Cairns e la barriera corallina

Cairns è una città moderna con un lungomare con giardini, fiori e palme. Di fronte al mare una grande piscina aperta al pubblico, poco più oltre i moli d’imbarco per le gite in mare. Seguo il consiglio di Amber(la guida in formazione presso il Rock Tour di Alice Springs) e scelgo l’escursione “Passions of Paradise”, un grande catamarano che ospita oltre cinquanta passeggeri. Si parte alle 8 del mattino, due ore e mezza di navigazione per raggiungere il “Paradise Reef”. Saranno state le strane onde del Pacifico o la non corretta alimentazione (caffè e muffin) ma non sono mai stato così male in mare. Comunque si supera tutto e quando è il momento indosso la muta, pinne e maschera e mi tuffo in acqua. Uno spettacolo di coralli di tutti i colori, molto particolari alcuni ciuffi mossi dalla corrente che sembrano spaghetti verdi. E poi i pesci. Come descriverli tutti ? Appena arrivati sul posto c’è un branco di grossi pesci neri, lunghi circa un metro, non so bene cosa siano. Vedo molti pesci pagliaccio, molti vegetariani che mangiucchiano sulle rocce, i pesci pappagallo con le sfumature verdi e viola, altri a strisce verticali oppure con le pinne gialle. E poi i molluschi bivalve, lunghi più di un metro, con il bordo rosso come se fossero labbra col rossetto, che quando mi avvicino si richiudono rapidamente. Insomma il variegato mondo della barriera corallina australiana, la più lunga (2.300 km), la più vasta del mondo. Riprendiamo la navigazione per circa un’ora ed arriviamo alla Michaelmas Cay Island. Il mare ha tutte le sfumature di azzurro, blu e verde. L’isola è solo una larga spiaggia bianca stracolma di uccelli. La raggiungo in gommone con la muta già indossata e di nuovo in mare con pinne e maschera. Lo spettacolo continua. Sono l’ultimo ad uscire dall’acqua per rientrare a Cairns. Il catamarano sulla rotta del ritorno, grazie al vento favorevole, apre le grandi vele ed abbassa la potenza dei motori. Rientro in porto col cielo azzurro e le nuvole bianche. Per cena una ramen, la zuppa giapponese, al ristorante Ganbaranba. Con soli 7 € mangio bene riorganizzando il mio stomaco provato dalle onde mattutine. Non ancora del tutto soddisfatto voglio fare una seconda uscita in mare. Scelgo la Green Island, di nuovo un catamarano ma questa volta il tragitto è più breve (solo 45 minuti) e lo stomaco non mi dà problemi. Si arriva in luogo incantevole. Il battello attracca su un lungo pontile, l’acqua tutto attorno ha gli stessi colori che descrivevo prima. L’isola ha una spiaggia bianca ed all’interno è tutta ricoperta di vegetazione. Partiamo dal nome. Credevo che Green derivasse dal fatto che l’isola è molto verde. No, fu il sottotenete James Cook che nel 1770, scoprendo l’isola, la dedicò all’astronomo di bordo Charles Green. L’isola è di fatto un fenomeno naturale. La sua storia non ha più di 8.000 anni. La scogliera si è formata con l’accumulo di detriti dei coralli cementati dalla crosta delle alghe. Tutto l’ambiente qui attorno è la condizione ideale per la formazione dei coralli e per la vita di questi pesci stupendi. L’interno dell’isola è invece una meravigliosa foresta, molto fitta e ombrosa. La si può percorrere su un tracciato di passerelle. L’intensità e la tipologia è la stessa della Rainforest. Lungo il sentiero trovo però poche persone, i visitatori affollano le spiagge ed i chioschi di ristorazione. Questo è il rovescio della medaglia. Entro in acqua anche qui e, oltre alla solita esperienza, incontro tre tartarughe. La prima se ne va  solitaria e la inseguo per un  breve tratto, la seconda sembra invece pascolare tra le alghe e mangiucchia quì e là, la terza sembra zoppa nel senso che usa solo tre zampe, la posteriore sinistra rimane sempre all’interno del carapace. Un’esperienza bellissima, ora attendo le isole del Pacifico.

Kuranda and the Rainforest

Deciso, andata in funivia, ritorno in treno e, contro ogni consiglio turistico, pernottamento nella Rainforest ! La funivia che collega Cairns a Kuranda, la Skyrail, è una delle più lunghe al mondo: circa 7,5 km suddivisi in tre tronchi. Il primo tratto è tutto in salita e raggiunge i 545 metri del Red Peak dove un simpatico ranger attende i passeggeri per un giro tra la foresta. Il ranger lascia un gruppo di giovani giapponesi e mi accompagna lungo il sentiero, una lunga passerella in legno, spiegandomi tutti i segreti del bosco. Piante secolari altissime, palme, fichi che avvolgono altre piante, liane e piante rampicanti. Tutto ciò è la Rainforest, un grande fenomeno naturale reso possibile dalle piogge che qui arrivano copiose. In un solo giorno durante la wet season cadono normalmente più di 20 cm di pioggia. Il secondo tronco della Skyrail, il più lungo, è praticamente tutto in discesa e si superano le cascate del fiume Barron. Siamo nell’ambito del Barron Gorge National Park, territorio tradizionale del popolo aborigeno Djabugay. Anche quì una passeggiata lungo il sentiero con terrazze panoramiche sulle cascate. L’ultimo tratto, piuttosto breve, supera il fiume e l’antica linea ferroviaria. Si arriva quindi a Kuranda, un villaggio turistico dove tutte le attività chiudono attorno alle tre del pomeriggio, poco prima o subito dopo la partenza del secondo treno che torna a Cairns. Appena arrivato scendo sulle rive del Barron e decido di fare subito la navigazione del fiume, un’ora abbondante tra la vegetazione rigogliosa. Un coccodrillo al
sole sdraiato su un ramo secco, uccelli, pesci e tartarughe. Dopo una “pasta pesto” (tagliatelle con una crema dolce al pesto, pollo ed insalata, tutto nello stesso piatto) vado verso il B&B che avevo prenotato. Basta superare il ponte e prendere la seconda a sinistra. Semplice, ma Il percorso si rivela più lungo di quanto potevo immaginare guardando la Google Map. Un’ora e mezza tra il bosco e le case isolate. Imbocco la Butler Drive al numero 63 ma debbo arrivare al 9 ! Arrivo … diciamo un po’ stanco. Anche oggi, dichiara il mio telefono, percorsi circa 15 km. A piedi ovviamente. La fatica viene comunque ricompensata dal posto. Imbocco una stradina sterrata nella foresta e mi trovo davanti ad una casa bianca in legno. Un po’ smarrito vengo accolto da Linda, una signora tutto sommato non molto cortese che mi dice “ma questa è una casa”. L’appartamentino al piano terra è, per stasera, destinato a me. Un monolocale meraviglioso, pieno di luce e arredato con molto gusto. Linda mi apre il frigorifero e mi mostra una bottiglia di Sauvignon Blanc australiano e una confezione di camembert. Questa sarà la mia cena consumata sul terrazzo praticamente immerso nella foresta. Più tardi arriva a trovarmi anche Nevon, il marito, molto cordiale. Rumori zero, o perlomeno si sentono solo quelli naturali, molto intensi, anche in piena notte. La mattina mi sveglio con comodo e mi sento un “Nessun dorma” cantato da Pavarotti mentre mi preparo un paio di caffè. Sul tavolo del terrazzo trovo un vassoio con la colazione pronta, burro e marmellata, frutta tropicale. Più tardi, molto gentilmente, Nevon mi accompagna in città. Visito il Butterfly Sanctuary, una grande voliera piena di farfalle che ti volano attorno ed un laboratorio dove delle esperte nutrono i bachi ancora in fase di evoluzione. Entro poi nel Koala Gardens dove, in ampi spazi, vengono ospitati gli animali autoctoni: coccodrilli, i dormiglioni koala, un paio di tranquilli wallaby (piccoli canguri) che cercano l’ombra per poter sfuggire al caldo che oggi si fa sentire. Per pranzo vado al German Tucker, mangio un wurstel di coccodrillo con senape, crauti ed insalata di patate. Uno strano mix di Germania e Australia. Kuranda è famosa per i suoi mercati. Io li trovo comuni, solo per turisti, di nessun interesse.  Così mi prendo il treno per rientrare a Cairns, una vecchia ferrovia che risale al 1891 recentemente ristrutturata e ancora funzionante. Vecchie carrozze in legno ed un paio di locomotori diesel colorati di giallo ed azzurro con disegni in stile aborigeno. Il treno viaggia molto lentamente, dopo una decina di minuti una sosta per ammirare il panorama sulla cascate e poi si riparte tra la fitta vegetazione. Praticamente si viaggia a passo d’uomo, il treno percorre un altissimo ponte con tralicci in ferro, alcune gallerie e dopo circa due ore si arriva a Cairns.

Alice Springs, gli aborigeni e le rocce sacre

Alice Springs è praticamente il baricentro geografico dell’Australia. The Alice, come viene più familiarmente chiamata, è nata solo nel 1870 come stazione del telegrafo. Ora è una città tranquilla dove convivono “bianchi” ed “aborigeni”. Al centro una strada pedonale, la Todd Mall, sulla quale si affacciano
alcuni bar ed i negozi di souvenir e di arte aborigena. Sotto questo aspetto entrare nei negozi d’arte aborigena equivale alla visita di un vasto museo con migliaia di opere esposte. In pieno centro leggo un grande cartello (vedi foto) “orgogoglioso di essere aborigeno” e “orgoglioso di essere australiano”
come se gli aborigeni non fossero australiani. “Australiani” e “aborigeni” convivono ma rimangono due mondi completamente separati. I primi gestiscono tutte le attività della città, non ho trovato un commesso, un cameriere, un operaio di origine aborigena. Mi spiace doverlo sottolineare ma è la verità e tutto ciò non è per niente condivisibile. Gli aborigeni si vedono in giro per la città, vestiti un pò male, un pò sporchi, trasandati. Camminano per le strade o nei centri commerciali come se fossero un pò persi, si siedono a gruppi sui prati, a volte urlano tra di loro. La sera la polizia pattuglia le strade mentre gli aborigeni frequentano i bar e qualcuno si ubriaca. Una mattina al Red Ochre Grill, il ristorante dell’albergo dove pernotto, vedo un vetro rotto da un paio di sassate, facile intuire cosa sia successo. L’Uluru – Kata Tjuta National Park, sito Patrimonio dell’Umanità protetto dall’UNESCO, è però gestito in modo congiunto. Il consiglio d’amministrazione, per statuto, è composto per metà da bianchi e per metà da aborigeni. Questi riconoscimenti sono comunque molto recenti, risalgono solo ad una ventina d’anni fa. Ora il parco è cogestito dagli anangu, la popolazione locale, e vengono riconosciuti i luoghi sacri dove è vietato scattare fotografie. Inoltre, da pochi anni, è vietato salire sulla roccia sacra anche se esiste un sentiero ben tracciato. Francamente, camminando lungo i sentieri che circondano Uluru, si avverte una forma di sacralità. Sarà il sibilo del vento, il frinire delle cicale, il silenzio circostante, i colori della roccia e del cielo, o semplicemente le leggende che si tramandano, ma io ho avvertito qualcosa di speciale. Uluru è una unica, grande roccia, lunga 3,6 km ed alta 348 metri, raggiunge una quota di 867 m slm. La roccia è una specie di iceberg, più dei due terzi del volume sono al disotto del livello dell’altopiano ed arriva ad una profondità di circa 6.000 m. Forse questi numeri danno l’idea della unicità del luogo. Il colore rosso, dovuto all’alta presenza di ferro, è dominante. Dove scorre l’acqua quando piove il tracciato è annerito, come se fosse arruginito. Kata Tjuta dista circa 35 km da Uluru. E’ uno spettacolare gruppo di rocce che raggiunge i 1066 m slm. Il nome significa “molte teste” e riveste una grande importanza
nella cultura aborigena. Visitare questi luoghi è stata per me una grande emozione ma lasciamo agli anangu le loro tradizioni, le loro credenze, la loro cultura, la loro storia.

The Rock Tour – Day 3

Sveglia che è ancora buio, alle 5 siamo già tutti pronti sul bus, di nuovo verso Uluru per ammirare l’alba. Arriviamo al parcheggio che è ancora buio. Sulla sinistra della roccia incomincia ad arrivare la prima luce, rossa. Il cielo è ancora un po’ buio, le nuvole grigie, gli squarci diventano sempre più chiari. Ad un certo punto, a sinistra della roccia, tutto diventa rosa, rosso, mentre a destra c’è un azzurro tenue. Poi la terra e la roccia assumono la loro colorazione rossa ed il cielo rimane un po’ grigio, nuvoloso. Ci portiamo alle spalle della roccia e percorriamo il sentiero Uluru Walk. Un paio d’ore di camminata attorno alla roccia, le pareti hanno piccole e grosse caverne. Incontriamo un serbatoio d’acqua potabile tutto dipinto dai ragazzi del Nymatijatjara College. Sono stati utilizzati i colori della terra e del cielo per realizzare disegni carichi di messaggi destinati ai turisti. Il migliore: have a good holiday, be safe, take a seat, have a rest, enjoy your day. Scritto in bianco (le nuvole) su fondo azzurro (il cielo) ed un disegno di coccodrillo col colore della terra. Proseguiamo e le stratificazioni della roccia si fanno quasi verticali, poi guardando verso l’alto si apre una grande caverna a forma di bocca. Di nuovo una caverna con graffiti per l’insegnamento della caccia, pochi metri più avanti c’è un piccolo laghetto dove gli animali usavano abbeverarsi, l’acqua di questo lago era ed è considerata sacra dagli aborigeni Anangu. Più avanti incontriamo una grande roccia con alcune fenditure che la fanno assomigliare ad un volto umano. Nel frattempo il cielo si è aperto ed è ritornato azzurro ma purtroppo il gruppo deve incominciare a lasciarsi. Un paio di ragazze malesi si fermano qui al Resort, Martin il ragazzo ceco e le due ragazze di Taiwan ci lasciano all’aeroporto di Ayers Rock. Siamo tutti un po’ tristi ma ripartiamo. Sosta per il pranzo, panini, e di nuovo in viaggio. Ora è molto caldo, siamo sopra i 38° all’ombra. Un’ultima sosta al Camel Ride ma nessuno è interessato ai cammelli, solo gelati e bevande fresche. Rientriamo ad Alice Springs verso le 5 del pomeriggio. 1.600 km percorsi nell’Outback in tre giorni e due notti sotto le stelle. Finalmente una doccia come si deve ed un po’ di riposo al fresco dell’aria condizionata. La sera ci rivediamo tutti al Rock Bar per la cena d’addio, un ottimo filetto di canguro, molto tenero e saporito. Che nessuno si scandalizzi, il canguro è sempre stata la base dell’alimentazione aborigena. Baci e abbracci ed un arrivederci su facebook.

The Rock Tour – Day 2

La notte è piuttosto fredda. Quando apro gli occhi, al buio, vedo dei grandi squarci tra le nubi strapieni di stelle. Bailey ci sveglia all’alba, il cielo si colora di giallo, di rosso, di arancione e poi il sole porta luce e calore. Una veloce colazione e caricate tutte le carabattole si riparte, destinazione Kata Tjuta, un insieme di rocce solitarie nel mezzo dell’Outback ritenute sacre dagli aborigeni Anangu. Percorriamo il Kata Tjuta Dune Walk in circa due ore. Un sentiero tra le rocce rosse che mostrano le loro stratificazioni. Sui fianchi molte caverne dovute all’erosione dell’acqua e del vento. Ripartiamo in direzione Uluru e verso mezzogiorno ci troviamo di fronte alla grande roccia simbolo dell’Outback. Rossa, solitaria, che si staglia tra l’azzurro del cielo e qualche nuvola bianca. Un altro sogno si avvera ! Pranziamo con panini e piadine all’Ayers Rock Campground e ripartiamo per Uluru. Si visita l’Aboriginal Cultural Centre dove viene spiegata la storia dei luoghi e soprattutto della cultura aborigena. Percorriamo il Mala Walk, un sentiero sul lato occidentale della grande roccia. Si passano alcune caverne dove gli aborigeni vivevano fino a pochi anni fa. Le pareti sono piene di graffiti. Qui i nonni ed i genitori insegnavano la cultura aborigena ai giovani. Ai ragazzi si insegnava l’arte della caccia, alle ragazze i metodi di raccolta dei prodotti destinati all’alimentazione. E’ già tardo pomeriggio e la temperatura ora è più accettabile. Il percorso richiede poco più di un’ora ed è tutto in piano. Ci portiamo al Sunset Parking Place in attesa del tramonto. Si riaprono le porte del tender e di nuovo si estrae tavolino e stoviglie. Bailey cucina carne con verdure e verdure con noodles. Ceniamo di fronte alla roccia sacra mentre attendiamo il tramonto. Il parcheggio si riempie di auto e bus. Il sole scende alle nostre spalle, un po’ nascosto tra le nuvole e non crea nessun particolare effetto. Spettacolo perso, peccato. Difficile dire “sarà per la prossima volta2, almeno per me. Ma mai dire mai ! Rientriamo al campo, le tende permanenti sono troppo calde, meglio dormire all’aperto. Seconda notte per terra anche per un vecchietto come me. Questa notte le stelle sono più presenti … ma vince la stanchezza.

The Rock Tour – Day 1

Si parte all’alba, un minibus con rimorchio, Bailey la guida, Amber guida in formazione, ed altri dieci giovani. Oltre due ore di Outback e prima sosta in una aerea di servizio con una piccola galleria d’arte aborigena. Ne approfitto per acquistare il tipico cappello a larghe tese in pelle di canguro. Si rivelerà molto utile, l’ombra creata dalle tese mi copre il viso ed il collo, rinfresca la testa senza sudare, è robusto e flessibile, protegge dalla pioggia. L’ideale per questo trekking. Si riparte e Bailey ci chiede di scrivere o di disegnare qualcosa di personale sui vetri del bus con dei pennarelli. Io mi disegno in rosso la roccia dell’Uluru e non manco di scrivere l’indirizzo del mio blog. Un panino al volo e verso mezzogiorno arriviamo a Kings Canyon, fa caldo ed il cielo è un po’ grigio. Trekking di tre ore e mezza lungo l’omonimo Walk di 6 km. Il percorso inizia con lo “hard attack”, una ripida salita con molti scalini fatti di sassi, solo un paio di soste per prender fiato. Sole, caldo e fatica si fanno subito sentire. Al termine della salita gli sforzi sono appagati da un vasto panorama e dai paesaggi tra le rocce rosse. Arriviamo lungo il fianco del canyon dove notiamo delle pietre con le tipiche onde della sabbia. Sembra incredibile ma circa 350.000 milioni d’anni fa qui, nel centro dell’Australia dove oggi c’è solo savana, c’erano dei laghi. Il canyon ha pareti verticali alte un centinaio di metri e si estende per oltre un kilometro. Grazie a passerelle e scale in legno raggiungiamo il fondo del canyon dove troviamo una pozza d’acqua con palme e vegetazione, una specie di oasi chiamata The Garden of Eden. Io arrivo al bus sfinito dal caldo e dalla stanchezza, ma che meraviglia ! Ripartiamo e più tardi ci fermiamo a raccogliere legna secca. La savana ha un fondo di terra rossa, carica di ferro, ed è ricoperta da arbusti e piante. Molte piante sono secche ed è facilissimo trovare rami già pronti per un fuoco, alcuni li spezziamo, altri li raccogliamo. Caricata e fissata la legna sul tender ci dirigiamo verso il nostro “bush camp”. Lungo la strada, verso le 18,00 appare all’orizzonte Uluru colorata di grigio. Che emozione ! Una sosta per acquistare birre e bevande fresche, un paio di kilometri di strada sterrata ed ecco Curting Springs, il nostro “bush camp”. Un grande cerchio per il fuoco ed una tettoia da utilizzare in caso di pioggia. Distribuiti i tredici sacchi a pelo attorno al grande cerchio si procede all’accensione del fuoco. Bailey estrae una barretta di magnesio con la quale si dovrà accendere il fuoco, lo aiuta Joseph, ventenne francese. Acceso il fuoco non resta che alimentarlo con la legna raccolta. Dal trailer si estraggono il tavolino di lavoro in ferro, pentole, piatti,  posate, insomma tutto l’occorrente per cucinare e mangiare. Bailey organizza il lavoro ed ognuno fa qualcosa. Sandra, giovane tedesca, impasta il pane, altri tagliano le verdure, io mi incarico di tagliare le cipolle per il soffritto e per il contorno di verdure cotte. Intanto si fa buio, il fuoco e le nostre torce forniscono la luce necessaria. Tutto viene cucinato sulla carbonella, la prima pentola contiene il pane, poi il riso bollito, le verdure cotte (patate, carote e cipolle) ed un largo wok dove cuoce un bel soffritto di cipolle. A cipolle dorate aggiungiamo della carne trita (bovina) con fagioli e salsa di pomodoro. Io mi occupo della cottura mentre mi gusto una birra fresca. A cottura ultimata ognuno si serve e tutti mangiano con molto piacere. Quando fa buio nella savana è notte, siamo tutti un po’ stanchi, ci infiliamo così nei nostri sacchi a pelo sotto le stelle. In realtà il cielo è nuvoloso, la luna è per metà piena, le stelle si vedono solo tra una nube e l’altra.

The Ghan Train

The Ghan Train non è un treno, non è un un mezzo di trasporto. The Ghan è un’esperienza. La stazione del Ghan a Darwin si trova fuori città, due piccoli stabili uniti da un largo tetto. Per partire occorre presentarsi ad un bancone come per un check-in in aeroporto, si riceve un cartoncino che riporta la lettera del vagone e il numero del proprio sedile. Si parte solo se il tragitto è prenotato. A destra un secondo bancone dove si consegna il bagaglio. Per la mia valigia un cartoncino verde con la sigla ASP (Alice Springs) ed un altro con heavy – 20 kg. Sull’unico binario un lungo treno composto da due locomotori diesel rossi e tanti vagoni in allumino. Ad ogni portello c’è a disposizione una scaletta con l’addetto. La carrozza del Red Service, cioè senza cuccetta, ha sedili reclinabili rossi, comodi e molto spaziosi, con tavolini ripieghevoli da infilare nei braccioli. Prima della partenza un addetto ricorda le norme di sicurezza ed informa i passeggeri circa gli orari, i servizi, il ristorante. Il Red Service ha una carrozza ristorante con bar dove si può pranzare, cenare e fare colazione. A disposizione anche una doccia per vagone ed asciugamani. Il treno parte puntuale alle 10 ed attraversa una foresta tropicale che man mano si trasforma in boscaglia. Alle 14,30 la prima fermata: Katherine. Ora il treno si ferma fino alle 18,00 e ci sono a disposizione alcune escursioni. Io scelgo la visita al Nimiluk National Park, mezz’ora di pullman ed una passeggiata tra la foresta per arrivare su una terrazza panoramica sul fiume che scorre tra le rocce. Poco dopo le sei il treno riparte ed attraversa aree verdi disabitate. Arriva il buio e vado nella carrozza ristorante per la cena, una lunga chiaccherata con un viaggiatore danese, e poi una notte breve. Alle sei del mattino inizia ad albeggiare, uno spettacolo della natura. Dopo colazione, alle 8,40, si arriva ad Alice Springs, la mia valigia è sul marciapiede che mi attende, servizio perfetto. Ed ora sono nel centro dell’Australia !

Darwin con un pizzico di follia

Un viaggio di questo tipo richiede anche un pò di follia. Ero a Melbourne, e nel soggiorno mi stavo organizzando le tappe successive. Non c’era verso di prenotare un posto sul treno da Adelaide ad Alice Springs, il famoso Ghan Train. Ma tra i miei sogni c’era questo treno e non volevo rinunciare al viaggio.
Dopo aver prenotato l’auto a noleggio da riconsegnare ad Adelaide e gli alberghi per le notti successive, mi son fatto prendere dalla mia follia ed ho preso la decisione. Pur di arrivare col mitico treno ad Alice Springs, nel centro del paese, mi prenoto un volo per Darwin, all’estremo Nord, e da lì The Ghan Train di nuovo in direzione sud. Così, lasciata la macchina in modo rocambolesco all’aeroporto di Adelaide, volo su Darwin (tre ore e mezza), arrivo in albergo a mezzanotte facendo un complicato check-in automatico e la mattina seguente riesco a prendermi il mio Ghan ! Folle … ma fatto

Barossa Valley

La Barossa Valley è situata una cinquantina di kilometri a Nord di Adelaide. I primi immigrati arrivati in zona erano di origine tedesca, prevalentemente dalla Prussia e dalla  Slesia. Qualcuno di loro portò con sè delle talee di uva e così attorno al 1850 iniziò un’attivita che oggi è molto fiorente. In quest’area si produce oltre il 20 % del vino australiano e la zona è diventata famosa anche per la cucina. Insomma, dell’ottima enogastronomia. Le colline hanno dolci profili e sono per lo più ricoperte d’erba secca e da verdi vigneti. Quì siamo in piena estate quindi l’uva è ancora in fase di maturazione ma la vedo già quasi pronta per la vendemmia. I paesi sono un misto di case coloniali nel vecchio stile inglese e chiese luterane coi tetti spioventi ed i campanili a punta. Sembra di essere in Baviera o giù di lì. E difatti lungo la strada principale di Tanunda c’è la Die Barossa Wurst Haus Bakery che offre wurstel viennesi e tedeschi. Nel vecchio ufficio postale ha sede un piccolo museo con vecchie fotografie in bianco e nero, abiti antichi, vecchi utensili, mobili d’epoca. L’ingresso al museo è molto curioso: si passa attraverso un negozio di biciclette con un forte odore di gomma. Fuori dal paese si incontra Le Château, una azienda vinicola antica e molto rinomata, un vero palazzo d’epoca in pietra con grandi cantine piene di botti. Qui ha fatto visita anche Barack Obama così oggi viene proposto un vino a lui dedicato al costo di 49 $, circa 32 € a bottiglia. Io assaggio un sauvignon blanc, molto fresco e di corpo. Per pranzo vado presso l’azienda Pindarie che mi è stata consigliata dalla receptionist dell’albergo. Siamo qualche kilometro fuori dal paese, tutto attorno prati e vigneti. La costruzione esterna non dà l’idea del calore interno, un banco per la degustazione dei vini ed un camino per l’inverno. Oggi invece è una giornata molto calda e tutti i ventilatori sono accesi. Ordino un lamb pie, favoloso. Un tortino molto croccante ripieno di agnello stufato e patate, accompagnato da una fresca insalata ed olive. Lo abbino con un ottimo shiraz. Sulla strada verso Adelaide mi fermo al visitor centre della famosa Jacob’s Creek. Una costruzione molto moderna costruita tra le vigne dove si organizzano degustazioni. Approfitto dell’offerta di un assaggio gratuito e poi via di corsa verso l’aeroporto destinazione Darwin.

Great Ocean Road

Arrivo sulla Great Ocean Road da Woodend, la mia prima sosta è Torquay. Una lunga spiaggia, una scogliera ricoperta d’erba e le lunghe onde dell’oceano. Torqauy è considerata la capitale nazionale del surf, esiste persino un museo. Una bella passeggiata sulla spiaggia col tramonto, cena a base di pesce ed insalata, pernotto in un ostello. La mattina colazione sulla spiaggia mentre le lezioni di surf sono
già incominciate. Mi metto alla guida, la strada si fa subito interessante, panorami mozzafiato sull’oceano,
saliscendi e curve. Si passa per il leggendario “point break”, lungo la Bells Beach, considerato il miglior punto da parte dei surfisti. Arrivo ad Anglesea, deviazione per ammirare un faro di fine ‘800, ben tenuto, tutto bianco con la cupola rossa. E’ un continuo sostare per ammirare i panorami, quando scendo dall’auto non riesco a trattenere gli wow ad alta voce. Arrivo ad Apollo Bay, una bella spiaggia ma il lungomare è troppo costruito ed affollato. Quando decido di ripartire mi accorgo di aver parcheggiato l’auto proprio di fronte a La Bimba, ristorante segnalato da LP. E’ l’una e mezza ed un pranzetto potrebbe starci. Il ristorante è al primo piano, tavolino con vista sull’oceano. Chardonnay con olive ed un ottimo piatto: blue eye, un filettone di pesce con carne bianca, accompagnato da cozze e piselli, molto buono. Riparto e la strada devia nell’entroterra, erba secca, piante, capre e mucche, ed i famosi certelli gialli “attenzione attraversamento canguri”. A metà pomeriggio sosta per un caffè presso una stazione di servizio. Un vecchio distributore e all’interno un bar trasformato in museo. Paul, un tipo molto simpatico che mi prepara il caffè, sembra anche lui appena arrivato dagli anni ’70. Mi saluta con un ciao e sono di nuovo sulla strada. Un’oretta di guida ed arrivo ai Dodici Apostoli. Credo che sia uno dei più belli spettacoli naturali al mondo. Questa volta rimango senza parole, riesco solo a dire noooooooooo. Una scogliera a strapiombio sull’oceano, la spiaggia ed i faraglioni che spezzano le onde. Alcune rocce sono quasi delle torri, altre sono più massicce, tutte hanno la base erosa dalle acque. Una torre si è sgretolata in mare nel 2005 ed un arco naturale è crollato nel 2009, ora le rocce principali sono solo sette. Sul lato opposto del capo ce ne sono altre due. Facciamo un pò di storia sul nome che appare curioso perchè le
rocce non sono dodici. Fino agli anni ’60 le formazioni rocciose erano conosciute come “la scrofa ed i maialini”. In seguito, per attrarre più turisti, vengono chiamate, “apostoli” e poi viene aggiunto il numero di dodici. Le due rocce situate sul lato opposto del capo vengono chiamate Gog e Magong. Io comunque non riesco a lasciare il luogo, sono stupito e decido di pernottare in zona. Vedo una indicazione: Twelve Apostles Motel, lo seguo. Tre kilometri di strada sterrata tra i campi d’erba secca ed arrivo in un luogo piacevole, qualche pianta e costruzioni in legno. La camera è un pò cara ma in ogni caso decido di rimanere. Questo mi consente di vedere i “dodici apostoli” nelle diverse condizioni di luce e mi permette di scattare foto molto diverse tra loro (vedi la galleria). La mattina successiva riparto e trovo lungo la strada altre meraviglie disegnate dalla natura. La prima è il Loch Arge Gorge, una piccola spiaggia racchiusa dalla scogliera che disegna un elisse quasi completo, lo spazio lasciato libero alle onde del mare è molto ristretto. Notevole la vista dall’alto ma è anche possibile arrivare fin sulla spiaggia grazie ad una scala di legno. Anche quì una storia da raccontare. Nel 1878 il veliero Loch Arge naufraga proprio di fronte a questo pericoloso tratto di costa. Cinquantadue persone morirono, solo Eva Carmicheal, 18 anni, che viaggiava con la propria famiglia di immigrati irlandesi e Tom Pearce, giovane marinaio, si salvarono. Dopo alcune ore di nuoto Tom riuscì a raggiungere la riva ed udì Eva piangere e gemere in mare. Tom ha lottato un’ora per strappare Eva dai marosi per poi adagiarla in una grotta. Una volta salvi si addormentarono. Al risveglio Tom si arrampicò sulle rocce e corse in cerca di aiuto. Allora non c’era la Great Ocean Road e la zona era quasi disabitata. Tom, aiutato da un paio di lavoratori della vicina
Glenaple Station, riuscì poi a mettere in salvo Eva. Questa non è una leggenda, come potrebbe sembrare, ma storia vera e mi è piaciuto raccontarla. Proseguo ed arrivo ad un arco naturale di roccia poggiato sulla scogliera. Qualche kilometro più avanti incontro il London Bridge, un altro arco naturale staccato circa una ventina di metri dalla scogliera. Anche quì l’erosione del mare ha recentemente cambiato il panorama. Originariamente gli archi erano due ma nel gennaio del 1990, improvvisamente, l’arco unito alla costa si è frantumato lasciando isolati due turisti che fortunatamente erano sul secondo arco. Un elicottero li ha tratti in salvo ed ora il “bridge” non c’è più. Poco più avanti un’altra sosta: “Il Grotto” un’altro arco naturale frutto dell’erosione marina ma poggiato sulla terraferma. Con tutte queste soste e queste meraviglie la strada non rende. Attraverso una zona agricola ed entrando a Warrnambool vedo una grande fabbrica di latte e latticini, di fronte c’è il Cheese World. Un negozio di prodotti locali, spaccio di formaggi con degustazione gratuita, sala ristorante con affreschi un pò kitsch che riproducono mucche e verdi panorami. Mi ordino un tagliere di carne affettata e prosciutto, assaggi di formaggio, insalata ed un bicchiere di shiraz australiano. Tutto molto buono e appetitoso ma la strada è ancora lunga. Mi rimetto al volante, la Great Ocean Road è terminata ma debbo raggiungere Adelaide. Ora attraverso una
zona piena di boschi coltivati con altissimi pini. Superata Kingston la Princes Highway segue la costa ed attraversa il Coorong National Park, un’area molto verde lungo il mare. Nel frattempo il sole tramonta ed il cielo molto sereno diventa rosso e poi buio. Arrivo a destinazione, la Barossa Valley, che è già mezzanotte.