Partito !

3 Marzo

Puntualissima, la Expedition lascia il porto alle ore 18,00 con tre squilli di sirena. Confesso di avere le lacrime agli occhi ma vedo che non sono il solo. Alle 22,00 si superano i 55 gradi Lat Sud ed attorno alla mezzanotte si esce dal Canale di Beagle.

4 Marzo

Giornata di navigazione lungo il Drake Passage. Il mare non e’ agitato ma si cammina solo reggendosi agli appoggi. Mattina soleggiata ma nel pomeriggio il cielo diventa grigio. Abbiamo ricevuto tutte le istruzioni e tutto il necessario per gli sbarchi. La nave sta navigando con anticipo sul programma. Alle 22,00 abbiamo superato i 60 gradi Lat Sud e domani mattina raggiungeremo le prime isole Antartiche. E’ previsto il primo sbarco nel corso della mattinata.

Fervono i preparativi

Mentre scrivo mancano solo 17 ore all’imbarco. Expedition, la nave bianca e rossa, e’ entrata in porto questa sera alle otto. L’adrenalina cresce. Oggi ultimi acquisti di vestiario: guanti, calzamaglia e copripantaloni impermeabili consigliati da Mauro che ci accompagnera’ in crociera. G Adventures mette a disposizione una bellissima giacca a vento rossa con strisce riflettenti, a doppio strato, sembra molto calda. Ora mancano solo un farmaco contro il mal di mare (non si sa mai) e qualcosa da leggere (il kindle si e’ bloccato e non ne vuole piu’ sapere). Domattina si consegnano i bagagli, trovero’ la mia valigia in cabina. L’appuntameno per i 131 passeggeri e’ alle 15,30 davanti al cartello della Fin del Mundo, per motivi di sicurezza i cento metri finali lungo la banchina del porto saranno percorsi in pullman. Sulla nave la connessione sara’ molto difficile come e’ facile immaginare. Le comunicazioni saranno affidate ad una antenna satellitare. E’ mio impegno scrivere qualche riga tutti i giorni, quando possibile. L’avventura antartica sta per iniziare !

PC nuovo !

Confermato, impossibile ricevere il PC ad Ushuaia come avevo previsto. Mi dicono che qui’ superare la dogana sia cosa molto difficile, procedure e corruzione sono i motivi principali. Decido di acquistarne uno nuovo, mi consigliano un negozietto due quadre sopra il lungomare, il giovane gestore mi promette il necessario supporto per l’inizializzazione. Trovo una soluzione ad un prezzo ragionevole, dimensioni come il modello precedente, tastiera e programmi tutto in castillano. Meglio di niente, proviamo la connessione, ok, forse funziona anche la posta elettronica. E vaiiiiiii

Arrivano le foto, contenti ? Dovro’ ripartire da Bora Bora, faro’ fatica a reggere quel caldo dalla Patagonia 🙂

Arrivato alla “Fin del Mundo” – Ushuaia

Penso sia troppo faticoso il trasferimento da Puerto Natales ad Ushuaia in un unico giorno, preferisco suddividerlo in due tranches. Lascio Puerto Natales una domenica pomeriggio, la citta’ e’ un po’ addormentata, i negozi e molti ristoranti sono chiusi. Il cielo pero’ e’ terso, brilla il sole, il vento non e’ piu’ freddo. In pullman mi trovo casualmente seduto in fianco ad un italo/cileno con origini torinesi. Le tre ore di viaggio passano tra piacevoli chiacchere ed un pisolino. Torino e la FIAT, la bagna cauda, dettagli interessanti che riguardano la Patagonia. Un viaggio piacevole, i panorami sono splendidi. Riparto la mattina seguente ben riposato, oggi mi aspetta un percorso ben piu’ lungo. Lasciata Punta Arenas si segue lo stretto di Magellano, la strada si fa sterrata. Arrivo a Punta Delgada e qui’ incrocio l’itinerario di quattro anni fa. Si arriva al molo, si scende dal pullman per salire sulla balconata del ferry. La volta scorsa il mare ed il cielo erano di color grigio blu, la foto che scattai sembra un quadro impressionista, oggi invece vedo solo blu e azzurro. Si sbarca a piedi, foto ricordo davanti al cartello verde “Bienvenidos a la Isla Tierra del Fuego”. Io ce l’ho gia’ ! Viene distribuito uno snack, biscotti e succo di frutta, nessuna pausa pranzo. Un’altra ora e si arriva alla frontiera cilena. In 50 minuti riusciamo a passare, velocissimi. Mezz’ora e si arriva alla frontiera argentina, qui’ basta solo un quarto d’ora. Riprende l’asfalto e si viaggia un po’ piu’ comodamente. Iniziano i boschi fueguini e si vedono le prime montagne. Poco oltre costeggiamo il lago Fagnano con vedute mozzafiato, nessuna sosta. Poco dopo le 18 superiamo il passo Garibaldi, la strada ha molte curve, siamo costretti a seguire un autoarticolato per lungo tempo. Si attraversano ancora vallate verdi, si incontra la prima neve sopra le nostre teste e “Bienvenidos a la fin del Mundo”, Ushuaia. Riconosco tutto, mi sembra d’essere passato solo qualche giorno fa. Un saluto d’obbligo a Paola che qui’ fu mia compagna di viaggio nel gennaio 2012. Preso l’albergo in citta’ ceno al “Mustacchio” che ho riconosciuto immediatamente. Sopa de mariscos e Sauvignon Blanc, un the caldo prima di dormire al Almacen Ramos Generales, un bar in una casa storica, all’esterno vecchie pubblicita’ di Campari e Cinzano, l’interno molto caldo, tutto in legno con oggetti antichi ovunque. Pasticceria DOC, un mito. Ushuaia e’ considerata la citta’ piu’ a Sud del mondo. Ha un grande porto sia commerciale che turistico, qui’ attraccano tutte le navi che fanno le crociere antartiche ma anche i battelli che navigano lungo il canale di Beagle, luogo di molti naufragi fino a quache decennio fa. Attorno una mezzaluna di monti con cime anche innevate. La citta’ si basa sulla avenida Maipu, che costeggia il porto ed il lungomare, e la San Martin, la parallela, piena di negozi, bar e ristoranti. La citta’ e’ sorta come colonia penale inglese e missione cristiana. Con i primi arrivi di colonizzatori e coloni e’ stata sterminata la popolazione di indiani nativi. Chi ucciso come bersaglio di caccia, la maggioranza uccisa dalle malattie importate dagli europei a causa della locale mancanza di anticorpi. Sono giornate piene di sole, oggi poi ci sono 18 gradi e il sole e’ molto caldo, il vento quasi assente. Volver a Volver. Voglio segnalare anche il ristorante Volver (tornare), e io ci sono tornato quattro anni dopo. Esterno ed interno tutto in legno, come logo un granchio, la specialita’ del luogo. Ordino una “cazuela de mariscos”, mi viene servito un tegamino tutto nero molto invitante. Cozze, seppie, scampi e molta polpa di granchio qui’ chiamato centolla ma pronunciato “sentoja”, tutto condito con una abbondante “salsa portoguesa”: pomodoro, peperoni e cipolle (troppe). E da beber ? Sauvignon Blanc. Una cena da ricordare. Nel frattempo fuori il cielo si fa rosso, il sole tramonta dietro le montagne, tutti gli ospiti del ristorante vanno e vengono per scattare foto imperdibili.

Il 29 Febbraio

Il 29 febbraio cade ogni quattro anni.

Ricordo quello di otto anni fa.

Il giorno prima avevo visto la morte negli occhi con tanta tristezza e profondo dolore.

Ma quella mattina, uscendo da casa e svoltando l’angolo verso viale Casiraghi, mi sono sentito piu’ leggero.

In fin dei conti lei aveva finito di soffrire.

C’e’ chi crede che dopo la morte ci ritroveremo tutti al cospetto di Dio e ritroveremo i nostri cari.

C’e’ chi crede nella reincarnazione.

C’e’ chi crede che la energia dei nostri cari rimanga con noi.

Io credo che dopo la morte non ci sia piu’ nulla, rimangono i ricordi.

E finche’ ricordiamo una persona che ci e’ stata cara, lei e’ viva.

Luisa e’ tra noi.

La Patagonia Cilena – Puerto Natales

La Ultima Esperanza, cosi’ viene chiamata Puerto Natales e l’area circostante. Questa fu una delle ultime zone abitate dai coloni europei, l’ultima speranza appunto. Circa tre ore di bus da Punta Arenas, un panorama piatto coi grandi cieli patagonici ma prima dell’arrivo incominciano a vedersi le montagne all’orizzonte. Bellissimo il panorama sullo stretto, in acqua molti cigni bianchi dal collo nero. Per prima cosa un “full day”, come viene chiamato qui’, che significa una escursione al Parco delle Torri del Paine. Un’ora di bus e si arriva ad un incrocio dove ci sono la stazione dei Carabineros de Chile in bianco e verde, due o tre case, un bar ed un negozio. Si lascia l’asfalto e si prosegue lungo uno sterrato di terra bianca che si alza al passaggio di ogni veicolo. Si attraversa la pampa e le montagne si avvicinano, si incontrano molti guanocos (animali simili ai lama, tipici della Patagonia) e dietro ad una collina, tutto ad un tratto, appaiono le stupende Torri del Paine e la Montagna Grande, piu’ sotto il lago di Sarmiento dove tutto si riflette. Si arriva alla cascata del Paine con arcobaleno incluso. Oggi il cielo e’ azzurro e completamnete nitido. Natalia, la accompagnatrice dell’escursione, ci informa che oggi e’ la piu’ bella giornata di tutto il mese di febbraio ! Il “lucky man” viene riconfermato. Proseguiamo per un’altra ora tra panorami splendidi e laghetti dalle acque cristalline. Arriviamo presso una seconda cascata, sullo sfondo la Montagna Grande. Ancora strada bianca e si arriva al lago Pehoe’ dove c’e’ un grande albergo costruito su un’isoletta in un luogo incantevole. Sosta in una estancia, la sala da pranzo ha ampie vetrate con vista sulle montagne. Viene servito un pollo con verdure ed un vino rosso, un caffe’e si riparte. Sosta imprevista, la ruota anteriore destra e’ bucata, l’autista nel giro di venti minuti la sostituisce. Il cielo e’ ancora azzurro ma arrivano le prime nuvole bianche che completano i maestosi panorami. Arriviamo al Grey Lake. Camminando si attraversa il bosco e poi appare una lunga striscia di sabbia e ghiaia di origine morenica che divide il lago. A destra un colore grigio rotto dal bianco di un piccolo iceberg. A sinistra si vede tutto il lago in controluce e sullo sfondo il ghiacciaio che scende dalla montagna fino a lambire le acque del lago. E’ gia’ pomeriggio avanzato ed il vento e’ gelido. Ultima sosta alla Cueva del Milodon, un luogo con una storia millenaria. Una grande grotta formata all’epoca glaciale e successivamente scavata dal mare, in seguito e’ diventata luogo dove viveva il milodon, un animale da due tonnellate scomparso circa 10.000 anni fa. Allora lo Stretto di Magellano e la Terra del Fuoco non esistevano, tutto era unito al continente. La sera si rientra ed al ristorante Ultima Esperanza mangio un’ottima zuppa di pesce. La mattina successiva parto di buonora per la “navigazione”. In pullman si arriva al punto di imbarco. Ci attende la “21 de Mayo III”, una imbarcazione che accoglie un centinaio di passeggeri. Ritrovo una coppia di cileni in vacanza che praticamente mi adotta. Alla partenza il cielo e’ ancora un po’ cupo, i forti colori si riflettono in acqua, qualche squarcio di azzurro non manca. Durante la navigazione il vento e’ forte e gelido, quando si esce per ammirare il panorama e’ necessario coprirsi bene. Dopo una ora e mezza raggiungiamo una colonia di cormorani che ha colorato di bianco la roccia della costa. L’acqua del lago si colora di verde ed arriviamo di fronte a due bellissime cascate che gettano l’acqua gelida direttamente nel lago. Stiamo navigando lungo il fiordo Ultima Esperanza, profondo circa 80 km. Arriviamo di fronte al ghiacciaio di Balmaceda, qui si nota con molta evidenza il processo di riduzione dei ghiacciai. Negli ultimi 40 anni il ghiacciaio si e’ ridotto di una cinquantina di metri. Ora il cielo e’ molto grigio, il vento e’ sempre molto freddo. Arriviamo in prossimita’ del Glaciar Serrano. Si sbarca, venti minuti di cammino lungo il lago ove galleggiano blocchi di ghiaccio e si arriva di fronte al ghiacciaio. Un piccolo Perito Moreno, questo ghiacciaio arriva al mare e di tanto in tanto delle pareti ghiacciate si staccano con un grande boato. Meraviglioso. Il cielo coperto a volte si apre, raggi di sole colpiscono il ghiacciaio ed il lago cambiando notevolmente i colori. Ad un certo punto il lago diventa di colore grigio, straordinario. Un’ora di navigazione mentre ci viene offerto un whisky con ghiaccio ! Si, prima di pranzo, e sbarchiamo alla Estancia Perales. Piove acqua gelida ma entriamo nella sala ristorante dove ci viene servita una zuppa calda ed un asado di agnello, salsicce e pollo. Un buon Carmenere completa il tutto. Si riprende la navigazione verso Puerto Natales mentre il vento cessa ed il cielo si apre. Ceno alla Mesita Grande, una pizzeria con forno a legna dove si servono anche pasta e gnocchi. Qui’ sono stupito nel vedere come vengono mangiate le tagliatelle, chi col cucchiaio dopo averle avvolte sulla forchetta, chi tagliandole a pezzetti da 1 / 2 centimetri. Un insulto alla nostra tradizione ma va apprezzato questo gusto di gradire le nostre specialita’. Io scelgo tagliatelle alla bolognese, la pasta e’ fresca e ben cotta ma il ragu’ e’ completamente senza carattere.

La Patagonia Cilena – Punta Arenas

Occorrono quasi tre ore di volo per raggiungere la Patagonia Cilena da Santiago, circa 2.200 km di percorso. Per un paio d’ore si sorvolano le Ande poi il panorama diventa piu’ piatto e prima dell’atterraggio appare lo Stretto di Magellano. Punta Arenas e’ la “capitale” della regione. In centro la tipica piazza coloniale con giardini ed il monumento dedicato a Magellano che per primo arrivo’ qui’ dove le acque dei due oceani, il Pacifico e l’Atlantico, si fondono e si scontrano. La prima sensazione che provo e’ un forte cambio di clima. Sono passato dai 28 / 30 gradi di Santiago ai 13 patagonici, un vento freddo soffia tra le strade della citta’ a pianta quadrata. Per prima cosa, tra le bancarelle del mercatino artigianale, mi compro un caldo paraorecchie e dalla valigia escono giacca a vento e maglione, le scarpe sostituiscono i sandali. Passeggio fino allo stretto dove lungo i moli vedo centinaia di cormorani bianchi e neri. Tutte le case sono ad un piano, alcune sono antiche, molte colorate con colori fantasiosi. Specialmete nel rione che si affaccia al mare molte case hanno murales che ritraggono la vita locale, particolare e’ la casa del veterinario dove il murale ritrae un medico con un cane sulla porta di casa. Avverto un feeling da “fine del mondo”, parole usate anche da Papa Francesco la sera della sua elezione. Anche il cielo e’ cambiato, le nubi qui’ sono piu’ scure e minacciose, qualche spruzzata d’acqua non e’ mai una sorpresa. Il cimitero municipale e’ il luogo imperdibile della citta’. Un cimitero monumentale con cappelle artistiche e statue, strane piante verdissime, rotonde, con i rami che arrivano sino a terra, anche loro molto artistiche. Rientrando in citta’ mi fermo al Museo Regional Salesiano dove, oltre ai ritratti di Don Bosco, sono esposti animali imbalsamati, ricostruzioni di ambienti antartici, cimeli e foto dell’epoca della colonizzazione. Una sala e’ dedicata alla cultura ed alla storia pre-colombiana. I ristoranti preferiti di Punta Arenas sono il Chumanguito per il pranzo, all’interno murales e , con mia grande sorpresa, vedo una riproduzione del “Quarto Stato”, quadro tipicamente milanese. Scambio due chiacchere col titolare che a fine pranzo mi offre un Fernet Branca prodotto in Argentina ma con l’etichetta esattamente uguale a quella che conosciamo da sempre. Qui’ provo una buona empanada ripiena di granchio e gamberi mentre ascolto i Beatles e Frank Sinatra. Il giorno successivo costolette d’agnello accompagnate da un Cabernet Souvignon della Concha y Toro, l’azienda visitata qualche giorno prima nella valle del Maupio, e particolare e’  l’emozione di ascoltare Fabrizio De Andre’, Lucio Battisti ed Eros Ramazzotti a queste latitudini. Per cena invece opto per il ristorante Okusa sito in una casa antica, all’angolo di due strade. L’interno molto caldo con pareti di color rosso cupo, tende bianche ed a terra un antico assito. Qui’ scelgo un cosciotto d’agnello al forno, molto tenero, e la sera successiva una buonissima zuppa di pesce.

Santiago ed il golpe del ’73

Il primo pensiero che mi suscita Santiago e’ il ricordo del golpe. Quel 11 settembre del 1973 ero al mio primo impego alla Ercole Marelli di Sesto San Giovanni. Giovane tecnico in camice nero tra gli operai dell’attrezzeria in tuta blu. Mi fa un cenno il delegato di reparto del CdF, lo raggiungo e mi informa dell’accaduto. Sciopero immediato “in soliderieta’ col popolo cileno”. Sono passati piu’ di quaranta anni ed ora il Cile e’ una democrazia, un paese moderno e Santiago e’ una citta’ attiva e moderna. I segni del golpe e del passato regime sembrano svaniti ma qualche piccolo segno puo’ essere ancora colto. La mia visita alla citta’ parte proprio da li’. Per prima cosa visita alla Chascona, la casa in citta’ di Pablo Neruda, Premio Nobel per la letteratura e “padre” culturale del Paese. La casa si trova nel “Barrio Bellavista”, e’ domenica ed i ristoranti del “Patio” sono molto frequentati. Per arrivare alla Chascona si percorre una stradina che sale sulla collina, sui muri alcuni murales. La visita della casa inizia dal bar e dalla sala da pranzo. Il bar, dove venivano accolti gli ospiti, ha un piccolo bancone in legno. Sulla destra alcune bottiglie d’epoca, non posso fare a meno di notare una bottiglia di Bitter Campari made in Sesto. La sala da pranzo Neruda l’ha voluta simile all’interno di una nave, la tavola e’ imbandita con piatti e bicchieri colorati. Attraverso una porta in legno si accede in un piccolo locale dove grazie ad una scala a chiocciola si sale al piano superiore. Si arriva alla camera da letto dove risiedeva la sua amante segreta diventata in seguito la compagna per il resto della sua vita. Passando attraverso un giardino con pergolato si accede ad un altro bar, piu’ moderno, costruito in un secondo tempo. Poco oltre la biblioteca, lo scrittoio ed una sala di lettura. Qui’ sono esposte le foto della cerimonia di Stoccolma, i diplomi, le medaglie. Tutte le pareti della casa sono ricoperte da quadri e antiche fotografie. La casa e’ stata abitata dalla compagna di Neruda fino alla sua morte ed ora e’ un museo, e’ stata ricostruita con cura in quanto nei giorni successivi il golpe e’ stata completamente vandalizzata e volutamente inondata d’acqua. Mi porto in centro ed arrivo al Palacio de la Moneda. Rimango quasi deluso nel vedere una costruzione grigia di soli due piani. Di fronte al palazzo una piazza con giardino ed una statua di Salvador Alliende che riporta la frase detta prima del suicidio: ho fiducia nel Cile e nel suo destino. La facciata principale ha il portone d’ingresso e due guardie, al primo piano un balcone. Qui’ sono state scattate le foto del palazzo colpito dalle cannonate golpiste ma anche quelle piu’ festose seguenti la vittoria della Unidad Popular. Sul lato opposto una grande piazza con aiole, al di sotto e’ stato costruito un centro culturale. Scendendo le scale si apre un grande salone sul quale si affacciano negozi e centri di lavoro. Per il decimo anniversario del centro e’ stata esposta una Vergine di Botticelli e nei due saloni una interessante mostra fotografica che illustra la vita dei cileni. Le sale cinematografiche sono attualmente impegnate da un festival di cinema cileno. Opto per una interessante pellicola girata nel 2008 che mostra la famiglia di Allende. Oltre alle immagini di repertorio in b/n (l’assalto alla Moneda e altri momenti della vita pubblica e privata del presidente chiamato amichevolmente El Chico) si vede la moglie ormai novantaduenne, figlie e nipoti che sorridendo si raccontano la storia di famiglia. Terzo luogo di “pellegrinaggio” e’ lo Estadio Nacional che fu luogo di detenzione e di tortura. Qui’ i golpisti ruppero le dita a Victor Jara per impedidirgli di suonare la chitarra, qualche giorno dopo venne ucciso. Come non ricordare “Te recuerdo Amanda” e, fatto piu’ personale, “Duerme, duerme negrito” la ninna nanna preferita da mia figlia Silvia. Lo stadio e’ una grande struttura in cemento di nessun interesse, dei fatti del ’73 rimane solo una lapide con incisa una pianta che mostra i luoghi di tortura e di detenzione. Il Cile pero’ e’ anche terra di buon vino. A circa 45 km dal centro si trova la Valle del Maipo. Visito la cantina Concha y Toro, la piu’ grande del paese. Un grande palazzo padronale con giardino e laghetto, poi si apre una vasta pianura tutta ricoperta di vigneti. Le tipologie di vitigni, mi dicono, sono ben 23 tra uva bianca e nera. Il sole e’ molto forte e la temperarura e’ alta. Arrivato in prossimita’ delle cantine degusto volentieri un Sauvignon Blanc bello fresco, fruttato e di corpo. La prima cantina e’ priva di interesse, temperatura ed umidita’ sono controllate. Scendendo 4 metri sotto il suolo la visita diventa piu’ interessante. Pareti e soffitti ad arco in mattone, botti in legno di produzione francese ed americana, una cantina con le bottiglie da collezione di tutte le annate. Risaliti in superfice si degustano i rossi: un Carmenere del 2013 da 13,5 gradi ed un Cabernet Sauvignon del 2014 da 14 gradi molto strutturato. Con questo caldo non riesco neanche a finirli, si rientra in citta’ costeggiando il fiume Maipo. La sera due passi nel Barrio Lastarria, case antiche, bar e ristoranti, lettori di tarocchi e venditori di bigiotteria. Una specie di Brera sudamericana.

Ah Sud America

La traversata dell’oceano Pacifico si e’ conclusa ! 5 voli per un totale di circa 21 ore di volo. Un cambio di data e 9 ore di fuso.

Ah Sud America, Sud America, Sud America, canta Paolo Conte. Questa volta il Sud America inizia a Santiago de Chile.

Rapa Nui

Rapa Nui, l’Isola di Pasqua, è considerato il luogo più remoto al mondo. Da Tahiti cinque ore abbondanti di volo, cinque fusi orari, 4.250 km, e la costa del Cile dista 3.700 km. L’isola ha la forma di un triangolo, in corrispondenza di ogni angolo c’e´ un vulcano. I vulcani, ora non piu’ attivi, hanno disegnato l’isola piu’ o meno due milioni di anni fa e poi la natura ha fatto il suo meraviglioso lavoro lasciando un territorio verde e selvaggio, una costa oceanica frastagliata e qualche spiaggia. L’Isola di Pasqua e´ nota per le sue famose statue in pietra raffiguranti corpi e volti umani, i “moai”. Ne sono stati contati quasi 900 ma solo 288 sono stati trasportati e rieretti in quanto, nel corso dei secoli, la totalita e´ stata distrutta ed abbattuta. Altri 92 sono ora in fase di recupero. L’emozione del primo incontro con le statue e’ forte. Percorro tutta la costa Sud dell’isola ed arrivo in prossimita’ del piu’ vecchio vulcano, il Puakakite. Ora il vulcano e’ una spoglia collina di 370 metri d’altezza. Il panorama e´splendido: prati incolti, poche piante, cavalli allo stato brado che corrono e viste ardite sull’oceano. Tutto intorno sono distribuite le statue, e’ visitabile anche un luogo dove le statue venivano ricavate dalla roccia di origine vulvanica. Poco piu’ avanti, proprio di fronte all´oceano, un sito di straordinaria bellezza: Ahu Tongariki. Quindici statue allineate poggiate su una piattaforma di pietre, alcune hanno un cappello sulla testa. Dopo una pausa per il pranzo mi porto sulla costa Nord, al sito Te Pito Kura. Qui, lungo un tratto di scogliera nera, oltre a qualche statua, sono state raccolte alcune pietre magnetiche in grado di fare impazzire anche le bussole. Qualche kilometro piu’ a Nord si trova il sito chiamato Anakena dove sono state allineate cinque statue di cui quattro con cappello. Anakena e’ anche l’unica grande spiaggia dell’isola che si affaccia al mare azzurro e blu, alle spalle un gruppo di palme con qualche gallina che vi razzola attorno. Il giorno successivo visita ad Orongo, l’angolo all’estremo Sud dell’isola. La mattina fortissime raffiche di vento e pioggia incessante non ci permettono di completare l’escursione. Ritorniamo nel pomeriggio col sole, il cielo tornato azzurro ed un forte vento. Non bisogna mai dimenticare che qui siamo nel bel mezzo dell’oceano e che i venti la fanno da padrone cambiando il tempo rapidamente. Orongo si trova in prossimita’ del secondo vulcano, secondo la cronologia storica, di nome Rano Kau. Del vulcano e’ rimasto il grande cratere mentre al centro si e creato un lago. La vista e’ incantevole. Sulla punta estrema si trova il villaggio cerimoniale utilizzato fino ad un paio di secoli fa. Il villaggio e’ composto da basse case in pietra piu’ simili a delle grotte che a delle vere e proprie abitazioni. Dalla collina si vedono i famosi motu che ci ricordano il film Rapa Nui. Un grande isolotto roccioso, un faraglione ed uno scoglio, roccia scura priva di vegetazione che si staglia nel blu intenso del mare. Qui si svolgeva la famosa corsa annuale che terminava con la vittoria del “birdman”. La corsa consisteva nel scendere la ripida roccia, attraversare il braccio di mare su canoe molto primitive, scalare la roccia dell’isolotto, raccogliere il primo uovo di uccello, riportarlo a terra trasportandolo sulla testa. Il primo arrivato, il “birdman”, dava diritto alla famiglia di gestire il potere per l’anno successivo. Questa competizione ha avuto il merito di porre termine alle continue lotte tribali tra i diversi villaggi, lotte che si sono protratte per oltre due secoli. Scusate ma nel frattempo in Italia eravamo in pieno Rinascimento. Un interessante museo racconta la storia geologica dell’isola e la cultura del popolo moai. L’isola ha praticamente una sola citta’: Hanga Roa. Tranquilla e silenziosa, alcune piccole baie ed un piccolo porto per i pescatori, niente ferry, navi o battelli. Tutti trasporti si effettuano per via aerea, con la sola esclusione dei combustibili. Salendo dal porto, al termine della strada, la chiesa. Una costruzione piuttosto moderna, all’interno si trovano delle belle sculture in legno che fondano l’iconografia cristiana con lo stile locale. Mentre arrivo sento suonare le campane e vedo entrare uomini ben vestiti e donne eleganti con corone di fiori sulla testa. Si tratta di un battesimo secondo il rito cattolico, l’atmosfera ed i colori sono pero’ speciali.  Le mie serate ad Hanga Roa sono state tutte molto piacevoli: uno spettacolo di danze tradizionali, chiaccherate con del buon vino cileno e perfino una serata in discoteca terminata poco prima dell’alba. Buona la cucina locale, ovviamente a base di pesce e frutti di mare. Segnalo due ristoranti. A pranzo ho preferito Haka Honu, una terrazza con vista sull’oceano, un’insalata di mare, un tonno gratinato ed anche tagliatelle con gamberi. Per cena invece La Taverne du Pecheur con terrazza sul porticciolo e gestita da uno strano personaggio di origine francese, della Normandia. Frutti di mare saltati in padella, spaghetti (Divella mi precisa il francese) ai frutti di mare e l’ultima sera tonno grigliato con salsa di roquefort. Molto, molto buono. Il prodotto locale e’ stato ben accoppiato al gusto francese. Anche l’albergo e’ stata una scelta azzeccata. All’arrivo vengo accolto da Maria all’aeroporto, con me un turista francese, al collo una ghirlanda di fiori gialli e rossi per benvenuto. Maria prima di accompagnarci in albergo ci mostra tutta la citta’ indicando ristoranti e luoghi d’interesse. L’albergo e’ gestito da Blanca che per tutti e’ Blanquita, sempre molto gentile e disponibile. Gestisce anche un negozio di souvenir all’aeroporto, e’ lei che mi mette al collo una collana di conchiglie e perline per augurarmi l’arrivederci.