Sveglia che è ancora buio, alle 5 siamo già tutti pronti sul bus, di nuovo verso Uluru per ammirare l’alba. Arriviamo al parcheggio che è ancora buio. Sulla sinistra della roccia incomincia ad arrivare la prima luce, rossa. Il cielo è ancora un po’ buio, le nuvole grigie, gli squarci diventano sempre più chiari. Ad un certo punto, a sinistra della roccia, tutto diventa rosa, rosso, mentre a destra c’è un azzurro tenue. Poi la terra e la roccia assumono la loro colorazione rossa ed il cielo rimane un po’ grigio, nuvoloso. Ci portiamo alle spalle della roccia e percorriamo il sentiero Uluru Walk. Un paio d’ore di camminata attorno alla roccia, le pareti hanno piccole e grosse caverne. Incontriamo un serbatoio d’acqua potabile tutto dipinto dai ragazzi del Nymatijatjara College. Sono stati utilizzati i colori della terra e del cielo per realizzare disegni carichi di messaggi destinati ai turisti. Il migliore: have a good holiday, be safe, take a seat, have a rest, enjoy your day. Scritto in bianco (le nuvole) su fondo azzurro (il cielo) ed un disegno di coccodrillo col colore della terra. Proseguiamo e le stratificazioni della roccia si fanno quasi verticali, poi guardando verso l’alto si apre una grande caverna a forma di bocca. Di nuovo una caverna con graffiti per l’insegnamento della caccia, pochi metri più avanti c’è un piccolo laghetto dove gli animali usavano abbeverarsi, l’acqua di questo lago era ed è considerata sacra dagli aborigeni Anangu. Più avanti incontriamo una grande roccia con alcune fenditure che la fanno assomigliare ad un volto umano. Nel frattempo il cielo si è aperto ed è ritornato azzurro ma purtroppo il gruppo deve incominciare a lasciarsi. Un paio di ragazze malesi si fermano qui al Resort, Martin il ragazzo ceco e le due ragazze di Taiwan ci lasciano all’aeroporto di Ayers Rock. Siamo tutti un po’ tristi ma ripartiamo. Sosta per il pranzo, panini, e di nuovo in viaggio. Ora è molto caldo, siamo sopra i 38° all’ombra. Un’ultima sosta al Camel Ride ma nessuno è interessato ai cammelli, solo gelati e bevande fresche. Rientriamo ad Alice Springs verso le 5 del pomeriggio. 1.600 km percorsi nell’Outback in tre giorni e due notti sotto le stelle. Finalmente una doccia come si deve ed un po’ di riposo al fresco dell’aria condizionata. La sera ci rivediamo tutti al Rock Bar per la cena d’addio, un ottimo filetto di canguro, molto tenero e saporito. Che nessuno si scandalizzi, il canguro è sempre stata la base dell’alimentazione aborigena. Baci e abbracci ed un arrivederci su facebook.
The Rock Tour – Day 2
La notte è piuttosto fredda. Quando apro gli occhi, al buio, vedo dei grandi squarci tra le nubi strapieni di stelle. Bailey ci sveglia all’alba, il cielo si colora di giallo, di rosso, di arancione e poi il sole porta luce e calore. Una veloce colazione e caricate tutte le carabattole si riparte, destinazione Kata Tjuta, un insieme di rocce solitarie nel mezzo dell’Outback ritenute sacre dagli aborigeni Anangu. Percorriamo il Kata Tjuta Dune Walk in circa due ore. Un sentiero tra le rocce rosse che mostrano le loro stratificazioni. Sui fianchi molte caverne dovute all’erosione dell’acqua e del vento. Ripartiamo in direzione Uluru e verso mezzogiorno ci troviamo di fronte alla grande roccia simbolo dell’Outback. Rossa, solitaria, che si staglia tra l’azzurro del cielo e qualche nuvola bianca. Un altro sogno si avvera ! Pranziamo con panini e piadine all’Ayers Rock Campground e ripartiamo per Uluru. Si visita l’Aboriginal Cultural Centre dove viene spiegata la storia dei luoghi e soprattutto della cultura aborigena. Percorriamo il Mala Walk, un sentiero sul lato occidentale della grande roccia. Si passano alcune caverne dove gli aborigeni vivevano fino a pochi anni fa. Le pareti sono piene di graffiti. Qui i nonni ed i genitori insegnavano la cultura aborigena ai giovani. Ai ragazzi si insegnava l’arte della caccia, alle ragazze i metodi di raccolta dei prodotti destinati all’alimentazione. E’ già tardo pomeriggio e la temperatura ora è più accettabile. Il percorso richiede poco più di un’ora ed è tutto in piano. Ci portiamo al Sunset Parking Place in attesa del tramonto. Si riaprono le porte del tender e di nuovo si estrae tavolino e stoviglie. Bailey cucina carne con verdure e verdure con noodles. Ceniamo di fronte alla roccia sacra mentre attendiamo il tramonto. Il parcheggio si riempie di auto e bus. Il sole scende alle nostre spalle, un po’ nascosto tra le nuvole e non crea nessun particolare effetto. Spettacolo perso, peccato. Difficile dire “sarà per la prossima volta2, almeno per me. Ma mai dire mai ! Rientriamo al campo, le tende permanenti sono troppo calde, meglio dormire all’aperto. Seconda notte per terra anche per un vecchietto come me. Questa notte le stelle sono più presenti … ma vince la stanchezza.
The Rock Tour – Day 1
Si parte all’alba, un minibus con rimorchio, Bailey la guida, Amber guida in formazione, ed altri dieci giovani. Oltre due ore di Outback e prima sosta in una aerea di servizio con una piccola galleria d’arte aborigena. Ne approfitto per acquistare il tipico cappello a larghe tese in pelle di canguro. Si rivelerà molto utile, l’ombra creata dalle tese mi copre il viso ed il collo, rinfresca la testa senza sudare, è robusto e flessibile, protegge dalla pioggia. L’ideale per questo trekking. Si riparte e Bailey ci chiede di scrivere o di disegnare qualcosa di personale sui vetri del bus con dei pennarelli. Io mi disegno in rosso la roccia dell’Uluru e non manco di scrivere l’indirizzo del mio blog. Un panino al volo e verso mezzogiorno arriviamo a Kings Canyon, fa caldo ed il cielo è un po’ grigio. Trekking di tre ore e mezza lungo l’omonimo Walk di 6 km. Il percorso inizia con lo “hard attack”, una ripida salita con molti scalini fatti di sassi, solo un paio di soste per prender fiato. Sole, caldo e fatica si fanno subito sentire. Al termine della salita gli sforzi sono appagati da un vasto panorama e dai paesaggi tra le rocce rosse. Arriviamo lungo il fianco del canyon dove notiamo delle pietre con le tipiche onde della sabbia. Sembra incredibile ma circa 350.000 milioni d’anni fa qui, nel centro dell’Australia dove oggi c’è solo savana, c’erano dei laghi. Il canyon ha pareti verticali alte un centinaio di metri e si estende per oltre un kilometro. Grazie a passerelle e scale in legno raggiungiamo il fondo del canyon dove troviamo una pozza d’acqua con palme e vegetazione, una specie di oasi chiamata The Garden of Eden. Io arrivo al bus sfinito dal caldo e dalla stanchezza, ma che meraviglia ! Ripartiamo e più tardi ci fermiamo a raccogliere legna secca. La savana ha un fondo di terra rossa, carica di ferro, ed è ricoperta da arbusti e piante. Molte piante sono secche ed è facilissimo trovare rami già pronti per un fuoco, alcuni li spezziamo, altri li raccogliamo. Caricata e fissata la legna sul tender ci dirigiamo verso il nostro “bush camp”. Lungo la strada, verso le 18,00 appare all’orizzonte Uluru colorata di grigio. Che emozione ! Una sosta per acquistare birre e bevande fresche, un paio di kilometri di strada sterrata ed ecco Curting Springs, il nostro “bush camp”. Un grande cerchio per il fuoco ed una tettoia da utilizzare in caso di pioggia. Distribuiti i tredici sacchi a pelo attorno al grande cerchio si procede all’accensione del fuoco. Bailey estrae una barretta di magnesio con la quale si dovrà accendere il fuoco, lo aiuta Joseph, ventenne francese. Acceso il fuoco non resta che alimentarlo con la legna raccolta. Dal trailer si estraggono il tavolino di lavoro in ferro, pentole, piatti, posate, insomma tutto l’occorrente per cucinare e mangiare. Bailey organizza il lavoro ed ognuno fa qualcosa. Sandra, giovane tedesca, impasta il pane, altri tagliano le verdure, io mi incarico di tagliare le cipolle per il soffritto e per il contorno di verdure cotte. Intanto si fa buio, il fuoco e le nostre torce forniscono la luce necessaria. Tutto viene cucinato sulla carbonella, la prima pentola contiene il pane, poi il riso bollito, le verdure cotte (patate, carote e cipolle) ed un largo wok dove cuoce un bel soffritto di cipolle. A cipolle dorate aggiungiamo della carne trita (bovina) con fagioli e salsa di pomodoro. Io mi occupo della cottura mentre mi gusto una birra fresca. A cottura ultimata ognuno si serve e tutti mangiano con molto piacere. Quando fa buio nella savana è notte, siamo tutti un po’ stanchi, ci infiliamo così nei nostri sacchi a pelo sotto le stelle. In realtà il cielo è nuvoloso, la luna è per metà piena, le stelle si vedono solo tra una nube e l’altra.
The Ghan Train
The Ghan Train non è un treno, non è un un mezzo di trasporto. The Ghan è un’esperienza. La stazione del Ghan a Darwin si trova fuori città, due piccoli stabili uniti da un largo tetto. Per partire occorre presentarsi ad un bancone come per un check-in in aeroporto, si riceve un cartoncino che riporta la lettera del vagone e il numero del proprio sedile. Si parte solo se il tragitto è prenotato. A destra un secondo bancone dove si consegna il bagaglio. Per la mia valigia un cartoncino verde con la sigla ASP (Alice Springs) ed un altro con heavy – 20 kg. Sull’unico binario un lungo treno composto da due locomotori diesel rossi e tanti vagoni in allumino. Ad ogni portello c’è a disposizione una scaletta con l’addetto. La carrozza del Red Service, cioè senza cuccetta, ha sedili reclinabili rossi, comodi e molto spaziosi, con tavolini ripieghevoli da infilare nei braccioli. Prima della partenza un addetto ricorda le norme di sicurezza ed informa i passeggeri circa gli orari, i servizi, il ristorante. Il Red Service ha una carrozza ristorante con bar dove si può pranzare, cenare e fare colazione. A disposizione anche una doccia per vagone ed asciugamani. Il treno parte puntuale alle 10 ed attraversa una foresta tropicale che man mano si trasforma in boscaglia. Alle 14,30 la prima fermata: Katherine. Ora il treno si ferma fino alle 18,00 e ci sono a disposizione alcune escursioni. Io scelgo la visita al Nimiluk National Park, mezz’ora di pullman ed una passeggiata tra la foresta per arrivare su una terrazza panoramica sul fiume che scorre tra le rocce. Poco dopo le sei il treno riparte ed attraversa aree verdi disabitate. Arriva il buio e vado nella carrozza ristorante per la cena, una lunga chiaccherata con un viaggiatore danese, e poi una notte breve. Alle sei del mattino inizia ad albeggiare, uno spettacolo della natura. Dopo colazione, alle 8,40, si arriva ad Alice Springs, la mia valigia è sul marciapiede che mi attende, servizio perfetto. Ed ora sono nel centro dell’Australia !
Darwin con un pizzico di follia
Un viaggio di questo tipo richiede anche un pò di follia. Ero a Melbourne, e nel soggiorno mi stavo organizzando le tappe successive. Non c’era verso di prenotare un posto sul treno da Adelaide ad Alice Springs, il famoso Ghan Train. Ma tra i miei sogni c’era questo treno e non volevo rinunciare al viaggio.
Dopo aver prenotato l’auto a noleggio da riconsegnare ad Adelaide e gli alberghi per le notti successive, mi son fatto prendere dalla mia follia ed ho preso la decisione. Pur di arrivare col mitico treno ad Alice Springs, nel centro del paese, mi prenoto un volo per Darwin, all’estremo Nord, e da lì The Ghan Train di nuovo in direzione sud. Così, lasciata la macchina in modo rocambolesco all’aeroporto di Adelaide, volo su Darwin (tre ore e mezza), arrivo in albergo a mezzanotte facendo un complicato check-in automatico e la mattina seguente riesco a prendermi il mio Ghan ! Folle … ma fatto
Barossa Valley
La Barossa Valley è situata una cinquantina di kilometri a Nord di Adelaide. I primi immigrati arrivati in zona erano di origine tedesca, prevalentemente dalla Prussia e dalla Slesia. Qualcuno di loro portò con sè delle talee di uva e così attorno al 1850 iniziò un’attivita che oggi è molto fiorente. In quest’area si produce oltre il 20 % del vino australiano e la zona è diventata famosa anche per la cucina. Insomma, dell’ottima enogastronomia. Le colline hanno dolci profili e sono per lo più ricoperte d’erba secca e da verdi vigneti. Quì siamo in piena estate quindi l’uva è ancora in fase di maturazione ma la vedo già quasi pronta per la vendemmia. I paesi sono un misto di case coloniali nel vecchio stile inglese e chiese luterane coi tetti spioventi ed i campanili a punta. Sembra di essere in Baviera o giù di lì. E difatti lungo la strada principale di Tanunda c’è la Die Barossa Wurst Haus Bakery che offre wurstel viennesi e tedeschi. Nel vecchio ufficio postale ha sede un piccolo museo con vecchie fotografie in bianco e nero, abiti antichi, vecchi utensili, mobili d’epoca. L’ingresso al museo è molto curioso: si passa attraverso un negozio di biciclette con un forte odore di gomma. Fuori dal paese si incontra Le Château, una azienda vinicola antica e molto rinomata, un vero palazzo d’epoca in pietra con grandi cantine piene di botti. Qui ha fatto visita anche Barack Obama così oggi viene proposto un vino a lui dedicato al costo di 49 $, circa 32 € a bottiglia. Io assaggio un sauvignon blanc, molto fresco e di corpo. Per pranzo vado presso l’azienda Pindarie che mi è stata consigliata dalla receptionist dell’albergo. Siamo qualche kilometro fuori dal paese, tutto attorno prati e vigneti. La costruzione esterna non dà l’idea del calore interno, un banco per la degustazione dei vini ed un camino per l’inverno. Oggi invece è una giornata molto calda e tutti i ventilatori sono accesi. Ordino un lamb pie, favoloso. Un tortino molto croccante ripieno di agnello stufato e patate, accompagnato da una fresca insalata ed olive. Lo abbino con un ottimo shiraz. Sulla strada verso Adelaide mi fermo al visitor centre della famosa Jacob’s Creek. Una costruzione molto moderna costruita tra le vigne dove si organizzano degustazioni. Approfitto dell’offerta di un assaggio gratuito e poi via di corsa verso l’aeroporto destinazione Darwin.
Great Ocean Road
Arrivo sulla Great Ocean Road da Woodend, la mia prima sosta è Torquay. Una lunga spiaggia, una scogliera ricoperta d’erba e le lunghe onde dell’oceano. Torqauy è considerata la capitale nazionale del surf, esiste persino un museo. Una bella passeggiata sulla spiaggia col tramonto, cena a base di pesce ed insalata, pernotto in un ostello. La mattina colazione sulla spiaggia mentre le lezioni di surf sono
già incominciate. Mi metto alla guida, la strada si fa subito interessante, panorami mozzafiato sull’oceano,
saliscendi e curve. Si passa per il leggendario “point break”, lungo la Bells Beach, considerato il miglior punto da parte dei surfisti. Arrivo ad Anglesea, deviazione per ammirare un faro di fine ‘800, ben tenuto, tutto bianco con la cupola rossa. E’ un continuo sostare per ammirare i panorami, quando scendo dall’auto non riesco a trattenere gli wow ad alta voce. Arrivo ad Apollo Bay, una bella spiaggia ma il lungomare è troppo costruito ed affollato. Quando decido di ripartire mi accorgo di aver parcheggiato l’auto proprio di fronte a La Bimba, ristorante segnalato da LP. E’ l’una e mezza ed un pranzetto potrebbe starci. Il ristorante è al primo piano, tavolino con vista sull’oceano. Chardonnay con olive ed un ottimo piatto: blue eye, un filettone di pesce con carne bianca, accompagnato da cozze e piselli, molto buono. Riparto e la strada devia nell’entroterra, erba secca, piante, capre e mucche, ed i famosi certelli gialli “attenzione attraversamento canguri”. A metà pomeriggio sosta per un caffè presso una stazione di servizio. Un vecchio distributore e all’interno un bar trasformato in museo. Paul, un tipo molto simpatico che mi prepara il caffè, sembra anche lui appena arrivato dagli anni ’70. Mi saluta con un ciao e sono di nuovo sulla strada. Un’oretta di guida ed arrivo ai Dodici Apostoli. Credo che sia uno dei più belli spettacoli naturali al mondo. Questa volta rimango senza parole, riesco solo a dire noooooooooo. Una scogliera a strapiombio sull’oceano, la spiaggia ed i faraglioni che spezzano le onde. Alcune rocce sono quasi delle torri, altre sono più massicce, tutte hanno la base erosa dalle acque. Una torre si è sgretolata in mare nel 2005 ed un arco naturale è crollato nel 2009, ora le rocce principali sono solo sette. Sul lato opposto del capo ce ne sono altre due. Facciamo un pò di storia sul nome che appare curioso perchè le
rocce non sono dodici. Fino agli anni ’60 le formazioni rocciose erano conosciute come “la scrofa ed i maialini”. In seguito, per attrarre più turisti, vengono chiamate, “apostoli” e poi viene aggiunto il numero di dodici. Le due rocce situate sul lato opposto del capo vengono chiamate Gog e Magong. Io comunque non riesco a lasciare il luogo, sono stupito e decido di pernottare in zona. Vedo una indicazione: Twelve Apostles Motel, lo seguo. Tre kilometri di strada sterrata tra i campi d’erba secca ed arrivo in un luogo piacevole, qualche pianta e costruzioni in legno. La camera è un pò cara ma in ogni caso decido di rimanere. Questo mi consente di vedere i “dodici apostoli” nelle diverse condizioni di luce e mi permette di scattare foto molto diverse tra loro (vedi la galleria). La mattina successiva riparto e trovo lungo la strada altre meraviglie disegnate dalla natura. La prima è il Loch Arge Gorge, una piccola spiaggia racchiusa dalla scogliera che disegna un elisse quasi completo, lo spazio lasciato libero alle onde del mare è molto ristretto. Notevole la vista dall’alto ma è anche possibile arrivare fin sulla spiaggia grazie ad una scala di legno. Anche quì una storia da raccontare. Nel 1878 il veliero Loch Arge naufraga proprio di fronte a questo pericoloso tratto di costa. Cinquantadue persone morirono, solo Eva Carmicheal, 18 anni, che viaggiava con la propria famiglia di immigrati irlandesi e Tom Pearce, giovane marinaio, si salvarono. Dopo alcune ore di nuoto Tom riuscì a raggiungere la riva ed udì Eva piangere e gemere in mare. Tom ha lottato un’ora per strappare Eva dai marosi per poi adagiarla in una grotta. Una volta salvi si addormentarono. Al risveglio Tom si arrampicò sulle rocce e corse in cerca di aiuto. Allora non c’era la Great Ocean Road e la zona era quasi disabitata. Tom, aiutato da un paio di lavoratori della vicina
Glenaple Station, riuscì poi a mettere in salvo Eva. Questa non è una leggenda, come potrebbe sembrare, ma storia vera e mi è piaciuto raccontarla. Proseguo ed arrivo ad un arco naturale di roccia poggiato sulla scogliera. Qualche kilometro più avanti incontro il London Bridge, un altro arco naturale staccato circa una ventina di metri dalla scogliera. Anche quì l’erosione del mare ha recentemente cambiato il panorama. Originariamente gli archi erano due ma nel gennaio del 1990, improvvisamente, l’arco unito alla costa si è frantumato lasciando isolati due turisti che fortunatamente erano sul secondo arco. Un elicottero li ha tratti in salvo ed ora il “bridge” non c’è più. Poco più avanti un’altra sosta: “Il Grotto” un’altro arco naturale frutto dell’erosione marina ma poggiato sulla terraferma. Con tutte queste soste e queste meraviglie la strada non rende. Attraverso una zona agricola ed entrando a Warrnambool vedo una grande fabbrica di latte e latticini, di fronte c’è il Cheese World. Un negozio di prodotti locali, spaccio di formaggi con degustazione gratuita, sala ristorante con affreschi un pò kitsch che riproducono mucche e verdi panorami. Mi ordino un tagliere di carne affettata e prosciutto, assaggi di formaggio, insalata ed un bicchiere di shiraz australiano. Tutto molto buono e appetitoso ma la strada è ancora lunga. Mi rimetto al volante, la Great Ocean Road è terminata ma debbo raggiungere Adelaide. Ora attraverso una
zona piena di boschi coltivati con altissimi pini. Superata Kingston la Princes Highway segue la costa ed attraversa il Coorong National Park, un’area molto verde lungo il mare. Nel frattempo il sole tramonta ed il cielo molto sereno diventa rosso e poi buio. Arrivo a destinazione, la Barossa Valley, che è già mezzanotte.
Picnic at Hanging Rock
Il 14 febbraio del 1900, il giorno di San valentino, una ventina di ragazze ed alcune insegnanti di una scuola privata di Woodend (circa 70 km da Melbourne) organizzano una gita a Hanging Rock per un picnic. Il luogo è stato sempre considerato sacro e magico dagli aborigeni Wurundjeri. Si tratta di rocce di origine vulcanica che hanno subìto un’erosione nel corso dei millenni e che dopo la glaciazione si sono spaccate.
Torniamo al racconto, il gruppo arriva verso l’ora di pranzo e dovrebbe rientrare per le 5 del pomeriggio, prima che faccia buio. Un’ora prima della prevista partenza alcune ragazze propongono una breve passeggiata tra le rocce e così in quattro lasciano il gruppo. Dopo molte ore solo Edith ritorna al punto di partenza. Ha perso la memoria e non ricorda più cosa è successo tra le rocce. Nel frattempo anche una insegnante si allontana e sparisce. Il gruppo rientra ma nonostante le ricerche dei giorni successivi Miranda, Marion, Irma e Miss McCraw non si trovano più. Una settimana più tardi Irma viene ritrovata ferita e senza memoria. Dopo alcuni mesi il “College Mystery” fallisce e un’altra ragazza muore, la direttrice si suicida. Questo in breve è il racconto di “Picnic at Hanging Rock” libro scritto da Joan Lindsay dal quale è stato tratto l’omonimo film diretto da Peter Weir, che ha girato anche il più famoso “The Truman Show” nominato per l’Oscar. Il film non è molto famoso, ha avuto successo a Cannes dove è
stato presentato ma è tuttora considerato un “cult movie”. Io l’ho scoperto casualmente quando L’Unità diretta da Veltroni allegava video-cassette VHS. Per me è un film imperdibile, inizia come una storiella, diventa un thriller ed ha un finale che rimane sospeso. Per arrivare ad Hanging Rock occorre andare verso il Mt. Macedon, un vulcano non più attivo. Io arrivo in auto, col languorino, e prima di incamminarmi sulla montagna non faccio un vero e proprio picnic ma uno spuntino con gli avanzi di casa: Ritz e Grana Padano. Poi salgo lungo il sentiero, mi arrampico tra le rocce, e dall’alto si gode un panorama su
tutta la pianura circostante. Prati secchi color ocra e piante disseminate quì e là. Non ci sono le cicale,
o qualche animale simile, che nel film creano un’atmosfera particolare, si sentono solo le voci dei turisti.
I locali di Melbourne
Melbourne, città di quattro milioni di abitanti, è famosa per l’arte e la moda, lo shopping, la cultura del caffè, i suoi bar e la buona cucina. Ho voluto quindi dedicare un capitolo a parte sull’argomento. La prima sera vengo attratto da “La cà dei vin”, sulla Bourke Street ancora tutta illuminata con campanelle rosse. Un ristorante italiano ricavato tra i muri di due case, una tenda rossa come tetto ed un arredamento in legno molto spartano. Mi serve una ragazza sarda. Il menù ha un’ottima scelta di piatti italiani e di vini australiani. Tanto per cambiare un po’ scelgo ravioli (è mesi che non ne mangio) col ripieno di ricotta (particolarmente buona) e spinaci, conditi con burro fuso di grande sapore. Li accompagno con un ottimo Sangiovese della Barossa Valley (vicino ad Adelaide, è in programma per i prossimi giorni), un vino di corpo, un gran profumo ed un ottimo sapore. Non avrei mai pensato che anche il Sangiovese potesse essere prodotto in Australia e la sorpresa è stata del tutto piacevole. Il secondo giorno sono a St Kilda, un quartiere sul mare con molte case coloniali ben ristrutturate. Non c’è dubbio che qui il ristorante con la giusta atmosfera è il Claypots, il preferito dagli australiani. Due vetrine sulla strada principale ed uno spazio per la musica live. La specialità della casa è il pesce cotto nei tegami di terracotta, i claypots appunto, ma arrivo troppo presto e poi, a causa dei pinguini, a cucina già chiusa. Allora opto per La Roche, LP lo consiglia “a colpo sicuro”. Il piatto del giorno è pollo con prosciutto (?) ma preferisco una pizza (discreta) e birra. Meno di 12 € ! La sera invece scelgo Rococò sulla Esplanade, un viale alberato con palme. Scelgo tagliatelle con cozze, fave, molto aglio e molto piccante. Un buon Pinot Grigio del Veneto. Pessima la professionalità dei camerieri, ordino Pinot Grigio e mi dicono: red wine ? Incredibile per un locale così di tono. Il giorno successivo sono sul versante orientale. Per pranzo mi prendo involtini (vietnamiti) di carta di riso ripieni di verdure e gamberi che consumo “a casa”, sul terrazzo. Molto buoni e freschi. La sera passeggio nella Chinatown strapiena di ristoranti. Vado al Hu Tong Dumpling Bar in una viuzza d’angolo con la Little Bourke Street che è la via principale della Chinatown. Un locale su due piani, calda atmosfera, il personale in divisa nera. Mi fanno accomodare al piano terra, dal mio piccolo tavolino posso vedere la cucina attraverso una grande vetrata. All’interno cuochi in camicia e baschetti neri, con grembiule bianco, preparano centinaia di ravioli , i “dumpling” appunto, che vengono poi cotti al vapore nei cestini di bambù. Se ne vedono decine impilati l’uno sull’altro pronti per essere usati. Il menù è molto vario, io scelgo i ravioli al vapore col ripieno di gamberi. Ottimi. Ordino anche “chinese broccoli” all’aglio. Si tratta di una verdura a foglie larghe, simile agli spinaci, ma il gambo ed una piccola inflorescenza li fa assomigliare ai nostri broccoli. La scelta del vino è interessante. Ci sono i soliti vini australiani, italiani, neozelandesi, ecc. Leggo una frase: “i vini bianchi italiani hanno nomi esotici, ma sono secchi e ben bilanciati. Santa Barbara è stato per lungo tempo il mio vino preferito e si accompagna molto bene con il cibo qui a Hu Tong”. Non potevo che scegliere un Santa Barbara – Le Voglie, Verdicchio delle Marche del 2010. L’ultima giornata è decisamente più europea. Mentre passeggio sulla Hosier Lane, la stradina piena di murales, mi fermo da MoVida. Un locale molto carico di atmosfera, entrando una bellissima collezione di bottiglie San Pellegrino, sala con tavolini ma il bello è stare seduti sugli sgabelli di fronte al bancone. Il nome tradisce l’origine spagnola, qui le specialità sono le tapas. La scelta dei vini molto ampia. Per sciacquarmi la bocca inizio con uno spumante brut spagnolo, Valformosa, fresco e secco. Segue un Saddleback, pinot grigio neozelandese. Un ottimo profumo ed un sapore molto fruttato. I vini accompagnano due tapas, belle da vedere e di ottimo sapore. Un filetto d’acciuga con salsa di pomodoro presentato su un crostino ed un filetto di mackerel che arriva fumante in una piccola terracotta nera. LP lo cita con una grande stella nera, concordo con la segnalazione, MoVida è una emozione che coinvolge almeno tre sensi. La sera The Irish Pub, sopra l’entrata un bandierone irlandese, l’interno tutto legno. Salgo al primo piano dove una coppia di ragazzi suona dell’ottimo rock. Mangio un Guiness Tower Burger, un cheese-burger presentato nel solito panino con una torre di anelloni di cipolle fritte. Patatine fritte ed una Guinness, of course. A casa un buon the aiuta la digestione.
Il soggiorno a Melbourne … col soggiorno
Per il soggiorno a Melbourne scelgo una formula un po’ diversa dal solito. Anziché il solito albergo o B&B mi prenoto un appartamento. Quaranta metri quadri ben arredati, un terrazzo con vista sui grattacieli. Bagno, camera da letto e soggiorno appunto, con cucina a vista. A disposizione tutti gli elettrodomestici, stoviglie e tutto il necessario per le colazioni, incluso latte e cereali, burro e marmellata, ecc. Melbourne è una città molto viva, moderna, tram che sferragliano e persone ben vestite che lavorano negli uffici dei grandi palazzi e dei grattacieli. Il giorno dell’Epifania vado a St. Kilda, un lungomare ventoso con sabbia molto fine. Un antico Luna Park, inaugurato nel 1912, un teatro, la marina ed il famoso St Kilda Pier. Un lungo molo che termina con un ristorante, una antica costruzione in legno, e una passerella in legno su una spiaggetta. Qui vive una colonia composta da circa mille pinguini che si fanno vedere solo dopo il tramonto. E difatti verso sera sulla passerella si raccolgono centinaia di persone. I pinguini si fanno attendere. Il tramonto colora di rosso fuoco il cielo sull’oceano ma loro non si vedono. Cresce un po’ di impazienza da parte degli spettatori ma tutto ad un tratto si vedono arrivare degli animaletti che spuntano dal pelo dell’acqua. Arrivano una decina di pinguini, attraversano la spiaggetta e salgono goffamente sugli scogli. Si avvicinano alle persone senza paura, uno parte sparato e corre sul molo inseguito da grandi e piccini con telefonini e macchine fotografiche. Ormai è buio, il vento è freddo, mi avvio verso casa. Per la visita della città seguo il percorso consigliato dalla Lonely P. Dopo aver seguito lo Yarra River entro nella stretta Hosier Lane, praticamente un vicolo lastricato i cui muri sono tutti ricoperti da stravaganti murales. Una moderna galleria d’arte a cielo aperto. Anche i cassonetti dell’immondizia sono tutti colorati. Su un muro un foglietto con la scritta “dry paint”, in un angolo bombolette spray abbandonate, sono la conferma che i murales sono in continua evoluzione. Una decina di metri più avanti noto uno “studio fotografico a cielo aperto”. Una coppia di sposi, lui in abito nero e papillon, lei in abito bianco tradizionale, sono venuti qui per le foto ricordo in Lamborghini bianca. La scena attira decine di persone, tutto si conclude quando il motore “made in Sant’Agata Bolognese” viene acceso e con una sonora retromarcia l’auto si allontana. Proseguo zigzagando fino alla Parliament House, una grigia e severa costruzione con colonnato e scalinata. Raggiungo così la Chinatown con le sue antiche case ben tenute, i ristoranti, gli archi in legno colorato. Da appassionato di cinema non perdo la visita allo Australian Centre for the Moving Image, il museo del cinema australiano. La storia del cinema australiano è abbastanza recente, diciamo che risale agli anni 60 / 70, non ha dei grandi capolavori ma alcuni film sono da ricordare. A parte i famosi Mr. Crocodile Dundee ed il più recente Australia con la Kidman, “Priscilla la regina del deserto” che ha vinto l’Oscar per i costumi (visto in TV prima di partire), io ricordo con particolare emozione “Gli anni spezzati” e “Picnic at Hanging Rock”. Il museo è allestito in un bel palazzo moderno con un ampio atrio. Di fronte una sala multimediale dove sono esposti oggetti storici e vengono proiettati spezzoni di film. La galleria 1 è invece dedicata ai costumi, sono esposti abiti indossati da Bette Davis, da Tony Curtis ne “A qualcuno piace caldo” e statuette (sembrano originali) degli Oscar Awards. Immancabile la foto del sottoscritto al loro fianco. La galleria 2 invece è dedicata ad una mostra temporanea intitolata “Il Manifesto” dove vengono proiettati su grandi schermi tredici interpretazioni di Cate Blanchette, anch’essa australiana.