I’m a lucky man

Estate 2014. Sono alla guida di una Chevrolet Impala bianca, tetto aperto, sopra di me il cielo azzurro. Sono lungo un interminabile rettilineo che dal Colorado porta verso l’Arizona. L’autoradio è accesa ad alto volume, trasmette musica country, rock, gli hits degli anni ’60 e ’70. Poi arriva una canzone che non conoscevo: “I’m a lucky man”. Si, quella canzone me ne ha dato conferma. Nonostante tutto, nonostante i problemi della vita, nonostante i dolori profondi, io mi sento un uomo fortunato.
Un abbraccio da Tahiti

In volo dalle Fiji alla Polinesia Francese

Decollo alle 9,00 di domenica 7 febbraio dall’aeroporto di Nadi, Isole Fiji. Mentre l’aereo prende quota vedo sotto di me la Bounty Island. Dopo circa tre ore di volo appare una lunga scogliera contro la quale si infrangono le onde del Pacifico. Sono arrivato dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, ora ho esattamente 12 ore di fuso con l’Italia. Giusto il tempo di fare qualche acquisto e mangiare una zuppa di wonton e si riparte. All’ultimo minuto non mi faccio mancare un buon Merlot Cabernet neozelandese in Nuova Zelanda. Di nuovo a bordo, vengo accolto da un equipaggio sorridente con un fiore bianco tra capelli. Il volo parte puntualissimo alle 16,00 di domenica 7 febbraio. Seduta accanto a me una simpatica anziana signora tahitiana, non riesco a capirne il motivo ma molte persone, sia tra i passeggeri che tra l’equipaggio, la conoscono. In pochi minuti mi adeguo al cambio di lingua, ora si passa al francese. Volo su un Airbus della Air Tahiti Nui che è stata riconosciuta la miglior compagnia aerea del Sud Pacifico. Ottimo il servizio a bordo, perfetto il funzionamento dell’aereo in ogni suo dettaglio. Poco meno di cinque ore ed il volo arriva a Tahiti con venti minuti di anticipo rispetto al previsto. Sono le 21,45 di sabato 6 febbraio. Anche qui all’aeroporto i passeggeri vengono accolti da due musicisti ed una ballerina, tutti vestiti in giallo fiorato. Al controllo documenti il tricolore francese e coda preferenziale per i passaporti europei.

Oggi è diventato ieri !

Mr. Fogg, il personaggio immaginario raccontato da Jules Verne ne “Il giro del mondo in 80 giorni”, pensò di essere arrivato a Londra con cinque minuti di ritardo e di avere così perso la scommessa contratta con i  soci del suo club. Solo il fido Passepartout, il maggiordomo, si accorse che non era così. La scommessa era vinta ! Mr. Fogg ha fatto come me, ad ogni cambio di fuso orario ha aggiornato il proprio orologio. Arrivato a Londra però non si rese conto del cambio di data che intercorre nel bel mezzo dell’oceano Pacifico. Mr. Manfrin, il reale protagonista del “viaggiatore viaggiante”, ha commesso lo stesso errore. Anche se conscio del cambio di data, ho prenotato un appartamentino a Papeete da domenica 7 febbraio. E la notte del 6 ? L’avevo dimenticata ? No, il fatto è che la stessa notte ho pernottato sia a Nadi (Isole Fiji) che a Papeete (Tahiti). Dono dell’ubiquità ? No. Oggi è diventato ieri !  🙂

Bulaaa – Isole Fiji

Arrivo a Nadi, Isole Fiji, dopo oltre tre ore di volo da Brisbane e due ore di fuso. Ora l’Italia è a meno 11 ! Non ho mai visto una sala arrivi di un aeroporto così allegra. Tutti sorridenti, tutte le donne con un fiore tra i capelli e tre musicisti con chitarra che cantano lungo il corridoio. Bula, bula, tutti ripetono la stessa parola. Benvenuto ! Purtroppo all’arrivo trovo però un problema organizzativo. Sono passate da poco le tre del pomeriggio e non c’è più nessun battello per Bounty Island dove ho prenotato il resort. Pernotto in un albergo sul mare, spiaggia e palme, un bel tramonto. La mattina seguente mi imbarco ed arrivo a Bounty Island, anche qui bula, bula, e musicisti che cantano e suonano la chitarra al mio arrivo. L’isola, un atollo, è uno splendore, praticamente un paradiso terrestre. Spiaggia bianca , vegetazione molto fitta, palme, per percorrere l’intero periplo basta una mezzora. Il resort ha spazi comuni aperti costruiti in legno mentre la mia sistemazione è un piccolo bungalow sulla spiaggia, all’ombra delle palme. La giornata qui è scandita da colazione, pranzo e cena. Alla fine della cena c’è sempre un po’ di musica con tutto lo staff allineato che canta e balla coinvolgendo i turisti. Tutto attorno isole e isolotti, molti, come questo, sono degli atolli. Sott’acqua una meraviglia di pesci e coralli. C’è tutta la biodiversità tipica delle barriere coralline, qui in particolare noto molte stelle marine blu. A Omar e Linda dico che ci sono tanti pesci Juventini, bianchi a righe verticali nere. C’è quindi tutta la collezione di pesci pagliaccio, i vegetariani, molte specie gialle e molti piccolini blu. Una sera, passeggiando all’ora del tramonto, mi fanno notare dei piccoli squaletti in prossimità della riva. L’ultimo giorno di permanenza alla Bounty Island lo passo facendo una piccola crociera. La barca del resort mi porta un poco al largo dove salto su un catamarano. Circa un’ora di tragitto ed arrivo a Mana, l’isola più grande delle Mamanuca. Quì mi imbarco sul Seaspray, un vecchio battello inglese con grandi vele e motore.  L’equipaggio è molto divertente, canta e suona, e nel corso della navigazione si stappano un paio di bottiglie di spumante. Passiamo attraverso atolli, qualcuno ancora senza vegetazione, isole e isolotti, e sbarchiamo a Modriki, l’isola dove è stato girato il famoso Cast Away com Tom Hanks. Qualcuno ha scritto HELP ME con dei gusci di noce di cocco anche se nel film la scritta era stata fatta con la sabbia. I colori del mare vanno dal verde all’azzurro al blu intenso, la spiaggia bianca, vegetazione tropicale. Ci fermiamo per fare dello snorkeling e noto dei coralli rosa e violetto. Si ritorna a bordo per il pranzo. Insalata, pollo, pesce e frutta fresca, si beve acqua e birra, il vino non viene più servito ! Nel primo pomeriggio sbarchiamo a Yanuya,  una piccola isola con un villaggio di circa 500 abitanti. Un mercato dove le donne vendono i prodotti dell’artigianato locale. Gli uomini invece li incontriamo nella sala della comunità dove al nostro arrivo si tiene una specie di celebrazione di benvenuto, un po’ finta. Segue una passeggiata nel villaggio. Case colorate con il solo piano terra, l’interno praticamente vuoto, c’è solo qualche coperta e qualche lenzuolo. Attorno le case prati verdi, fiori e palme. Qualcuno riposa all’ombra, i bambini giocano e sorridono. Ripartiamo, io rientro a Bounty Island con “scalo tecnico” alla South Sea Island, un atollo ancora più piccolo, dove vengo “recuparato” dal tender del Bounty. Rientro nell’isola madre, la Viti Levu, per percorrere la strada costiera e visitare un po’ l’interno. Noleggio un’auto, mi danno una Getz un po’ vecchiotta. La litoranea corre principalmente all’interno con pochi passaggi sul mare. Mi fermo presso una piccola baia dove è ancora in funzione il Coral Coast Train, un vecchio trenino a scartamento ridottissimo. Vado in direzione Suva, sul versante opposto dell’isola. In prossimità della città trovo una lunghissima coda ed il traffico è bloccato. Dopo una lunga sosta si riaccendono i motori ma non il mio, non riparte ! Un gentile fijiano mi aiuta a spingere l’auto in una stradina secondaria, immediatamente dopo riesco a fermare un taxista che mi organizza il cambio d’auto e mi accompagna in albergo. Reception, ristorante, blocco camere sono tutte in legno. La mia camera ha un balcone con vista sulla rainforest. Di fronte a me un laghetto con ninfee circondato da piante tropicali. Qualche zanzara rovina l’ambiente ma c’è sempre il rovescio della
medaglia. La mattina mi viene consegnata una seconda auto, una rossa Hyundai, nuova e funzionante. Imbocco la strada e senza accorgermi mi trovo contromano ! Sento suonare e vedo di fronte a me un’altra auto. Frontale evitato ! Vado a Suva, la capitale dello stato fijiano. Niente di speciale così mi dirigo verso Sud, sul lato opposto a quello dell’andata. Mai tornare per la stessa strada è un principio sacrosanto, ove possibile. Dopo un’oretta di guida la strada si dirige verso l’interno e si fa più interessante. Una striscia di  asfalto nuovo tra la vegetazione tropicale, colline verdi e montagne di origine vulcanica. Si costeggia un fiume e si attraversano molti villaggi. L’attraversamento dei villaggi è una sorta di canovaccio che si ripete in continuazione. Velocità massima 60 km/h, poi il cartello col nome del villaggio e la velocità consentita scende a 50 km/ora, poi una serie di rallentatori, velocità massima 20 km/ora e se non li vedi corri il rischio di rovinare la macchina. Le case sono sempre ad un solo piano, sempre in mezzo al verde e sempre circondate da tanti panni colorati stesi al sole. Quando attraverso i villaggi, a qualsiasi velocità, o  passeggiando, c’è sempre qualcuno che mi saluta, con un cenno della mano, oppure bula, bula, e sempre visi sorridenti. Non trovo ristoranti lungo la strada così mi fermo in un villaggio dove delle simpatiche signore offrono frutta fresca. Incominciano a chiedermi se sono single e a questo punto si scatenano risate. La sera arrivo in albergo vicino all’aeroporto, un’insalata mista con quache gambero, un pò di musica dal vivo, e l’avventura fijiana termina così.

Junping on the Ocean

Febbraio sarà il mese dell’Oceano Pacifico. L’agenda è già tutta scritta. Si parte il I° per Nadi, Isole Fiji. In assenza di un volo diretto per Papeete raggiungerò Tahiti via Auckland (NZ), segue l’Isola di Pasqua e la traversata si concluderà a Santiago del Cile. Dalla capitale cilena mi porterò in Patagonia per arrivare esattamente a fine mese ad Ushuaia dove il 2 marzo mi attende l’avventura dell’Antartic Cruise.

Storie di amicizia e di ospitalità

Non posso lasciare la Gold Coast senza raccontare queste belle esperienze di vita. Raggiungo Kristian a Surfers Paradise, una città modernissima, tutti palazzi e grattacieli, affacciata all’oceano. Una grande spiaggia con forti onde adatta al surf. Qui tutto è incominciato attorno agli anni ’60, ora Surfers Paradise è una grande meta turistica ma è anche affollata di studenti e giovani lavoratori provenienti da tutto il mondo. Io vengo molto amichevolmente ospitato da Rafi, giovane studente saudita, proprietario dell’appartamento situato all’undicesimo piano dell’Imperial Surf. Dal soggiorno una vista a 180° sull’oceano e sulla città. Oltre a Kristian c’è Gustavo, giovane studente brasiliano, un ragazzo molto maturo ed amorevole. Arrivo il giovedì pomeriggio, venerdì mattina i ragazzi vanno a scuola mentre io sbrigo un po’ di faccende e faccio un po’ di spesa. La sera Gustavo suona e canta musica brasiliana, un grande pathos. Per sabato a pranzo Kristian invita un po’ di amici per una lasagna all’italiana. La mattina incominciamo col ragù e poi la teglia va nel forno. Arrivano per pranzo un amico taiwanese, alcune ragazze brasiliane, compagne di classe di Kristian, e tutti apprezzano i nostri sforzi culinari. la sera ci trasferiamo al secondo piano dove incontro Gabriel, uno studente brasiliano che per sbarcare il lunario cucina kebab, e Luca, un ragazzo svizzero. La sera ceniamo io e Kristian al Baritalia dove viene servita una discreta cucina italiana. Domenica mattina si va in spiaggia, i ragazzi surfano mentre io mi tuffo tra le onde. Per pranzo c’è un invito da parte di Rafi, un pranzo arabo: riso speziato e pollo, tutto servito sul pavimento e mangiato con le mani secondo la tradizione araba. Arriva un altro ragazzo saudita, altri tre ragazzi brasiliani e così formiamo due grandi cerchi. Anche riso e pollo sono molto graditi. Nel pomeriggio arriva un temporale dall’entroterra mentre sull’oceano risplende il sole, si crea un grande arcobaleno ma è arrivato il momento di salutare tutti, destinazione Brisbane, domani mattina si riparte. Si, però non potevo lasciare la Gold Coast senza raccontare queste storie di amicizia e di ospitalità. Ciao a tutti, Kristian, Rafi, Gustavo, Gilberto, Luca, John, Camilla, Patricia, Ingrid, Paola

Spirit of Queensland

Una grande stazione quella di Cairns, piena di negozi, bar e ristoranti, ma solo due binari. Sul 2 il treno per Kuranda, lo Scenic Railway, e sull’1 lo “Spirit of Queensland”. Sarà la mia sistemazione per le prossime 24 ore, destinazione Brisbane, 1681 km di percorso verso Sud. Un treno molto comodo e moderno. Carrozza C, il vagone letto, il posto 14 è il mio. Vengo accolto da Anne, una gentile hostess, che mi fornisce tutte le spiegazioni tecniche del mio seat ed il programma lunch, dinner, breakfast. Il treno parte puntualmente alle 9,00 e molto silenziosamente attraversa aree molto verdi, una pianura circondata da colline, il cielo è un pò nuvoloso ma a tratti il sole risplende. Il servizio inizia con un welcome the ed un biscotto. Sul dorso del sedile di fronte al mio c’è un grande monitor con un’ampia scelta di film e di musica. Io mi faccio accompagnare dai Dire Straits e da Cat Stivens. Alle 12,30 viene servito il pranzo. Pollo alla griglia e insalata, un dessert ed un bicchiere di shiraz. Per il primo pomeriggio mi scelgo “To Rome with love” scritto, diretto ed interpretato dal grande Allen. Già visto al cinema con le amiche, francamente questo non è il miglior film del grande Allen ma fa effetto vederlo quì, dall’altra parte del mondo, con Roma come grande scenario, girato metà in italiano e metà in inglese, con Benigni che appena lo vedo mi fa sorridere ad alta voce. Il viaggio prosegue molto dolcemente tra la vegetazione del Queensland e qualche antica stazione. Nel pomerigio, superata Townsville, il paesaggio si fa pù pianeggiante e la vegetazione più rada. Si incontrano molti bovini di razze diverse ma soprattutto canguri. Alcuni, sentendo il rumore del treno che arriva, si fermano ad osservare incuriositi, altri, forse spaventati, si allontanano saltellando. Vedo anche molti uccelli bianchi somiglianti agli aironi ed altri grigio-azzurri molto più grandi. Il viaggio prosegue, la sosta alle stazioni non è mai brevissima per cui è anche
piacevole scendere a far due passi. Alle 18,30 viene servita la cena: filetto di carne con sugo allo shiraz, purè e asparagi, panna cotta come dessert. Arriva il buio e le enormi poltrone si trasformano in comodissimi letti. La notte passa tranquillamente, riesco a dormire senza interruzioni per circa sette ore. La mattina ci si sveglia quando incomincia a far luce e più tardi viene servita la colazione. Io scelgo la “continental” con yougurth, latte e cereali, un dolcetto e del the. Riprende una vegetazione più fitta, il tempo oggi è molto grigio e cade anche qualche goccia di pioggia. Alle 9,40, dopo oltre 24 ore di viaggio, arrivo a Brisbane. Col treno locale raggiungo la Gold Coast, più precisamente Surfers Paradise, una città molto recente con altissimi palazzi e una grande spiaggia sull’Oceano.

Cairns e la barriera corallina

Cairns è una città moderna con un lungomare con giardini, fiori e palme. Di fronte al mare una grande piscina aperta al pubblico, poco più oltre i moli d’imbarco per le gite in mare. Seguo il consiglio di Amber(la guida in formazione presso il Rock Tour di Alice Springs) e scelgo l’escursione “Passions of Paradise”, un grande catamarano che ospita oltre cinquanta passeggeri. Si parte alle 8 del mattino, due ore e mezza di navigazione per raggiungere il “Paradise Reef”. Saranno state le strane onde del Pacifico o la non corretta alimentazione (caffè e muffin) ma non sono mai stato così male in mare. Comunque si supera tutto e quando è il momento indosso la muta, pinne e maschera e mi tuffo in acqua. Uno spettacolo di coralli di tutti i colori, molto particolari alcuni ciuffi mossi dalla corrente che sembrano spaghetti verdi. E poi i pesci. Come descriverli tutti ? Appena arrivati sul posto c’è un branco di grossi pesci neri, lunghi circa un metro, non so bene cosa siano. Vedo molti pesci pagliaccio, molti vegetariani che mangiucchiano sulle rocce, i pesci pappagallo con le sfumature verdi e viola, altri a strisce verticali oppure con le pinne gialle. E poi i molluschi bivalve, lunghi più di un metro, con il bordo rosso come se fossero labbra col rossetto, che quando mi avvicino si richiudono rapidamente. Insomma il variegato mondo della barriera corallina australiana, la più lunga (2.300 km), la più vasta del mondo. Riprendiamo la navigazione per circa un’ora ed arriviamo alla Michaelmas Cay Island. Il mare ha tutte le sfumature di azzurro, blu e verde. L’isola è solo una larga spiaggia bianca stracolma di uccelli. La raggiungo in gommone con la muta già indossata e di nuovo in mare con pinne e maschera. Lo spettacolo continua. Sono l’ultimo ad uscire dall’acqua per rientrare a Cairns. Il catamarano sulla rotta del ritorno, grazie al vento favorevole, apre le grandi vele ed abbassa la potenza dei motori. Rientro in porto col cielo azzurro e le nuvole bianche. Per cena una ramen, la zuppa giapponese, al ristorante Ganbaranba. Con soli 7 € mangio bene riorganizzando il mio stomaco provato dalle onde mattutine. Non ancora del tutto soddisfatto voglio fare una seconda uscita in mare. Scelgo la Green Island, di nuovo un catamarano ma questa volta il tragitto è più breve (solo 45 minuti) e lo stomaco non mi dà problemi. Si arriva in luogo incantevole. Il battello attracca su un lungo pontile, l’acqua tutto attorno ha gli stessi colori che descrivevo prima. L’isola ha una spiaggia bianca ed all’interno è tutta ricoperta di vegetazione. Partiamo dal nome. Credevo che Green derivasse dal fatto che l’isola è molto verde. No, fu il sottotenete James Cook che nel 1770, scoprendo l’isola, la dedicò all’astronomo di bordo Charles Green. L’isola è di fatto un fenomeno naturale. La sua storia non ha più di 8.000 anni. La scogliera si è formata con l’accumulo di detriti dei coralli cementati dalla crosta delle alghe. Tutto l’ambiente qui attorno è la condizione ideale per la formazione dei coralli e per la vita di questi pesci stupendi. L’interno dell’isola è invece una meravigliosa foresta, molto fitta e ombrosa. La si può percorrere su un tracciato di passerelle. L’intensità e la tipologia è la stessa della Rainforest. Lungo il sentiero trovo però poche persone, i visitatori affollano le spiagge ed i chioschi di ristorazione. Questo è il rovescio della medaglia. Entro in acqua anche qui e, oltre alla solita esperienza, incontro tre tartarughe. La prima se ne va  solitaria e la inseguo per un  breve tratto, la seconda sembra invece pascolare tra le alghe e mangiucchia quì e là, la terza sembra zoppa nel senso che usa solo tre zampe, la posteriore sinistra rimane sempre all’interno del carapace. Un’esperienza bellissima, ora attendo le isole del Pacifico.

Kuranda and the Rainforest

Deciso, andata in funivia, ritorno in treno e, contro ogni consiglio turistico, pernottamento nella Rainforest ! La funivia che collega Cairns a Kuranda, la Skyrail, è una delle più lunghe al mondo: circa 7,5 km suddivisi in tre tronchi. Il primo tratto è tutto in salita e raggiunge i 545 metri del Red Peak dove un simpatico ranger attende i passeggeri per un giro tra la foresta. Il ranger lascia un gruppo di giovani giapponesi e mi accompagna lungo il sentiero, una lunga passerella in legno, spiegandomi tutti i segreti del bosco. Piante secolari altissime, palme, fichi che avvolgono altre piante, liane e piante rampicanti. Tutto ciò è la Rainforest, un grande fenomeno naturale reso possibile dalle piogge che qui arrivano copiose. In un solo giorno durante la wet season cadono normalmente più di 20 cm di pioggia. Il secondo tronco della Skyrail, il più lungo, è praticamente tutto in discesa e si superano le cascate del fiume Barron. Siamo nell’ambito del Barron Gorge National Park, territorio tradizionale del popolo aborigeno Djabugay. Anche quì una passeggiata lungo il sentiero con terrazze panoramiche sulle cascate. L’ultimo tratto, piuttosto breve, supera il fiume e l’antica linea ferroviaria. Si arriva quindi a Kuranda, un villaggio turistico dove tutte le attività chiudono attorno alle tre del pomeriggio, poco prima o subito dopo la partenza del secondo treno che torna a Cairns. Appena arrivato scendo sulle rive del Barron e decido di fare subito la navigazione del fiume, un’ora abbondante tra la vegetazione rigogliosa. Un coccodrillo al
sole sdraiato su un ramo secco, uccelli, pesci e tartarughe. Dopo una “pasta pesto” (tagliatelle con una crema dolce al pesto, pollo ed insalata, tutto nello stesso piatto) vado verso il B&B che avevo prenotato. Basta superare il ponte e prendere la seconda a sinistra. Semplice, ma Il percorso si rivela più lungo di quanto potevo immaginare guardando la Google Map. Un’ora e mezza tra il bosco e le case isolate. Imbocco la Butler Drive al numero 63 ma debbo arrivare al 9 ! Arrivo … diciamo un po’ stanco. Anche oggi, dichiara il mio telefono, percorsi circa 15 km. A piedi ovviamente. La fatica viene comunque ricompensata dal posto. Imbocco una stradina sterrata nella foresta e mi trovo davanti ad una casa bianca in legno. Un po’ smarrito vengo accolto da Linda, una signora tutto sommato non molto cortese che mi dice “ma questa è una casa”. L’appartamentino al piano terra è, per stasera, destinato a me. Un monolocale meraviglioso, pieno di luce e arredato con molto gusto. Linda mi apre il frigorifero e mi mostra una bottiglia di Sauvignon Blanc australiano e una confezione di camembert. Questa sarà la mia cena consumata sul terrazzo praticamente immerso nella foresta. Più tardi arriva a trovarmi anche Nevon, il marito, molto cordiale. Rumori zero, o perlomeno si sentono solo quelli naturali, molto intensi, anche in piena notte. La mattina mi sveglio con comodo e mi sento un “Nessun dorma” cantato da Pavarotti mentre mi preparo un paio di caffè. Sul tavolo del terrazzo trovo un vassoio con la colazione pronta, burro e marmellata, frutta tropicale. Più tardi, molto gentilmente, Nevon mi accompagna in città. Visito il Butterfly Sanctuary, una grande voliera piena di farfalle che ti volano attorno ed un laboratorio dove delle esperte nutrono i bachi ancora in fase di evoluzione. Entro poi nel Koala Gardens dove, in ampi spazi, vengono ospitati gli animali autoctoni: coccodrilli, i dormiglioni koala, un paio di tranquilli wallaby (piccoli canguri) che cercano l’ombra per poter sfuggire al caldo che oggi si fa sentire. Per pranzo vado al German Tucker, mangio un wurstel di coccodrillo con senape, crauti ed insalata di patate. Uno strano mix di Germania e Australia. Kuranda è famosa per i suoi mercati. Io li trovo comuni, solo per turisti, di nessun interesse.  Così mi prendo il treno per rientrare a Cairns, una vecchia ferrovia che risale al 1891 recentemente ristrutturata e ancora funzionante. Vecchie carrozze in legno ed un paio di locomotori diesel colorati di giallo ed azzurro con disegni in stile aborigeno. Il treno viaggia molto lentamente, dopo una decina di minuti una sosta per ammirare il panorama sulla cascate e poi si riparte tra la fitta vegetazione. Praticamente si viaggia a passo d’uomo, il treno percorre un altissimo ponte con tralicci in ferro, alcune gallerie e dopo circa due ore si arriva a Cairns.

Alice Springs, gli aborigeni e le rocce sacre

Alice Springs è praticamente il baricentro geografico dell’Australia. The Alice, come viene più familiarmente chiamata, è nata solo nel 1870 come stazione del telegrafo. Ora è una città tranquilla dove convivono “bianchi” ed “aborigeni”. Al centro una strada pedonale, la Todd Mall, sulla quale si affacciano
alcuni bar ed i negozi di souvenir e di arte aborigena. Sotto questo aspetto entrare nei negozi d’arte aborigena equivale alla visita di un vasto museo con migliaia di opere esposte. In pieno centro leggo un grande cartello (vedi foto) “orgogoglioso di essere aborigeno” e “orgoglioso di essere australiano”
come se gli aborigeni non fossero australiani. “Australiani” e “aborigeni” convivono ma rimangono due mondi completamente separati. I primi gestiscono tutte le attività della città, non ho trovato un commesso, un cameriere, un operaio di origine aborigena. Mi spiace doverlo sottolineare ma è la verità e tutto ciò non è per niente condivisibile. Gli aborigeni si vedono in giro per la città, vestiti un pò male, un pò sporchi, trasandati. Camminano per le strade o nei centri commerciali come se fossero un pò persi, si siedono a gruppi sui prati, a volte urlano tra di loro. La sera la polizia pattuglia le strade mentre gli aborigeni frequentano i bar e qualcuno si ubriaca. Una mattina al Red Ochre Grill, il ristorante dell’albergo dove pernotto, vedo un vetro rotto da un paio di sassate, facile intuire cosa sia successo. L’Uluru – Kata Tjuta National Park, sito Patrimonio dell’Umanità protetto dall’UNESCO, è però gestito in modo congiunto. Il consiglio d’amministrazione, per statuto, è composto per metà da bianchi e per metà da aborigeni. Questi riconoscimenti sono comunque molto recenti, risalgono solo ad una ventina d’anni fa. Ora il parco è cogestito dagli anangu, la popolazione locale, e vengono riconosciuti i luoghi sacri dove è vietato scattare fotografie. Inoltre, da pochi anni, è vietato salire sulla roccia sacra anche se esiste un sentiero ben tracciato. Francamente, camminando lungo i sentieri che circondano Uluru, si avverte una forma di sacralità. Sarà il sibilo del vento, il frinire delle cicale, il silenzio circostante, i colori della roccia e del cielo, o semplicemente le leggende che si tramandano, ma io ho avvertito qualcosa di speciale. Uluru è una unica, grande roccia, lunga 3,6 km ed alta 348 metri, raggiunge una quota di 867 m slm. La roccia è una specie di iceberg, più dei due terzi del volume sono al disotto del livello dell’altopiano ed arriva ad una profondità di circa 6.000 m. Forse questi numeri danno l’idea della unicità del luogo. Il colore rosso, dovuto all’alta presenza di ferro, è dominante. Dove scorre l’acqua quando piove il tracciato è annerito, come se fosse arruginito. Kata Tjuta dista circa 35 km da Uluru. E’ uno spettacolare gruppo di rocce che raggiunge i 1066 m slm. Il nome significa “molte teste” e riveste una grande importanza
nella cultura aborigena. Visitare questi luoghi è stata per me una grande emozione ma lasciamo agli anangu le loro tradizioni, le loro credenze, la loro cultura, la loro storia.