Con oggi sono passati esattamente 100 giorni dalla partenza ! La salute è buona, mi sento in forma, il morale è alto. La crisi del quarantesimo giorno è lontana e superata. Rientrato a Yangoon dopo la settimana di vacanza al mare mi è sembrato di incominciare a pedalare in discesa. Sono arrivato a Yangoon, mi sono presentato all’hotel Panorama (dove dovevo incontrare il gruppo di G Adventures il giorno seguente) e senza prenotazione ho trovato la camera. In bagno, la tenda della doccia aveva un disegno con tanti pinguini. Non so perché ma ho colto questa cosa come un messaggio positivo: raggiungo l’Antardide. Ora la crociera antartica non è così tanto lontana. In fin dei conti debbo “solo” attraversare il Pacifico 🙂 Gooooo
Treno notturno, destinazione Melbourne
Decido di fare questo tratto in treno e trovo solo un biglietto di prima classe, niente da fare per le cuccette. Le poltrone però sono molto comode, ricordano quelle dell’aereo ma con oltre un metro di distanza tra l’una e l’altra. Il treno parte puntuale ed ha un ottimo servizio bar / ristorante. La notte passa tranquilla, dormicchio, poi albeggia. Attraversiamo lande un po’ desolate con alte erbe giallastre e piante. Sui prati si vedono vacche di tutte le razze ma ad un tratto una grande sorpresa. Il mio primo canguro ! Lo vedo vicino alla linea ferroviaria, appoggiato sulle sue grandi zampe posteriori. Quando passa il treno, forse spaventato o semplicemente disturbato, inizia a correre saltarellando e sparisce in lontananza. Più tardi appaiono i contorni di molti grattacieli, stiamo per raggiungere il centro città.
Sydney
Sydney è una grande città con 4,5 milioni di abitanti, costruita attorno ad una frastagliata insenatura naturale profonda oltre 20 kilometri. Le sue origini risalgono al 1788 quando ci sono stati gli sbarchi dei primi europei. Nel tempo si è poi trasformata in un grande porto con alle spalle grattacieli moderni
che ricordano Manhattan. La città è molto estesa e trovo i suoi abitanti calmi e rilassati, le megalopoli asiatiche sono ormai un ricordo lontano. Quì tutto è ben organizzato, pulito, ben funzionante. Finalmente posso usare l’acqua dei rubinetti e mangiare insalate, i bagni sono puliti e le lenzuola degli alberghi non sono più un problema. Passo le prime giornate con Kristian ed i suoi amici orientali che soggiornano in una villetta dove si affittano camere. Gli ospiti sono tutti giovani o giovannissimi, non bastano due di loro per fare la mia età ma sono accolto da tutti con molta simpatia. In auto andiamo a Bondi, la famosa spiaggia frequentata quotidianamente dagli abitanti della città. Una mezzaluna di sabbia fine e tanti surfisti. Quando Kristian riparte verso Brisbane prendo albergo in centro, vicino alla Central Station.
Vado così alla scoperta della città, passeggio lungo la George Street, un lungo viale che la attraversa fino al porto. Sulla destra incrocio una elegante galleria tutta illuminata: The Strand, costruita nel 1891. Tre piani, negozi, bar e ristoranti, luci e addobbi natalizi. Mi fermo da “Romolo – Espresso e cucina” e finalmente riesco a mangiare la mia prima insalata: rucola con fettine di mela verde, noci, ricotta e gorgonzola. Che meraviglia ! La sera invece per cena mi fermo da Phillip’s Foote nella vecchia zona ristrutturata vicino al porto. Una originale facciata in legno verde ed uno stile molto particolare: la carne cruda è esposta in un banco pieno di luce, è carne fresca con un bel colore rosso, costate, filetti, agnello, ecc. Opto per un filetto da tre etti alto almeno un paio di centimetri. Lo pago ed al bar mi prendo una bella birra alla spina. A questo punto il cliente va verso la griglia e si cuoce la carne. Io seguo le indicazioni del cameriere: cinque minuti di cottura per parte e rimarrà tenera. A carne cotta si possono avere patate bollite ed arrosto e ci si può servire al buffet delle insalate. Che bontà, mi mancavano tutti questi gusti e la carne è davvero molto saporita e tenera. Il giorno successivo invece pranzo al “Caminetto” sempre nella vecchia area del porto. “Spaghetti al dente” (ma non troppo) con una buona salsa di pomodoro ed un quartino di vino rosso. Per la visita del quartiere antico mi affido alle indicazioni della LP, seguo l’itinerario “The Rocks”. Così viene chiamata questa parte della città. Quì sbarcarono i primi europei nel 1788, quì hanno costruito le prime case, le prime strade, i primi pub ed i ristoranti. La zona era frequentata da ubriaconi e controllata da bande, prima di loro c’erano solo alcune tribù che vivevano in modo quasi primitivo. Passeggiando attraverso il quartiere si possono ancora vedere le case dell’ottocento ora traformate in bar e ristoranti ma anche alcune abitazioni lasciate così come erano agli inizi del novecento. La visita del quartiere si conclude nel “The Rocks Discovery Museum” sito all’interno di una vecchia abitazione. Suddiviso in quattro sale si passa dal periodo Warrane (pre-1788) poi la colonizzazione (1788-1820) il porto (1820-1900) e le “Trasformazioni” che arrivano fino ai giorni nostri. Un interessante percorso per capire l’evoluzione della città e del paese. Un’altra visita considerata irrinunciabile dalla LP è lo MCA Museo di Arte Contemporanea. Una costruzione moderna costituita da cubi bianchi e neri, da un lato la George street, sul lato opposto grandi vetrate che portano verso il porto. Io non amo l’arte contemporanea, specialmente quella più incomprensibile, quì però ci sono alcune sale molto interessanti dove sono esposti quadri di artisti aborigeni dell’isola di Tiwi, nel Nord del paese, vicino a Darwin. I colori prevalenti sono il bianco, il nero, il marrone e tutti i colori della terra dal giallo ocra al rosso argilla. La sera, treno notturno destinazione Melbourne.
The Beatles at the Opera House
Dopocena passeggio sulle terrazze della Opera House, sono quasi le 8. Dietro i grattacieli, mentre il sole tramonta, appaiono dei raggi che illuminano alcune nuvolette. Il sole sembra trasformarsi in un riflettore, passano alcuni minuti ed il fenomeno svanisce. Proseguo la passeggiata lungo le terrazze ed arrivo di fronte alla porta d’entrata della Opera House. Entro per curiosare e sento della musica. Chiedo ad una maschera che spettacolo è in scena e mi sento rispondere che ci sono oltre due ore di Beatles. Aggiunge inoltre che lo spettacolo è iniziato solo da due minuti e che i biglietti sono ancora in vendita. Mi fiondo in cassa mentre riconosco Eleanor Rigby, compro il biglietto al volo, e appena finisce la canzone mi fanno entrare. Vedo una enorme sala già al buio e al di sotto lo spettacolo è già iniziato. Sul palco si alternano quattro cantanti, sul podio un giovane direttore d’orchestra che dirige la Rock Orchestra composta da circa quaranta elementi. In primis chitarre e batteria ma anche un piano, un organo, una quindicina di violini col primo violino che indossa una bandana nera, viole e violoncelli, un contrabbasso, una dozzina di fiati. Tutti molto bravi, un’intesa perfetta. Le canzoni sono arrangiate come gli originali, così come piace a me. Yellow Submarine ha le risate, la campanella e la sirena mentre “With a little help from my friends” segue “Sgt Pepper’s Lonely Hearts” senza discontinuità. Applausi iniziali per Yesterday e “Let it be” quali omaggi a Paul ed a John. Applausi a scena aperta dopo l’assolo di Something eseguito perfettamente e con grande grinta. Grande finale con Hey Jude, telefonini accesi in lento movimento ritmato e poi tutti gli spettatori in piedi che cantano. Uno spettacolo di bella musica eseguita con grande professionalità in un ambiente eccezionale. Grazie a John, Paul, George e Ringo. Hello to my friend Jia con la quale ho condiviso un altro grande spettacolo dedicato ai Beatles al Bowl di Hollywood per il cinquantesimo anniversario del primo concerto americano ed un caloroso abbraccio all’amico Claudio Ferrari.
Buon Anno – Happy New Year
Buon Anno, Happy New Year da Sydney
La mattina del 31 dicembre, alle 10 del mattino siamo già sul porto in prossimità del ponte. Incredibile ma già a quell’ora migliaia di persone hanno preso posizione per assistere ai fuochi d’artificio di Capodanno. Noi, Kristian è con alcuni amici orientali, compagni di scuola d’inglese, ai quali si sono aggiunti altri svizzeri e francesi, tutti ventenni, troviamo un tavolino con due panche. Posto strategico e molto panoramico. Di fronte la Opera House e tutto lo skyline della città con i suoi grattacieli, sul fianco il grande ponte. Una giornata di attesa, si mangia qualche panino e dell’ottimo riso e pollo magistralmente cucinati da Kristian. Nel pomeriggio i posti sono tutti occupati, la municipalità si attende circa due milioni di persone, cittadini e molti visitatori stranieri. Alle 20,35 un primo segnale: una cascata di fuochi artificiali rossi scende dal ponte. Alle 21,00 in punto, appena fa buio, un primo assaggio di una decina di minuti di fuochi, poi ancora in attesa. Alle 23,58 inizia il conto alla rovescia. Sui pilastri del ponte vengono proiettati i secondi che scorrono prima della mezzanotte. Al meno dieci tutti partecipano al conteggio ed allo scoccare della mezzanotte un grande urlo generale e ripartono i fuochi artificiali. Colori, boati che rimbombano tra le colline che circondano la città, urla e applausi degli spettatori. Una grande emozione per tutti. Seguono gli auguri con baci e abbracci e solo più tardi riusciamo ad aprire una bottiglia di prosecco italiano perché lungo porto era severamente proibito avere con sé ogni tipo di alcolico. Poliziotti, a gruppi di quattro, controllavano tutta l’area del porto che a partire da mezzogiorno è stata chiusa. Il mio zainetto è stato profondamente controllato, più attentamente che in un aeroporto. Birra e vino sono rimasti volutamente in macchina ma alla fine il prosecco, anche se non fresco, è stato molto gradito. Buon anno a tutti e auguriamoci che il 2016 porti un po’ più di pace e serenità in questo modo così maltrattato.
Australia !!!
Dopo esattamente tre mesi di viaggio lascio l’Asia. Volo notturno della Virgin per Sydney, è la mia prima volta in Australia! All’arrivo mi incontro con Kristian, il figlio adottivo di Gianni e Rita, amici da sempre. Inizia una nuova avventura in una terra sconosciuta. La sera in centro siamo attorno alla famosissima Opera House, capolavoro di architettura che ricorda delle grandi vele spiegate al vento. Di fronte il lungo Harbour Bridge, quattro grandi pilastri di sostegno ed una lunga struttura metallica. Tutto attorno il porto attraversato da barche e traghetti e la profonda baia di Sydney.
Il ritorno a Bali
La mattina ritorno all’aeroporto di Wamena, per partire si deve entrare nella famosa sala d’imbarco tipo pollaio. Debbo onestamente dire che questa strana situazione è provvisoria. Il vecchio aeroporto è andato a fuoco 4 anni fa. La nuova aerostazione, molto moderna, è praticamente pronta, sarà inagurata tra qualche giorno dalle autorità. Vedo Wameak, anzi lui vede me e mi saluta. Un attimo dopo me lo trovo seduto accanto. Stessa maglietta e stesso cappello di quattro giorni fa. Saluti calorosi ed abbracci. Il volo è abbastanza puntuale e questa volta decido di pernottare a Sentani perchè è molto vicina
all’aeroporto, domani si riparte per Bali. Ho cercato di prenotare un posto in economy ma il volo
era tutto fully booked, così mi sono prenotato il volo in business in quanto la differenza di costo è minima ma il servizio a bordo è ottimo. Garuda Indonesia, per il secondo anno consecutivo, è stata riconosciuta la migliore compagnia aerea mondiale. Tovaglietta e tovaglioli bianchi, un vassoio perfetto ed a ogni servizio vengo chiamato Mister Oscar dalla hostess in gonna lunga fiorata. Attraversiamo di nuovo l’isola di Papua da Nord a Sud. Una distesa verde interrotta solo dai fiumi con le loro anse lunghissime. Verso Timika si vede una costa frastagliata dove da un lato c’è il verde della foresta e verso il mare spiagge bianche e calette. Il mare verso la costa ha un colore verde tenue ma diventa blu intenso al largo. Venti minuti di sosta a Timika e si riparte. Il cielo è molto limpido e ci consente di vedere il panorama sottostante. Isolette e isolotti, atolli, isole più grandi con la costa frastagliata, spiagge bianche col mare verde e blu. Insomma un grande sopettacolo. Notevole anche la vista di Bali arrivando da occidente. Questa volta decido di prendere una camera presso una home-stay a Jimbaran, immediatamente a Sud dell’aeroporto. Costo ridotto ed un ottimo servizio. Cinque minuti a piedi e sono in spiaggia, quattro chilometri di sabbia fine con alle spalle i Warung (ristoranti) di pesce. Appena arrivo non resisto e mi tuffo tra le onde e poi mi mangio del Nasi Goreng (riso fritto) con seafood ed un gambero grigliato. Per il giorno successivo mi sono prenotato un auto con autista. Prima mi faccio lasciare alla spiaggia Padang Padang dove è stato girato il film Mangia, prega, ama con Julia Roberts. Parecchi scalini per scendere la scogliera e poi si apre una spiaggetta di sabbia fine, lunga poco più di cento metri con scogli grandi e piccoli distribuiti sul mare. Riesco a trovarmi un posto all’ombra della roccia e poi mi tuffo in mare. Le onde sono molto forti, qualche decina di metri più in là molti giovani praticano il surf. Si riparte per la punta estrema sud-occidentale dell’isola per visitare il tempio di Pura Luhur Ulu Watu. Una vasta struttura che termina con una pagoda a tre tetti a picco sul mare. Dal tempio parte un percorso ricavato sulla rupe dal quale si gode un panorama stupendo arricchito dalle onde lunghe oceaniche che si infrangono sulla scogliera. Per concludere il periplo della penisola ci portiamo a Pantai Podowa. Una lunghissima spiaggia molto frequentata, forse anche troppo, ma prevalentemente da persone locali. A ridosso della spiaggia decine di chioschi che offrono bevande e cibi tradizionali. Rientro in albergo perchè mi debbo preparare per il volo notturno. Prima di lasciare Jimbaran mi reco sul lungomare presso un warung. All’entrata ci sono le vasche piene d’acqua con i pesci ed i crostacei da scegliere, vengono immediatamente pesati ed addebitati a peso. Io ordino una zuppa di pesce e da grigliare: cinque bei gamberi, una seppia e quattro grosse conchiglie. Tutto ciò sarà accompagnato da riso bollito e verdure. Si mangia sulla spiaggia con i piedi nella sabbia, un pò di musica live eseguita da quattro bravi musicisti. Io completo il quadretto con due calici di vino bianco locale. La vista sulla costa illuminata e l’arietta tiepida della sera rendono ancora più piacevole la serata. E’ questo il mio saluto a Bali, all’Indonesia, all’Asia.
Trekking nella valle del Baliem – Day 2
Mi sveglio con le ossa un po’ rotte ma riposato, colazione con the, riso e frittata. Come sempre la mattina è soleggiata col cielo azzurro e qualche nuvola bianca. Due bimbi giocano nell’area della guesthouse. Uno completamente nudo, molto sveglio ed agitato, mentre il secondo è più timido e tranquillo ed indossa un cappello da babbo natale. loro giocano mentre io mi diverto a fotografarli. Mi faccio una passeggiata tra il villaggio e vado verso la chiesa dove alcuni bambini giocano ed un ragazzo suona la chitarra. Verso le 10 ci incamminiamo e scendiamo per il sentiero dal quale siamo saliti. Arrivati a Kurima tagliamo verso destra ed andiamo verso il fiume. Di fronte a me un ponte sospeso mosso dal vento che sovrasta il Baliem scuro e furioso. Passano prima Wameak e Linus, io li seguo tenendomi sempre ben appoggiato ai cavi laterali. Il fondo è fatto da assi di legno vecchie e molte sono rotte. Meglio non guardare sotto, mi concentro sui miei passi ma tra un’asse e la successiva si vede il fiume scorrere. Due minuti di tensione ma dopo il ponte ci facciamo una sosta. Arrivano molti ragazzi ed una donna, si scattano foto ricordo. Riprendiamo il cammino sul lato opposto del Baliem e passiamo attraverso altri piccoli villaggi. Oggi non ho nulla sulle spalle, il mio zainetto lo porta Wameak mentre Linus ha le borse con gli avanzi. La stanchezza però incomincia a farsi sentire. Si sente della musica, siamo arrivati in prossimità di un piccolo villaggio con una grande chiesa. Sul suo fianco notiamo una grande agitazione, decine di persone stanno preparando la cena della vigilia di Natale. Tutti gli abitanti del villaggio sono occupati. Alcuni uomini stanno tagliando un enorme maiale, una donna sta marinando qualche decina di polli già aperti e ripuliti. Sul lato opposto un grande cerchio di pietre che si stanno scaldando sul fuoco, a qualche metro di distanza un grande cerchio riempito di foglie di patate e di banano dove si adagiano le pietre calde, il maiale ed i polli. Tutto viene ricoperto da foglie, pietre calde, olio e marinatura a secchiate. Mi viene consentito di fotografare tutto il rito solo dopo aver pagato all’anziano del villaggio 100.00 rupie (circa 7 €) ed aver offerto sigarette agli adulti e caramelle ai bambini. Quando la preparazione della cottura è terminata iniziano i saluti, stringo la mano a tutti e ricevo sorrisi. Riprendiamo il cammino, il sentiero costeggia il fiume. Arriviamo ad un secondo ponte sospeso con la struttura metallica di colore giallo, le assi questa volta sono ben tenute. Il ponte si muove a causa del vento, più sotto il fiume scorre con particolare violenza ma questa volta mi sento più sicuro. Sul lato opposto del Baliem ritroviamo l’asfalto ed attendiamo un “bemo” che ci riporta in città. Arrivo in albergo sfinito, stanco, ma certo di aver vissuto una grande esperienza.
Trekking nella valle del Baliem – Day 1
Si parte su un “bemo”, il tipico taxi collettivo in uso a Wamena, sosta al mercato di Misi per gli acquisti e si riparte. Mezzora d’auto, si passa prima su un ponte in ferro, poi su due ponti in legno, e per ultimo un guado non facile. Si abbandona il bemo e si parte a piedi, sono accompagnato dalla guida Wameak (40 anni ma dimostra quasi la mia età) e Linus un ragazzino che fa da portatore. Incontriamo un fiume che scende dalla montagna e lo attraversiamo. Si deve entrare nell’acqua fin sopra le ginocchia, la corrente è molto forte e l’acqua è gelida. Io ho lo zainetto con il bagaglio al minimo, Wameak il suo zainetto e due borsate di alimenti, Linus una scatola di cartone sulla testa con acqua ed altre scorte. Dopo circa un paio d’ore arriviamo a Kurima, prima passiamo dalla caserma militare dove lasciamo una fotocopia del mio permesso di transito ottenuto a Jayapura e dopo alla locale stazione di polizia dove lasciamo una seconda fotocopia. Il sentiero si inerpica e si incomincia a sentire la stanchezza, il panorama sulla valle si fa sempre più interessante. Lungo il sentiero un viavai di ragazzi e ragazze, donne, pochi gli uomini. Chi scende ha le mani e la sacca appoggiata sulla fronte vuota, chi sale trasporta borse di alimenti, sacchi di riso, taniche di olio di cocco, scatole di cartone sulla testa. Ogni persona che si incontra, giovane o adulta, fino a bambini di pochi anni, saluta. Una stretta di mano e qualche volta con la mano si stringe anche l’avambraccio. Arriviamo a Kilise passando per la missione, una chiesetta in legno ma di fronte stanno costruendo una chiesa più grande in muratura. Il panorama della valle è bellissimo, qui e là gruppi di capanne circolari, sul versante opposto qualche altro piccolo villaggio con le case col tetto in lamiera, molto più in basso scorre il Baliem con le sua acque scure e le creste delle onde chiare. Arriviamo alla guesthouse Albert Elopore che prende il nome del suo fondatore. Prendo possesso della capanna dove passerò la notte. Alcuni materassi per terra, cuscini e qualche coperta, essendo solo ho l’onore di avere due materassi l’uno sull’altro. Più tardi mi viene servito da Linus un the ed una zuppa di noodles confezionata e riscaldata, ma un’ora più tardi Wameak mi chiama per il pranzo. Riso bollito e pollo arrosto e non voglio sapere come sia stato preparato. Mangiamo in una capanna dove ci sono dei tavolacci e panche in legno ma poi andiamo in “cucina” dove seduti per terra beviamo un the. Con mia grande sorpresa arriva un dani nudo con astuccio penico, è Sekiel, il capo del villaggio. Si siede anche lui per terra e mangia chiaccherando. In capanna c’è il fuoco acceso, fuori piove ed è abbastanza fresco. Quando smette, tra la nebbia, andiamo verso la sua capanna. L’accesso è molto basso e stretto ma una volta entrati ci accomodiamo seduti per terra. Sekiel e Wameak chiaccherano rivolgendo il discorso anche a me di tanto in tanto. Poi facciamo visita, ma senza entrare, alla capanna delle donne. Entriamo invece nella capanna rettangolare adibita a cucina dove una giovane donna sta cuocendo sul fuoco, in un grande pentolone, una strana brodaglia di foglie di patate ed una zucchina rotonda. Mi viene offerto un the e poi rientriamo alla guesthouse. Vado nella mia capanna e mi stendo, sono molto stanco e il sonno arriva rapidamente.
I Dani
I “Dani” sono un gruppo etnico composto da una trentina di clan, circa 200.000 persone in totale, che popolano la valle del Baliem, un fiume che scorre tortuso tra le montagne nel centro di Papua (Indonesia). I dani vivono in piccoli villaggi che sono in gran parte delle famiglie allargate. I villaggi sono distribuiti lungo la valle del Baliem con al centro Wamena, città voluta dal governo indonesiano. Ogni famiglia ha a disposizione alcune capanne (honai) a base circolare, pareti in legno e tetto in paglia, una porta d’entrata molto bassa e stretta. Le capanne sono separate tra loro da un muretto di sassi. Ogni capanna ha una funzione ben precisa. Normalmente la prima capanna è destinata agli uomini, quì vive il capo famiglia con i figli maschi. All’interno il terreno è ricoperto da paglia, al centro il fuoco per riscaldare l’ambiente, un soffitto molto basso, tutto annerito dal fumo ed un “soppalco”, sempre in legno, per dormire. La capanna delle donne ospita anche due o tre maiali per riscaldare l’ambiente. la capanna adibita a cucina, dove anche si mangia, è invece a pianta rettangolare, con il fuoco sempre acceso dove bolle acqua calda per il the o per il caffè oppure una brodaglia con foglie di patate ed altre verdure. I dani sono ghiotti di patate dolci che mangiano bollite ed infatti attorno alle capanne ci sono piccoli campi dove vengono coltivate. I dani sono poligami, ogni uomo ha almeno due mogli. Per ottenere una donna come moglie, normalmente molto giovane, occorre pagare la famiglia di origine. La moneta utilizzata è il maiale. I maiali sono simbolo di ricchezza, più maiali si posseggono, più ricca è la famiglia. Per ottenere una donna occorre “pagare” uno, due, fino a cinque maiali. Le donne partoriscono già in giovane età ed allattano i bambini fin verso i due anni. Fino ad una ventina d’anni fa tutti gli uomini vestivano il solo astuccio penico ottenuto dalla scorza di una zucca svuotata. L’astuccio è lungo circa 40 cm (non sono ammesse battute :-)) e viene fissato alla vita con dei cinturini. Ora solo pochi uomini vestono così, sono praticamente tutti vestiti con pantaloni, magliette o camicie. Le donne indossavano solo una gonnellina di tessuto vegetale, a seno nudo, ma oggi tutte indossano gonne in tessuto o calzoncini, magliette o camice. l’età media di un dani è molto bassa e la mortalità infantile è ancora molto alta a causa delle condizioni igieniche. Le poche case e ovviamente le capanne non hanno elettricità e tanto meno l’acqua corrente. Se muore un figlio ancora oggi è in uso il taglio del lobo di un orecchio e più frequentemente la prima falange di un dito della mano, ho incontrato donne senza dita ! I dani hanno sempre fatto guerre tra villaggi a causa di furti, stupri, contese di territorio. I dani sono però normalmente cordiali e gentili, sempre sorridenti, grandi fumatori, disponibili a farsi fotografare magari dietro compenso. La maggioranza dei dani professa la religione cristiana, pochi i cattolici mentre la maggioranza è protestante. Normalmente l’edificio più bello e meglio tenuto del villaggio è proprio la chiesa. I missionari sono prevalentemente di origine americana o olandese (l’Indonesia e stata per circa 350 anni colonia olandese). La chiesa, oltre ad essere il luogo di culto, è comunque il centro di aggregazione del villaggio dove i bambini vanno a giocare ed i ragazzi a cantare ed a suonare la chitarra. I dani sono molto legati alle loro tradizioni ma la modernità sta ormai arrivando pesantemente, c’è da augurarsi che ciò possa almeno migliorare le loro condizioni igieniche e di vita.