Borobudur e Prambanan

Partiamo la mattina in macchina con autista. Lasciamo Jogja ed incontriamo le risaie circondate da palme, poco prima di arrivare a Borobudur riusciamo a scorgere il cono grigio del vulcano Merapi. Dopo circa un’ora arriviamo a Borobudur, sito archeologico protetto dall’UNESCO. Questo è il più colossale monumento buddista dell’Indonesia e risale a circa 1200 fa. Abbandonato in seguito al declino del buddismo viene ricostruito una trentina d’anni fa in quanto stava sprofondando nel terreno. Ora si può ammirare in tutta la sua imponenza: due milioni di blocchi di pietra perfettamente lavorata, una base quadrata di 118 metri per lato con sei terrazze quadrate e sovrapposte ed altre tre rotonde. Quattro scalinate consentono di salire fino all’ultima terrazza. Una perfezione geometrica che mozza il fiato. Lungo le terrazze stupa molto particolari con spazi vuoti a forma quadrata, altri scoperti che contengono statue del Buddha. Complessivamente ci sono oltre 500 statue mentre le pareti sono ricoperte da oltre 1200 pannelli decorativi in bassorilievo molto ben conservati che riproducono i testi sacri. Ma lungo le terrazze ci sono anche tanti, tanti visitatori, quasi esclusivamente indonesiani. Molti sono studenti in gita scolastica, allegri, sorridenti, che ci chiedono di fare fotografie con loro. La cosa è divertente ma alla fine le richieste sono eccessive. Riprendiamo il viaggio in auto e ci portiamo verso il Gunung (vulcano) Merapi attraverso un verde lussureggiante. La strada sale lungo il vulcano ma il cielo è sempre più grigio. Quando arriviamo al punto dal quale iniziano le escursioni in fuoristrada facciamo una breve passeggiata ma la vista è nulla. Ripartiamo, un’altra ora e mezza d’auto e sosta per il pranzo in un ristorante i cui tavolini sono sistemati in una larga capanna con il pavimento in legno e gli scalini in canna di bambù. Mangiamo un ottimo pesce grigliato, noodles con pollo e non ci facciamo mancare gli involtini fritti, molto croccanti. Ora è la volta di Prambanan, anch’esso protetto dall’UNESCO, tempio induista che risale al IX secolo ma forse la sua storia è più antica. Quattro templi principali ed altri di più piccole dimensioni. Il primo, alto 47 metri, è dedicato a Shiva, seguono quelli dedicati a Vishnu, Brahma e Sewu. Tutti hanno una scalinata che porta all’interno dove si trovano le statue delle divinità, notevole quella di Shiva. Anche qui si ripetono le fotografie con turisti e con studenti in gita. Scatto una foto ad un gruppo di ragazze e sorridendo dico loro “You are so beautiful”, seguono urla e risate che mi divertono molto. Andiamo verso l’uscita e rapidamente il cielo si fa minaccioso, nuvoloni neri con le ultime luci del giorno ed i templi che si stagliano nel cielo. La vista è bellissima ma inizia a piovere sempre più intensamente. raggiungiamo l’auto e rientriamo in città. Il temporale è passato, qualche acquisto e chiudiamo la giornata con una buona cena in un ristorante dove si inaugura una mostra di quadri. Ciò conferma che Jojakarta è una città d’arte ma i quadri esposti sono bui, tetri e di nessun interesse.

Jogja

Treno “Eksekutif” del mattino per Jogja, il diminutivo di Jojakarta. Vagoni semivuoti, molto puliti e comodi. Circa otto ore di viaggio tra risaie, palme, banani, un verde ininterrotto. Arriviamo nel bel mezzo di un temporale, siamo fradici solo per prendere il taxi. L’albergo è in mezzo ai vicoletti e si fatica a trovarlo, la zona è però molto bella. Mi ricorda i vecchi quartieri di Pechino ormai in via di distruzione. Sorpresa, la nostra prenotazione pare non sia stata registrata, sotto l’acquazzone cambiamo sistemazione. Più tardi la pioggia smette e ceniamo in un ristorante tipico. La mattina seguente visita del Kraton, una città fortificata e protetta da diverse cerchie di mura bianche. Era ed è la residenza del sultano, costruita nel XVIII secolo. Entrando ci imbattiamo subito in un concerto di musica tradizionale eseguito da un gruppo di musicisti che suonano gli antichi strumenti. Proseguendo incontriamo diversi cortili, portali con draghi e la sala dei ricevimenti. Pavimenti in marmo bianco, colonne in tek, vetrate in stile olandese. Altre sale sono destinate a museo. Oggi il temporale è in anticipo, poco dopo mezzogiorno siamo costretti a rifugiarci nel primo ristorante che troviamo sito in una vecchia casa nobile con mobili antichi. Ottima la cucina. Più tardi spiove ed andiamo a visitare il Taman Sari, un complesso di edifici e piscine dove il sultano passava le sue giornate allietato da giovani donne. All’interno si trovano anche botteghe artigianali dove una donna sta pitturando un batik ed un uomo sta lavorando la plastica delle marionette. Jojakarta è la città dei batik per eccellenza ma qui per batik si intende tutto ciò che è colorato e fiorato. Innumerevoli sono i negozi che offrono camice ed ogni altro capo di abbigliamento realizzati secondo questo stile. I disegni ed i colori ci sembrano eccessivi ma hanno il loro fascino. Entriamo nel mercato coperto dove prima incontriamo i batik ma sul fondo vengono vendute frutta e verdure. Molto interessante al primo piano una sezione dove si vendono legumi e cereali. I negozietti sono tra loro separati e chiusi da una parte in legno e da reti. Passeggiando scatto foto ed il divertimento delle donne che ci lavorano si esprime con urla e grandi risate nel vedere le foto nel display della macchina fotografica. Comportamento alquanto strano per un paese musulmano. l’Indonesia è il terzo paese al mondo per numero di abitanti, sono circa 250.000.000 di cui circa l’ottanta per cento è di religione islamica. Le donne velate sono però una minoranza e le moschee non sono così frequenti come altrove. Cena in un ristorante tipico mentre fuori piove a dirotto ma quando rientriamo in albergo ha di nuovo smesso. Due the mentre sentiamo musica dal vivo e la serata finisce qui, siamo stanchi. Per il giorno successivo ci siamo organizzati un giro in auto con autista per visitare alcuni importanti monumenti che circondano Jojakarta: Borobudur e Prambanan

Jakarta

Ho lo sguardo abbassato, lo rialzo e mi trovo Silvia davanti a me. Siamo entrambi sorpresi e stupiti di incontrarci in un luogo così remoto, così diverso dalle nostre abitudini. Lei ha praticamente viaggiato 24 ore per raggiungermi ed un abbraccio caloroso unisce padre e figlia. Sorrisi di meraviglia ed un “ma come sei dimagrito!”. Dopo una breve notte, abbiamo fatto le 3 del mattino, andiamo alla scoperta di Jakarta. In taxi ci portiamo verso il quartiere Kota, il più tradizionale e storico, il cuore della città. Austeri palazzoni bianchi ricordano il periodo dell’occupazione coloniale olandese. Passeggiamo lungo una strada molto animata dove si vende ogni cosa ed arriviamo in piazza Taman Fatahillah. E’ domenica pomerigggio ed una folla di indonesiani la anima. Gruppi di giovani scherzano e giocano mentre le famiglie passeggiano. Ci sono decine di personaggi mascherati per poter scattare con loro una foto fantasiosa. Non abbiamo ancora pranzato, entriamo nel bar Batavia, il locale più famoso della città. l’interno è molto vintage, tutto arredato in legno con centinaia di fotografie in B/N di attori e cantanti famosi appesi alle pareti. Un gruppo rock suona dal vivo musica evergreen. I Beatles ma anche la nostra “Che sarà”. Mangiamo un’ottima anatra arrosto accompagnata da una birra. Sazi facciamo due passi e rientriamo in albergo. Al VI piano c’è una piccola piscina, ci tuffiamo in attesa del temporale. Il cielo sui grattacieli della città si è fatto molto minaccioso. Inizia a piovere e solo quando la pioggia è forte usciamo dall’acqua. Oggi il temporale è arrivato verso le cinque del pomeriggio ma l’intensità è elevata. I tuoni fanno spavento. Più tardi smette e ci portiamo verso il centro della vita serale e notturna. Passiamo attorno alla grande fontana rotonda che viene considerata il centro della città per arrivare presso il grande palazzo Pacific Place circondato e avvolto dalle luminarie natalizie. All’interno un vasto spazio occupato dalla riproduzione della Tour Effeil tutta illuminata con un Babbo Natale che si arrampica. Volgendo lo sguardo verso l’alto si vede una struttura circolare con molti piani che ospita tutti i grandi marchi mondiali. A piano terra la galleria La Fayette e poi tutti i marchi del lussso e della moda italiana. Noi andiamo al Potato Head, un locale molto moderno dove troviamo i giardini verticali che mi ricordano quelli dell’EXPO (padiglioni di Israele e Stati Uniti). Mangiamo un filetto di pesce grigliato con una buonissima salsa di soia (credo) e lime, dei gamberi con salsa di pomodoro piccante e lime. Davvero ottimi, il locale è segnalato come “top” dalla Lonely Planet. Poi ci portiamo sul lato opposto del grande palazzo dove troviamo l’Hard Rock Cafè. Due coktails e musica dal vivo a tutto volume. Che serata !

Indonesia

Dopo oltre venti giorni di permanenza è giunta l’ora di lasciare il Myanmar. Rientriamo a Yangoon con un volo aereo da Heho e la sera cena di saluto del gruppo. Un po’ di tristezza e calorosi abbracci, ognuno ora riprende il suo percorso. Il giorno successivo volo per Jakarta via Singapore. Arrivo a Jakarta che è già buio ma la prima impressione che ho è molto positiva. Mi sembra tutto molto più pulito e ben organizzato. Prelevo la valuta locale e mi consegnano solo banconote da 100.000 rupiah, anche qui grandi numeri. Il clima è caldo-umido. Come previsto, il giorno successivo, nel primo pomeriggio arriva il temporale, qui siamo in piena stagione delle piogge. Ma la grande notizia è l’arrivo di Silvia, mia figlia. Ora è in volo e stasera appuntamento all’aeroporto. Ci aspetta una settimana di vagabondaggio assieme.

Il lago Inle

Lasciamo Kalaw in pullmino, la strada corre tra risaie e colline verdi. Dopo circa due ore arriviamo a Pindaya, una cittadina costruita attorno ad un laghetto. Una visita al mercato la mattina è sempre cosa gradita. Principalmente si vende frutta e verdura, non mancano però carne e pesce ed un po’ di cibo pronto. Ci portiamo verso la collina dove abbiamo un bel panorama del lago e della cittadina. Visitiamo così le famose grotte scoperte circa un secolo fa. All’entrata una statua con un arciere che ha sotto tiro un enorme ragno. le due statue si basano su una vecchia leggenda dove il principe, uccidendo il ragno, salvò la vita di una ragazza. Entriamo nelle grotte attraverso una scalinata. All’interno circa ottomila statue di Buddha di tutte le dimensioni ed in tutte le posizioni. Il nostro accompagnatore ci porta davanti ad una piccola apertura tra la roccia. Ci infiliamo in ginocchio ed entriamo in una piccola grotta dove si pratica la meditazione, all’interno una trentina di statuette. Un luogo davvero incantato. Usciamo alla luce del sole ed andiamo a visitare una fabbrica di ombrelli, o meglio, di parasole. Il telaio è tutto in legno, lavorato manualmente con semplici attrezzi ed un tornietto mosso a mano dall’artigiano. Le donne invece preparano il “tessuto” ricavato da canne bagnate, pestate con un martello per almeno venti minuti. La poltiglia che si è prodotta viene stesa su una grande rete quadrata, vengono aggiunte foglie e petali di fiori e poi viene messa ad essiccare al sole. Incredibile ma dopo due ore si ottiene un “tessuto” simile ad un foglio di carta che viene tagliato in misura e fissato con delle cordine al telaio di legno. Il risultato è di notevole bellezza, non riesco a trattenermi e ne compro uno di piccole dimensioni da tenere come ricordo. Pranziamo in un bellissimo ristorante, praticamente una grande palafitta in legno con vista lago. Altre due ore di viaggio ed arrviamo a Nyaugshwe, la città in prossimità del lago Inle. Appena arrivati non vediamo l’ora di ammirare il lago. Al porto ci offrono una passeggiata sul lago per ammirare il tramonto. “Fuori programma” con Anne e Kristian, ci facciamo un giretto in barca a motore. La tipica barca a motore del lago Inle è lunga una decina di metri, a poppa un rumoroso motore ed il conducente che aziona una lunga barra che termina con l’elica mentre la prua, durante la navigazione, rimane mezzo metro fuori dall’acqua. Queste barche vengono normalmente usate per il trasporto di persone e di merci di ogni tipo. Sono praticamente l’unico mezzo di trasporto per la popolazione che vive lungo il lago e sugli isolotti. Si percorre un lungo canale naturale e dopo una decina di minuti si apre il lago. I colori sono tenui e quando siamo nel centro del lago inizia il tramonto. Una leggera nube rende piacevole le vista del cielo che si colora di rosa. Quando inizia a far buio rientriamo in città. Per cena scegliamo un ristorante cinese, io scelgo un pesce grigliato e riso bollito. La mattina successiva alle otto siamo già in barca, ripercorriamo il canale che porta verso il lago. Il sole non è ancora molto alto e l’aria è fresca. Le barche destinate ai turisti sono attrezzate con coperte che a quest’ora della mattina sono assolutamente necessarie. Arrivati al lago ci soffermiamo a vedere i pescatori all’opera. Loro usano barche più corte e mosse a remi. Il pescatore ha una posizione molto particolare: muove il remo con una gamba restando in equilibrio con l’altra mentre le braccia vengono usate per muovere le reti. Percorriamo un altro tratto di lago ed arriviamo ad un villaggio di palafitte. le case sono tutte in legno con pali di sostegno appoggiati al fondo del lago. Visitiamo un monastero, una grande struttura rettangolare in legno con un Buddha centrale. Il monastero è pieno di gatti, su una parete noto un poster con la foto a colori di una giovane Aung Sun Suu Kyi affiancata a quella del padre a cavallo, in bianco e nero, il generale Aung Sun l’eroe, il condottiero dell’indipendenza birmana. Altra navigazione tra i verdi canali della laguna e piante di loto con le foglie di un verde molto intenso ed arriviamo ad una importante pagoda: Phaung Daw Oo. All’interno, al centro della grande sala, non c’è la solita statua del Buddha bensì cinque piccole statue di legno coperte d’oro che hanno perso l’aspetto originale. Tre dovrebbero rappresentare Buddha mentre le altre due dei monaci. Prima di lasciare il paese voglio provare ad incollare le foglioline d’oro, questa mi sembra l’occasione buona. Con 5.000 kyats ( circa 4 €) si acquista una confezione dove si trovano dieci quadratini d’oro, diciamo 2 cm x 2 cm, sottilissimi che se si toccano con le mani si sfaldano. le foglioline, supportate da foglietti di carta, vanno dolcemente appoggiate sulle statue e poi pressate, in questo modo vengono definitivamente fissate alla statua. Le dieci foglioline le suddivido con Chit e Kristian, una la conservo di ricordo. Naturalmente l’offerta dell’oro alle statue è di competenza esclusivamente maschile mentre alle donne è vietato. E ciò viene dichiarato con tanto di cartello in due lingue: birmano e inglese. Questo tempio ha anche una imbarcazione sacra tramite la quale le cinque statuette vengono trasportate attraverso tutti i villaggi del lago. Visitiamo anche una fabbrica di tessuti dove si utilizzano ancora vecchi arcolai e telai manuali. Rientriamo in città, la sera grande festa di compleanno.

Kalaw

La visita di Bagan è stata davvero molto interessante e piacevole ma l’avventura continua. Partiamo in pullmino la mattina presto, due ore di viaggio tra risaie e coltivazioni di ortaggi. Dopo circa due ore troviamo le montagne. Arriviamo al Mount Popa, una ripida roccia di origine vulcanica sulla cui vetta è stato costruito un piccolo tempio buddista. Per raggiungerlo occorre salire 770 scalini ! Preferiamo visitare i due piccoli templi del villaggio. Qui per tradizione, oltre a Buddha, si venerano anche gli spiriti che sono basati su personaggi umani con tutti i loro pregi ma anche i difetti. Dietro ad ogni spirito c’è una storia o una leggenda. Entriamo nel semplice tempio e troviamo 37 statue raffiguranti gli spiriti. Al centro una donna con una strana passione d’amore, ci sono anche bambini e ragazzi. Ogni statua riceve offerte, soprattutto fiori e soldi. Tutte le statue hanno banconote nelle loro mani. La più strana di tutte si riferisce ad uno spirito che amava giocare d’azzardo e bere e difatti viene venerata da giocatori e bevitori. Tra le mani tiene dei soldi ma sulle braccia gli hanno appeso delle bottiglie di whisky. Più avanti un secondo tempio con una statua raffigurante un elefante bianco che trasporta uno spirito con mantello marrone e turbante arancione, protetto da un ombrello bianco. La strada prosegue attraversando una zona di origine vulcanica e si snoda tra montagne verdi. E’ piuttosto stretta, la velocità media è bassa perché ogni ponte ed ogni incrocio con un altro mezzo sono un rallentamento. Occorrono altre sette ore per raggiungere Kalaw, centro della regione Shan. Arriviamo giusto in tempo per assistere ad una festa tradizionale che si tiene annualmente. La festa delle luci e dei fuochi. E’ già sera e al buio incomincia a sfilare una lunga processione allegra e festosa. Bambine e ragazze sfilano su due file con lampade tra le mani, ragazzi suonano vari strumenti: gong, tamburi e fanno un gran casino. Grida ed urla d’allegria. Il corteo è arricchito da semplici carri illuminati che vengono portati a spalla dai giovani o trainati da motorini. Immancabili i fuochi artificiali. Naturalmente ai lati del corteo una grande folla, praticamente tutto il paese è sul percorso. La serata si conclude in un ristorante posto in una antica casa di legno, un bel ambiente che induce tranquillità. Il giorno successivo escursione tra le montagne, raggiungiamo la zona su un furgoncino. La passeggiata inizia attraversando un piccolo monastero e poi arriviamo presso una scuola. Nella classe dei più piccoli si stanno studiando le lettere dell’alfabeto ed i bimbi intonano una cantilena mentre i più grandicelli stanno contando dei cubetti disegnati su dei fogli volanti, il risultato della somma viene riportato con la matita su dei semplici quaderni. Proseguiamo tra le montagne ricoperte da una folta vegetazione, girasoli e fiori rossi. Dopo circa tre ore di cammino arriviamo al villaggio Minka della tribù Palaung. Questo villaggio conta circa ottocento abitanti, i Palaung sono complessivamente circa 500.000. Secondo le regole tribali ci si può sposare solo tra appartenti alla tribù, in caso contrario bisognerà vivere fuori dai villaggi. Le donne vestono ancora abiti tradizionali molto colorati e portano un copricapo. Le case più tradizionali sono ancora delle palafitte in legno col tetto di paglia ma ormai si costruisce col cemento. Noi siamo accompagnati da una guida locale , che tra l’altro è un esperto conoscitore di piante ed erbe, che sa parlare l’idioma tribale. Ci fermiamo per un the in una casa in legno dove la signora che ci ospita vende qualche prodotto artigianale. Proseguiamo la passeggiata per un’altra ora e ritroviamo l’asfalto. Dopo un veloce pranzo rientriamo a Kalaw. La sera la temperatura si abbassa parecchio, siamo a circa 1200 metri slm. Cena in un ristorante nepalese.

Che festa di compleanno !

Innanzi tutto vorrei ringraziare tutti coloro che mi hanno inviato gli auguri di buon compleanno, ringrazio anche chi non lo sapeva e chi se ne è dimenticato. Quest’anno il 2 dicembre è stato davvero  un giorno speciale. Una giornata di navigazione sul lago Inle col cielo azzurro e serata di festa. I miei compagni di viaggio ed il nostro accompagnatore Chit mi hanno fatto commuovere. Cena italiana in un ristorante locale con forno a legna per la pizza, macchinetta italiana (come quella che ho a casa io) per tirare la pasta fresca, una confezione di Grana Padano DOP ancora sigillata e ragù di carne pronto in pentola. Eccezionale ! Ho fatto i miei complimenti al titolare, assolutamente meritati. Per cena quindi due pizze, una porzione di tagliatelle fresche con le melanzane e due col ragù (tagliatelle with bolognaise). Tutto annaffiato da vino rosso birmano. E poi ad un certo punto si spengono le luci in sala e Chit arriva con una bellissima torta con panna e frutta con la scritta: Happy Birthday Oscar. Attorno quattro candeline che ho spento con un soffio. Non so da quanti anni non festeggio con torta e candeline, l’ultima volta deve essere stata per i miei 50 anni. In aggiunta trovo anche un pacco regalo, lo apro e trovo un bellissimo cappello di paglia, tipo Panama, lo stesso che stavo ammirando la mattina. Ancora grazie a tutti. Ringrazio anche GAdventure che ha gentilmente offerto la serata.

Bagan, la città antica

Il gruppo ritorna ad essere composto da tre persone in quanto Kristian è indisposto. L’esplorazione della città parte dal mercato. Frutta e verdura, uova, carne e pesce vengo offerti ai compratori. Piccole cucine di strada offrono cibi locali: zuppe, riso fritto, curry. Nel corso della giornata visitiamo diverse pagode e stupa. Molti sono costruiti con mattoni rossi, altri dorati o colorati di bianco. A Bagan ci sono oltre 2000 tra stupa, templi e pagode. Lo sguardo si perde tra la verde campagna mentre cupole rossastre, bianche o dorate spuntano ovunque. All’interno delle pagode troviamo Buddha nelle diverse versioni, seduto o all’impiedi, dorato o colorato, alcuni vestono dei drappi gialli e fiorati. Ai loro piedi le offerte dei fedeli: fiori, banconote, acqua, banane, angurie, ecc. Verso sera saliamo i ripidissimi gradini di una pagoda per vedere il tramonto. lo spettacolo dall’alto è unico, tra il verde della vegetazione svettano gli stupa mentre il cielo si colora di rosso. Chiudiamo la giornata con una pizza (margherita e napoletana) cotta in un forno a legna. Incredibile ma erano davvero buone ! Il giorno successivo noleggio una e-bike. Una leggera motocicletta con pedali, alimentata da una batteria. La mattina il sole è già caldo ma all’ombra delle piante si gode ancora un po’ di fresco. Lasciato il “centro abitato” si può vedere l’attività di tutti i giorni: due pastori attraversano la strada col loro gregge di pecore, un contadino trasporta del fieno su un carro trainato da due buoi, qualche contadino lavora la terra nei campi. Visito alcune pagode ma la cosa più interessante è la passeggiata tra le stradine di un villaggio. Mi soffermo quando trovo qualche bimbo o qualche signora. Le case sono molto semplici. Costruite con legna, stuoie e paglia. Ognuna ospita qualche mucca, i cani randagi sono ovunque. Raggiungo la riva del fiume dove alcune donne scaricano della ghiaia da un barcone mentre altri salgono sulle barche per attraversare il fiume. Dopo circa quattro ore la e-bike incomincia ad andare in modo irregolare. La batteria è scarica e sono sotto il sole dell’una. Un ragazzo mi chiede se ho bisogno di aiuto, telefona al gestore del noleggio e nel giro di cinque minuti arriva la signora con la batteria di ricambio. Ottimo servizio ! Rientro per un pollo al curry, riso e verdure di contorno.

In navigazione verso Bagan

La mattina sveglia che è ancora buio, arriviamo sul pontile mentre sta albeggiando. Iniziamo così la nostra navigazione in battello sul fiume Ayeyarwaddy in direzione Bagan, verso sud. Nel frattempo, durante il nostro soggiorno a Mandalay ci ha raggiunto il quarto del gruppo, Kristian, un trentenne tedesco. Il battello parte puntualissimo alle 7, percorre il fiume di fronte alla collina occidentale visitata un paio di giorni prima. Ora i templi e le pagode le ammiriamo dal fiume con i colori tenui della luce del mattino. Passiamo sotto il lungo ponte in ferro già percorso in auto. lungo le rive del fiume notiamo capanne di pescatori, povere abitazioni di contadini mentre sull’acqua scorrono canoe, barche a motore e barconi adibiti al trasporto di merci. Sul battello una settantina di turisti accompagnati dalle loro guide. Le lingue europee e lo slang americano si incrociano sui tre ponti. Verso mezzogiorno viene servito un leggero pranzo: riso con verdure, frittatine ed arachidi. Verso le cinque del pomeriggio, dopo quasi dieci ore di navigazione, arriviamo a Bagan, l’antica città. Sulla riva del fiume una grande agitazione di autisti, taxi, portabagagli, venditori di libri e cartoline. Una ottima ed abbondante cena dà inizio alla nostra visita della città

Mandalay, la vecchia capitale

Mandalay è stata la residenza del re Konbaung che ha dovuto cedere i suoi poteri agli inglesi poco più di cent’anni fa e recarsi in India in esilio. Al centro della città sono visibili le ben conservate mura del palazzo reale la cui area centrale è stata totalmente distrutta a colpi di bombardamenti. Attorno alle mura, il cui perimetro è di circa quattro kilometri, corre un largo fossato sulle cui acque si riflettono le torri a pagoda e le mura stesse. La città non offre molto ma alcuni monumenti sono di grande interesse. In primo luogo va segnalata la pagoda Kuthodaw da qualche anno protetta dall’UNESCO. Una enorme struttura a base geometrica con al centro un grande stupa dorato circondato da stupa più piccoli. Nell’area cirostante 729 cappelle bianche ognuna delle quali ospita una pagina di marmo iscritto. Le 729 pagine di marmo costituiscono il più grande libro del mondo. Seconda per importanza dopo la pagoda di Yangoon è il tempio Mahamuni che nella sua area centrale ospita una enorme statua del Buddha col viso di bronzo ed il corpo completamente ricoperto da foglioline d’oro che i fedeli incollano con molta cura quotidianamente. Anche qui, come al Golden Rock, l’oro può essere donato dai soli uomini che si arrampicano lungo una stretta scaletta metallica mentre le donne possono assistere alle operazioni dal fondo del tempio o attraverso degli schermi televisivi. In automobile ci portiamo sul lato occidentale del  Ayeyarwaddy River percorrendo il lungo ponte in ferro. Colline verdi piene di templi, stupa di diverse dimensioni, alcuni bianchi, altri dorati. Sulla cima della collina più alta, dalla quale si gode un bellissimo panorama, visitiamo un tempio che ospita 45 statue di Buddha allineate lungo un semicerchio. Nel pomeriggio breve navigazione sull’Elephant River, sul fiume incontriamo canoe e battelli adibiti al trasporto di ogni tipo di merce. Molto particolari sono le barche a motore che trainano delle estese zattere di legno dove “l’equipaggio” passa le giornate all’ombra di una capanna che li ospiterà anche nel corso della notte. Non mancano i panni stesi al sole. Arriviamo a Mingun dove visitiamo una pagoda voluta dal re Bodawpaya. La struttura a pianta rettangolare avrebbe dovuto raggiungere i 170 metri d’altezza ma il re morì prima del completamento dell’opera. Il suo successore interruppe la costruzione ed in seguito un terremoto ha aperto delle profonde crepe nella roccia. L’interno però è rimasto intatto. Nella piccola cappella ricavata tra la roccia troviamo un Buddha con le offerte lasciate dai fedeli ed un monaco seduto davanti un basso scrittoio che raccoglie soldi per la beneficienza. Passeggiando lungo la strada ci fermiamo a dare due calci al pallone fatto con le foglie secche assieme ai ragazzi del paese. Più avanti troviamo la campana più grande del mondo dal diametro maggiore di 5 metri. Davanti la campana una iscrizione su marmo dietro il quale spunta il viso di un bellissimo bimbo sorpreso da questo gruppetto di turisti che lo fotografa come fosse una diva di Hollywood. Rientramo in città in battello bevendo una birra fresca mentre il sole scompare dietro le colline. Visitiamo anche la antica capitale Amarapura dove troviamo il ponte in tek più lungo al mondo. 1200 metri di legno, praticamente una lunga passerella sorretta da tronchi che poggiano sul fondo del lago e degli isolotti. Tutto attorno si svolge la vita quotidiana di sempre: pescatori su canoe, contadini al lavoro che arano la terra aiutati da due buoi di colore bianco, centinaia di anatre si muovono alla ricerca del cibo tra le basse rive e l’acqua. Sullo sfondo, oltre i prati verdi e le terre coltivate, si intravedono degli stupa bianchi che si riflettono nella dolce acqua del lago. Cinque minuti d’auto ed arriviamo al monastero Mahagandadayong che ospita circa mille monaci di tutte le età. I giovanissimi sono vestiti di bianco mentre i ragazzi e gli adulti con la tipica veste buddista. Sono le 10,30 del mattino quando i monaci allineati su due file percorrono le stradine interne per andare al refettorio. Ognuno di loro tiene tra le braccia un vaso che contiene le donazioni ricevute lungo la questua effettuata la mattina. Mentre sfilano davanti a curiosi e turisti c’è chi offre dolci e caramelle. Terminata la lunga sfilata vediamo i monaci seduti a tavola che consumano il loro pranzo, l’ultimo della giornata dopo una colazione ricevuta prima dell’alba. Verso sera ci portiamo sulla cima del Mandalay Hill dove sorge un tempio. Il luogo è pieno di turisti e di birmani che attendono il tramonto. Lentamente il sole si nasconde dietro le colline colorando il cielo di rosso mentre sul lato opposto sorge una luna praticamente piena. Chiudiamo la nostra permanenza a Mandalay assistendo allo spettacolo tradizionale delle marionette. La tradizione delle marionette in Myanmar risale ad alcuni secoli fa, da venticinque anni un gruppo di artisti ha ripreso questa tradizione ed il risultato è straordinario. Con musiche dal vivo le marionette vengono mosse con scaltrezza, velocità ed armonia. Animali che corrono lungo il palchetto, scontri tra guerrieri, danzatrici. Uno spettacolo davvero emozionante, il ristretto pubblico presente applaude lungamente.