sulla scogliera. Per concludere il periplo della penisola ci portiamo a Pantai Podowa. Una lunghissima spiaggia molto frequentata, forse anche troppo, ma prevalentemente da persone locali. A ridosso della spiaggia decine di chioschi che offrono bevande e cibi tradizionali. Rientro in albergo perchè mi debbo preparare per il volo notturno. Prima di lasciare Jimbaran mi reco sul lungomare presso un warung. All’entrata ci sono le vasche piene d’acqua con i pesci ed i crostacei da scegliere, vengono immediatamente pesati ed addebitati a peso. Io ordino una zuppa di pesce e da grigliare: cinque bei gamberi, una seppia e quattro grosse conchiglie. Tutto ciò sarà accompagnato da riso bollito e verdure. Si mangia sulla spiaggia con i piedi nella sabbia, un pò di musica live eseguita da quattro bravi musicisti. Io completo il quadretto con due calici di vino bianco locale. La vista sulla costa illuminata e l’arietta tiepida della sera rendono ancora più piacevole la serata. E’ questo il mio saluto a Bali, all’Indonesia, all’Asia.