L’Isola di Pasqua – La Isla de Pascua – The Easter Island

Quando ero bambino rimanevo incantato dai documentari che raccontavano di viaggi in Africa e in luoghi esotici. Allora il mondo (foto e TV) era ancora tutto in bianco e nero. Sarà stato quello spirito trasmesso da mia madre (“a mi me pias andà in gir”) oppure la principale caratteristica del Sagittario (comunque io non credo ai segni zodiacali) ma quando vedevo queste immagini rimanevo affascinato. Le statue dell’isola di Pasqua mi sembravano magiche e irraggiungibili. Allora non avrei mai potuto immaginare di poter visitare l’Africa ed il mondo intero. Oggi invece, 16 febbraio 2016, alle ore 13, 01 atterro sull’Isola di Pasqua ! Ha dell’incredibile !!!

Incredibile anche dimenticare il PC sotto carica a Bora Bora , ma anche questo è successo !!!

Bora Bora, non solo il titolo di un film

Mi chiedo come sia possibile pensare una base navale militare qui a Bora Bora, solo gli americani potevano pensarlo. I francesi però non sono stati da meno, hanno usato gli atolli polinesiani per far scoppiare le loro bombe atomiche. Questo secondo episodio l’ho vissuto da ragazzo, ero già contro l’uso delle armi, figurarsi pensare all’atomica dopo Hiroshima e Nagasaki. E poi in luogo così bello, se la parola bello può bastare. Anzi non basta proprio ! Bora Bora fa parte delle Iles Sous le Vent. La caratteristica principale di queste isole è la loro conformazione. Tutte di origine vulcanica hanno un corpo centrale con picchi di basalto circondati dalla rigogliosa foresta pluviale. Tutto attorno si sviluppa un anello di isole e isolotti chiamati “motu”. I motu sono orlati di sabbia bianca di origine corallina e anch’essi hanno una fitta vegetazione. L’anello di motu racchiude la laguna che si caratterizza dall’acqua di colore turchese e verde chiaro, dai coralli e da un’alta presenza di pesci tropicali. I motu sono sostanzialmente il bordo del cratere che ha originato l’isola e che nei millenni è sprofondato ed anche risalito. Il risultato di milioni di anni di lavoro della natura è questo aspetto fiabesco, paradisiaco e, nonostante la forte presenza del turismo, incontaminato. Passo le prime due notti in un bungalow con un terrazzo in legno costruito sull’acqua turchese della laguna. La profondità è di circa 70 cm e vi si accede direttamente con una scaletta. Nella laguna quà e là rocce di corallo dove arrivano i pesci tropicali ad alimentarsi. Piscina sul mare e spiaggia non mancano. Faccio dello snorkeling e un pò di canoa in laguna. L’ultimo giorno mi prendo il “day pass” col quale raggiungo l’isola privata di fronte all’isola principale, un motu. Dieci minuti di barca a motore bastano per arrivare sull’isoletta con un nome un pò complicato: Motu Piti Uu Uta. Anche quì sala ristorante e bungalows, tutto della stessa catena alberghiera. C’è un sentiero che porta alla sommità della colllina dalla quale si gode uno splendido panorama a 360°. Di fronte si vede imponente, coi suoi picchi di origine vulcanica, l’isola madre (Bora Bora) e poi si spazia sulla laguna con i motu. All’orizzonte si può vedere la lunga linea di confine della laguna dove si infrangono le onde oceaniche. Una striscia bianca in continuo movimento che separa il blu del mare profondo dalla laguna verde, azzurra e turchese. Dal punto panoramico posso vedere molto distintamente Pointe Matira, una sottile lingua di terra che si insinua nel mare, il punto più meridionale di Bora Bora, dove passerò le altre due notti in una “pension” a gestione famigliare. Dopo la passeggiata ritiro pinne e maschera e mi immergo in prossimità del cosiddetto “Coral Garden”, sulla parte posteriore dell’isola, dove la concentrazione dei coralli è molto alta. Coralli significa flora ma anche tanta fauna. Anche quì tutte le specie di pesci tropicali, mi colpiscono alcuni pesci, non bellissimi, di colore marrone, che hanno l’abitudine di guardarmi negli occhi con un atteggiamento minaccioso, quasi per incutermi paura e dopo qualche secondo si allontanano. Molto belle sono quì le bivalve, piccole rispetto a quelle enormi della barriera corallina australiana ma con le labbra blu o violette. Passeggiando sulle passerelle che conducono ai bungalows costruiti sull’acqua noto alcuni piccoli squali (circa 40 cm) dal colore grigio molto chiaro col finale di pinna molto scuro. In acqua però non ho avuto la fortuna di incontrarli. Rientrato dall’isola vado direttamente a Pointe Matira presso la pension da Robert e Tina. Tre piccoli edifici bianchi, una cucina in comune, il giardino tropicale con fiori rossi e bianchi, palme con delle enormi foglie e cariche di cocco. E per finire una spiaggetta protetta da sassi porosi neri di origine vulcanica che si affaccia sulla laguna, all’orizzonte le onde dell’oceano. E questo è esattamente il panorama che vedo dal mio balcone al primo piano. La camera, pulita ma molto spartana, viene ricompensata dalla vista dove “lascerete il vostro cuore”, così scrive la L Planet. Di notte invece, sopra il mare, un mare di stelle, la Via Lattea e’ sempre molto visibile. Seguono due giorni di nuvole e scrosci di pioggia, non mi posso lamentare, è la sua stagione.

Tahiti et Moorea, les Iles du vent

Entro nel cortile della villetta e mi accoglie Tevai mentre sta grigliando un intero vitello. “Sei arrivato in un giorno speciale” mi dice “oggi è il primo compleanno di mio figlio, c’è da mangiare per trenta persone, c’è posto anche per te”. Il mio soggiorno a Papeete inizia così, con un invito, un pranzo in famiglia. Prendo possesso del mio appartamento, arredamento moderno, terrazza per metà piastrellata e per metà con un tappeto erboso, vista mare. In cucina c’è già tutto il necessario per cucinare: pasta e riso, olio e condimenti vari. Verso l’una mi sento chiamare, nell’appartamento in fianco la festa sta per incominciare. Tevai mi presenta la mamma, la moglie col bimbo, la sorella, il cognato, insomma una grande famiglia. La mamma mi vuole in fianco a lei, sull’altro lato il cognato col quale faccio lunghe chiaccherate. Il menu è molto tahitiano: si inzia col piatto più tradizionale, il tonno crudo con verdure condito con  sugo di cocco, il frutto dell’albero del pane grigliato, un’insalata di riso e il vitello. Papeete, dal mio punto di vista, è un pò deludente, francamente mi aspettavo qualcosa di più. Le due cose da segnalare sono il mercato e le “roulottes”. Il mercato municipale è una semplice struttura rossa, all’interno i banchi per la vendita ed una balconata con qualche negozio ed un ristorante dove mi fermo a mangiare uno spiedino di pesce. Molti banchi sono vuoti, il pesce è scarso ma si trovano sempre dei tranci di tonno rosso, verdure e frutta tropicale, un pò di artigianato locale. La sera è invece molto piacevole cenare presso le “roulottes”, così vengono chiamati i furgoni trasformati in cucine. Di fronte ad ogni “roulotte” ci sono tavolini e sedie di tutti i colori. La scelta dei piatti è molto varia, si passa dalla cucina locale a base di pesce alla cucina orientale (cinese e giapponese), si arriva in Francia con crepes e galettes (crepes salate) accompagnati da sidro, e c’è anche un pò d’Italia con la pizza con l’accento sulla a (alla francese). Le “roulotte” sono tutte sistemate di fronte al porto in Place Vaiete che di giorno è un piazzale assolato circondato da palme, verso sera incomincia ad animarsi e dopo le sette tutti son pronti ad offrire il cibo cucinato sul posto. Non si può raccontare Tahiti se non si parla delle donne locali, quindi escludiamo quelle di origine francese. Vi ricordate Marlon Brando ? Dopo aver girato gli “Ammutinati del Bounty” si è sposato con una tahitiana ma forse le più famose sono quelle ritratte da Gauguin. Sempre un pò grassoccie se non obese, le giovani però hanno curve sinuose. Belle o brutte, grasse o magre, tutte, o quasi, portano dei fiori tra i capelli e questo le rende molto più carine ed attraenti. Molti uomini sono invece esageratamente tatuati. E non si può dire di aver visto Tahiti se non si si è andati nella valle del Papenoo . Così afferma la guida che mi accompagna nella valle del fiume più importante dell’isola. La strada segue le insenature della costa poi cambia caratteristiche, il colore del mare è più blu e arrivano le onde sulle quali si esercitano i surfisti. Dopo una breve sosta in una piazzola panoramica sull’oceano (point de vue Tapahi) si svolta a destra e si incomincia a salire. La valle è piuttosto stretta, verdissima e piena di cascate. Dopo una decina di kilometri ci si ferma al Marae Vaitoare, un sito sacro costruito secoli fa con la pietra nera. La sosta successiva è lungo il fiume dove, dopo una piccola rapida, il Papenoo si apre e crea un piccolo laghetto. Proseguiamo per arrivare ad un punto panoramico. Qui siamo al centro dell’isola e cioè nel centro dell’enorme cratere (8 km di diametro) del vulcano che due milioni d’anni fa ha dato origine all’isola. A circa venti kilometri da Tahiti si trova Moorea, la raggiungo con un veloce catamarano, 45 minuti sono sufficenti per attraversare il braccio di mare che divide le due isole. Anche Moorea è di origine vulcanica quindi montagne verdi e picchi scoscesi, spiagge bianche ma anche sassi scuri. In taxi raggiungo Pao Pao, un villaggio distribuito lungo la litoranea, poche case, una scuola, negozi e qualche ristorante. Pao Pao si affaccia sulla baia di Cook, il capitano quì non centra assolutamente nulla però gli è stata dedicata la baia. Stretta e lunga, ricorda un fiordo e mi dà un feeling lacustre. Attorno però ci sono palme e banani, alberi del pane mentre l’acqua assume tutte le tonalità di blu e azzurro per diventare turchese verso il mare aperto. Per pranzo mi fermo al Te Honu Iti – Chez Roger, un ristorante con una terrazza in legno costruita sul mare. Mentre mangio degli “spaguetti de la mere” (spaghetti con tranci di pesce, gamberi ed una crema un pò troppo dolce) vedo passare delle pinne di squalo. Non riesco però a valutarne le dimensioni ma mi sembrano lunghi circa un metro. Ritorno verso il porto percorrendo qualche chilometro a piedi godendomi la vista dell’acqua turchese del mare e rientro al porto in taxi.

I’m a lucky man

Estate 2014. Sono alla guida di una Chevrolet Impala bianca, tetto aperto, sopra di me il cielo azzurro. Sono lungo un interminabile rettilineo che dal Colorado porta verso l’Arizona. L’autoradio è accesa ad alto volume, trasmette musica country, rock, gli hits degli anni ’60 e ’70. Poi arriva una canzone che non conoscevo: “I’m a lucky man”. Si, quella canzone me ne ha dato conferma. Nonostante tutto, nonostante i problemi della vita, nonostante i dolori profondi, io mi sento un uomo fortunato.
Un abbraccio da Tahiti

In volo dalle Fiji alla Polinesia Francese

Decollo alle 9,00 di domenica 7 febbraio dall’aeroporto di Nadi, Isole Fiji. Mentre l’aereo prende quota vedo sotto di me la Bounty Island. Dopo circa tre ore di volo appare una lunga scogliera contro la quale si infrangono le onde del Pacifico. Sono arrivato dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, ora ho esattamente 12 ore di fuso con l’Italia. Giusto il tempo di fare qualche acquisto e mangiare una zuppa di wonton e si riparte. All’ultimo minuto non mi faccio mancare un buon Merlot Cabernet neozelandese in Nuova Zelanda. Di nuovo a bordo, vengo accolto da un equipaggio sorridente con un fiore bianco tra capelli. Il volo parte puntualissimo alle 16,00 di domenica 7 febbraio. Seduta accanto a me una simpatica anziana signora tahitiana, non riesco a capirne il motivo ma molte persone, sia tra i passeggeri che tra l’equipaggio, la conoscono. In pochi minuti mi adeguo al cambio di lingua, ora si passa al francese. Volo su un Airbus della Air Tahiti Nui che è stata riconosciuta la miglior compagnia aerea del Sud Pacifico. Ottimo il servizio a bordo, perfetto il funzionamento dell’aereo in ogni suo dettaglio. Poco meno di cinque ore ed il volo arriva a Tahiti con venti minuti di anticipo rispetto al previsto. Sono le 21,45 di sabato 6 febbraio. Anche qui all’aeroporto i passeggeri vengono accolti da due musicisti ed una ballerina, tutti vestiti in giallo fiorato. Al controllo documenti il tricolore francese e coda preferenziale per i passaporti europei.

Oggi è diventato ieri !

Mr. Fogg, il personaggio immaginario raccontato da Jules Verne ne “Il giro del mondo in 80 giorni”, pensò di essere arrivato a Londra con cinque minuti di ritardo e di avere così perso la scommessa contratta con i  soci del suo club. Solo il fido Passepartout, il maggiordomo, si accorse che non era così. La scommessa era vinta ! Mr. Fogg ha fatto come me, ad ogni cambio di fuso orario ha aggiornato il proprio orologio. Arrivato a Londra però non si rese conto del cambio di data che intercorre nel bel mezzo dell’oceano Pacifico. Mr. Manfrin, il reale protagonista del “viaggiatore viaggiante”, ha commesso lo stesso errore. Anche se conscio del cambio di data, ho prenotato un appartamentino a Papeete da domenica 7 febbraio. E la notte del 6 ? L’avevo dimenticata ? No, il fatto è che la stessa notte ho pernottato sia a Nadi (Isole Fiji) che a Papeete (Tahiti). Dono dell’ubiquità ? No. Oggi è diventato ieri !  🙂

Bulaaa – Isole Fiji

Arrivo a Nadi, Isole Fiji, dopo oltre tre ore di volo da Brisbane e due ore di fuso. Ora l’Italia è a meno 11 ! Non ho mai visto una sala arrivi di un aeroporto così allegra. Tutti sorridenti, tutte le donne con un fiore tra i capelli e tre musicisti con chitarra che cantano lungo il corridoio. Bula, bula, tutti ripetono la stessa parola. Benvenuto ! Purtroppo all’arrivo trovo però un problema organizzativo. Sono passate da poco le tre del pomeriggio e non c’è più nessun battello per Bounty Island dove ho prenotato il resort. Pernotto in un albergo sul mare, spiaggia e palme, un bel tramonto. La mattina seguente mi imbarco ed arrivo a Bounty Island, anche qui bula, bula, e musicisti che cantano e suonano la chitarra al mio arrivo. L’isola, un atollo, è uno splendore, praticamente un paradiso terrestre. Spiaggia bianca , vegetazione molto fitta, palme, per percorrere l’intero periplo basta una mezzora. Il resort ha spazi comuni aperti costruiti in legno mentre la mia sistemazione è un piccolo bungalow sulla spiaggia, all’ombra delle palme. La giornata qui è scandita da colazione, pranzo e cena. Alla fine della cena c’è sempre un po’ di musica con tutto lo staff allineato che canta e balla coinvolgendo i turisti. Tutto attorno isole e isolotti, molti, come questo, sono degli atolli. Sott’acqua una meraviglia di pesci e coralli. C’è tutta la biodiversità tipica delle barriere coralline, qui in particolare noto molte stelle marine blu. A Omar e Linda dico che ci sono tanti pesci Juventini, bianchi a righe verticali nere. C’è quindi tutta la collezione di pesci pagliaccio, i vegetariani, molte specie gialle e molti piccolini blu. Una sera, passeggiando all’ora del tramonto, mi fanno notare dei piccoli squaletti in prossimità della riva. L’ultimo giorno di permanenza alla Bounty Island lo passo facendo una piccola crociera. La barca del resort mi porta un poco al largo dove salto su un catamarano. Circa un’ora di tragitto ed arrivo a Mana, l’isola più grande delle Mamanuca. Quì mi imbarco sul Seaspray, un vecchio battello inglese con grandi vele e motore.  L’equipaggio è molto divertente, canta e suona, e nel corso della navigazione si stappano un paio di bottiglie di spumante. Passiamo attraverso atolli, qualcuno ancora senza vegetazione, isole e isolotti, e sbarchiamo a Modriki, l’isola dove è stato girato il famoso Cast Away com Tom Hanks. Qualcuno ha scritto HELP ME con dei gusci di noce di cocco anche se nel film la scritta era stata fatta con la sabbia. I colori del mare vanno dal verde all’azzurro al blu intenso, la spiaggia bianca, vegetazione tropicale. Ci fermiamo per fare dello snorkeling e noto dei coralli rosa e violetto. Si ritorna a bordo per il pranzo. Insalata, pollo, pesce e frutta fresca, si beve acqua e birra, il vino non viene più servito ! Nel primo pomeriggio sbarchiamo a Yanuya,  una piccola isola con un villaggio di circa 500 abitanti. Un mercato dove le donne vendono i prodotti dell’artigianato locale. Gli uomini invece li incontriamo nella sala della comunità dove al nostro arrivo si tiene una specie di celebrazione di benvenuto, un po’ finta. Segue una passeggiata nel villaggio. Case colorate con il solo piano terra, l’interno praticamente vuoto, c’è solo qualche coperta e qualche lenzuolo. Attorno le case prati verdi, fiori e palme. Qualcuno riposa all’ombra, i bambini giocano e sorridono. Ripartiamo, io rientro a Bounty Island con “scalo tecnico” alla South Sea Island, un atollo ancora più piccolo, dove vengo “recuparato” dal tender del Bounty. Rientro nell’isola madre, la Viti Levu, per percorrere la strada costiera e visitare un po’ l’interno. Noleggio un’auto, mi danno una Getz un po’ vecchiotta. La litoranea corre principalmente all’interno con pochi passaggi sul mare. Mi fermo presso una piccola baia dove è ancora in funzione il Coral Coast Train, un vecchio trenino a scartamento ridottissimo. Vado in direzione Suva, sul versante opposto dell’isola. In prossimità della città trovo una lunghissima coda ed il traffico è bloccato. Dopo una lunga sosta si riaccendono i motori ma non il mio, non riparte ! Un gentile fijiano mi aiuta a spingere l’auto in una stradina secondaria, immediatamente dopo riesco a fermare un taxista che mi organizza il cambio d’auto e mi accompagna in albergo. Reception, ristorante, blocco camere sono tutte in legno. La mia camera ha un balcone con vista sulla rainforest. Di fronte a me un laghetto con ninfee circondato da piante tropicali. Qualche zanzara rovina l’ambiente ma c’è sempre il rovescio della
medaglia. La mattina mi viene consegnata una seconda auto, una rossa Hyundai, nuova e funzionante. Imbocco la strada e senza accorgermi mi trovo contromano ! Sento suonare e vedo di fronte a me un’altra auto. Frontale evitato ! Vado a Suva, la capitale dello stato fijiano. Niente di speciale così mi dirigo verso Sud, sul lato opposto a quello dell’andata. Mai tornare per la stessa strada è un principio sacrosanto, ove possibile. Dopo un’oretta di guida la strada si dirige verso l’interno e si fa più interessante. Una striscia di  asfalto nuovo tra la vegetazione tropicale, colline verdi e montagne di origine vulcanica. Si costeggia un fiume e si attraversano molti villaggi. L’attraversamento dei villaggi è una sorta di canovaccio che si ripete in continuazione. Velocità massima 60 km/h, poi il cartello col nome del villaggio e la velocità consentita scende a 50 km/ora, poi una serie di rallentatori, velocità massima 20 km/ora e se non li vedi corri il rischio di rovinare la macchina. Le case sono sempre ad un solo piano, sempre in mezzo al verde e sempre circondate da tanti panni colorati stesi al sole. Quando attraverso i villaggi, a qualsiasi velocità, o  passeggiando, c’è sempre qualcuno che mi saluta, con un cenno della mano, oppure bula, bula, e sempre visi sorridenti. Non trovo ristoranti lungo la strada così mi fermo in un villaggio dove delle simpatiche signore offrono frutta fresca. Incominciano a chiedermi se sono single e a questo punto si scatenano risate. La sera arrivo in albergo vicino all’aeroporto, un’insalata mista con quache gambero, un pò di musica dal vivo, e l’avventura fijiana termina così.

Junping on the Ocean

Febbraio sarà il mese dell’Oceano Pacifico. L’agenda è già tutta scritta. Si parte il I° per Nadi, Isole Fiji. In assenza di un volo diretto per Papeete raggiungerò Tahiti via Auckland (NZ), segue l’Isola di Pasqua e la traversata si concluderà a Santiago del Cile. Dalla capitale cilena mi porterò in Patagonia per arrivare esattamente a fine mese ad Ushuaia dove il 2 marzo mi attende l’avventura dell’Antartic Cruise.

Storie di amicizia e di ospitalità

Non posso lasciare la Gold Coast senza raccontare queste belle esperienze di vita. Raggiungo Kristian a Surfers Paradise, una città modernissima, tutti palazzi e grattacieli, affacciata all’oceano. Una grande spiaggia con forti onde adatta al surf. Qui tutto è incominciato attorno agli anni ’60, ora Surfers Paradise è una grande meta turistica ma è anche affollata di studenti e giovani lavoratori provenienti da tutto il mondo. Io vengo molto amichevolmente ospitato da Rafi, giovane studente saudita, proprietario dell’appartamento situato all’undicesimo piano dell’Imperial Surf. Dal soggiorno una vista a 180° sull’oceano e sulla città. Oltre a Kristian c’è Gustavo, giovane studente brasiliano, un ragazzo molto maturo ed amorevole. Arrivo il giovedì pomeriggio, venerdì mattina i ragazzi vanno a scuola mentre io sbrigo un po’ di faccende e faccio un po’ di spesa. La sera Gustavo suona e canta musica brasiliana, un grande pathos. Per sabato a pranzo Kristian invita un po’ di amici per una lasagna all’italiana. La mattina incominciamo col ragù e poi la teglia va nel forno. Arrivano per pranzo un amico taiwanese, alcune ragazze brasiliane, compagne di classe di Kristian, e tutti apprezzano i nostri sforzi culinari. la sera ci trasferiamo al secondo piano dove incontro Gabriel, uno studente brasiliano che per sbarcare il lunario cucina kebab, e Luca, un ragazzo svizzero. La sera ceniamo io e Kristian al Baritalia dove viene servita una discreta cucina italiana. Domenica mattina si va in spiaggia, i ragazzi surfano mentre io mi tuffo tra le onde. Per pranzo c’è un invito da parte di Rafi, un pranzo arabo: riso speziato e pollo, tutto servito sul pavimento e mangiato con le mani secondo la tradizione araba. Arriva un altro ragazzo saudita, altri tre ragazzi brasiliani e così formiamo due grandi cerchi. Anche riso e pollo sono molto graditi. Nel pomeriggio arriva un temporale dall’entroterra mentre sull’oceano risplende il sole, si crea un grande arcobaleno ma è arrivato il momento di salutare tutti, destinazione Brisbane, domani mattina si riparte. Si, però non potevo lasciare la Gold Coast senza raccontare queste storie di amicizia e di ospitalità. Ciao a tutti, Kristian, Rafi, Gustavo, Gilberto, Luca, John, Camilla, Patricia, Ingrid, Paola

Spirit of Queensland

Una grande stazione quella di Cairns, piena di negozi, bar e ristoranti, ma solo due binari. Sul 2 il treno per Kuranda, lo Scenic Railway, e sull’1 lo “Spirit of Queensland”. Sarà la mia sistemazione per le prossime 24 ore, destinazione Brisbane, 1681 km di percorso verso Sud. Un treno molto comodo e moderno. Carrozza C, il vagone letto, il posto 14 è il mio. Vengo accolto da Anne, una gentile hostess, che mi fornisce tutte le spiegazioni tecniche del mio seat ed il programma lunch, dinner, breakfast. Il treno parte puntualmente alle 9,00 e molto silenziosamente attraversa aree molto verdi, una pianura circondata da colline, il cielo è un pò nuvoloso ma a tratti il sole risplende. Il servizio inizia con un welcome the ed un biscotto. Sul dorso del sedile di fronte al mio c’è un grande monitor con un’ampia scelta di film e di musica. Io mi faccio accompagnare dai Dire Straits e da Cat Stivens. Alle 12,30 viene servito il pranzo. Pollo alla griglia e insalata, un dessert ed un bicchiere di shiraz. Per il primo pomeriggio mi scelgo “To Rome with love” scritto, diretto ed interpretato dal grande Allen. Già visto al cinema con le amiche, francamente questo non è il miglior film del grande Allen ma fa effetto vederlo quì, dall’altra parte del mondo, con Roma come grande scenario, girato metà in italiano e metà in inglese, con Benigni che appena lo vedo mi fa sorridere ad alta voce. Il viaggio prosegue molto dolcemente tra la vegetazione del Queensland e qualche antica stazione. Nel pomerigio, superata Townsville, il paesaggio si fa pù pianeggiante e la vegetazione più rada. Si incontrano molti bovini di razze diverse ma soprattutto canguri. Alcuni, sentendo il rumore del treno che arriva, si fermano ad osservare incuriositi, altri, forse spaventati, si allontanano saltellando. Vedo anche molti uccelli bianchi somiglianti agli aironi ed altri grigio-azzurri molto più grandi. Il viaggio prosegue, la sosta alle stazioni non è mai brevissima per cui è anche
piacevole scendere a far due passi. Alle 18,30 viene servita la cena: filetto di carne con sugo allo shiraz, purè e asparagi, panna cotta come dessert. Arriva il buio e le enormi poltrone si trasformano in comodissimi letti. La notte passa tranquillamente, riesco a dormire senza interruzioni per circa sette ore. La mattina ci si sveglia quando incomincia a far luce e più tardi viene servita la colazione. Io scelgo la “continental” con yougurth, latte e cereali, un dolcetto e del the. Riprende una vegetazione più fitta, il tempo oggi è molto grigio e cade anche qualche goccia di pioggia. Alle 9,40, dopo oltre 24 ore di viaggio, arrivo a Brisbane. Col treno locale raggiungo la Gold Coast, più precisamente Surfers Paradise, una città molto recente con altissimi palazzi e una grande spiaggia sull’Oceano.