Gibuti, una superficie come la Lombardia e meno di un milione di abitanti di cui più della metà vive nella capitale. Il resto del territorio è un misto di paesaggi “bizzarri” (come scrive Lonely Planet): canyon, vulcani estinti, depressioni ed altopiani. Qui siamo nel bel mezzo del triangolo di Afar, lungo la Rift Valley, tra l’Eritrea, l’Etiopia e la Somalia. Ai primi di settembre la temperatura è ancora molto alta, siamo sempre attorno ai 38/40°, e anche la sera non c’è alcun refrigerio. Una, massimo due ore di passeggiata e ti devi rintanare in un locale, fortunatamente quasi tutti hanno l’aria condizionata. E proprio grazie a questo clima la città inizia a vivere molto presto la mattina ma verso l’una del pomeriggio si trasforma in una città fantasma. Le strade si spopolano, nessuna auto circola più, ma verso le cinque tutto incomincia a rivivere. Il centro è rappresentato dalla Place Menelik, ora 27 giugno 1977, la data dell’indipendenza del paese. Nel mezzo una stazione di polizia, qualche pianta e gli stalli dei taxi bianchi e verdi. Ai lati alberghi e ristoranti, banche e qualche negozio. Case e palazzi, perlopiù di colore bianco, in stile arabo con arcate moresche. Siamo nel cosiddetto Quartiere Europeo che si estende lungo la penisola, verso il porto. Percorrendo Rue de la Republique si incontra il bianco Palazzo del Parlamento e tanti altri palazzi ministeriali ed amministrativi. Ci sono anche un paio di chiese cristiane, una viene nientemeno chiamata cattedrale. Proseguendo si arriva al Plateau du Serpent con una grande rotonda, qui attorno vive la maggioranza delle persone di origine straniera. Verso l’entroterra invece, percorrendo Rue de l’Ethiopie, si arriva nel cuore della città araba. La vasta Place Mohmoud è una grande stazione di autobus e su un lato si trova la moschea simbolo della città. Un bel minareto tondo, bianco, con due balconate in legno di colore verde. Vietato l’ingresso e anche fotografare qui è molto difficile. Lungo il Blvd de Bender si snoda un animatissimo mercato tipicamente arabo, le Marchè des les Caisses. Una caratteristica di Gibuti è il “khat” o “qat”. Si tratta di una droga leggera che consiste in una piantina con tante foglioline. I locali ne fanno un gran uso. Si masticano le foglioline in un lato della bocca fino a creare una palla che a volte va ad ingrossare la guancia. L’effetto ? Stimolante, crea euforia ma provoca anche dipendenza. Una vera schifezza.