La steppa del Nord

I quattro fuoristrada ci attendono fuori dall’albergo, si parte allineati, l’auto bianca apre la colonna. Si esce dalla città e si entra nella steppa. Lunghi rettilinei portano verso Nord attraverso verdi vallate e dolci colline che in realtà sono montagne perché siamo su un altopiano di 1.400 m s.l.m. L’erba è verde chiara perché quest’estate è poco piovosa, in compenso l’inverno è stato molto freddo. Sulle colline, e solo sulle colline, si incontrano alberi e piccoli boschi. La temperatura è molto alta, sopra i 30°, e il sole picchia forte. A Bayagol sosta per il pranzo, ravioloni in brodo con carne di montone. Più avanti si cambia direzione, ora ci dirigiamo verso Ovest e dopo una mezz’ora improvvisamente l’autista imbocca uno sterrato. Le piste si intrecciano, si superano dossi e avvallamenti e dopo circa un’ora vediamo in fondo alla valle il monastero, alle sue spalle, sulle montagne, un monumento di Buddha ed un grande stupa. Il cielo azzurro è macchiato da fantasiose nuvole bianche, leggere. Si supera un muro dove si lasciano alle spalle le brutte cose della vita e si entra nel mondo della pace. Il monastero di Amarbayasgalant è il meglio conservato di tutta la Mongolia. Di culto buddista tibetano, maggioritario nel paese, è stato costruito attorno al 1730 per volontà dell’imperatore Yongzheng in onore del monaco Zanabazar. Stranamente risparmiato dalla distruzione stalinista quando risiedevano oltre 2.000 monaci, oggi ne ospita solo una trentina. Si entra attraverso un androne con quattro grandi statue colorate che raffigurano i protettori del tempio. Si entra nell’edificio principale e all’interno appare una ricca decorazione con il rosso che la fa da padrone. Fresco, silenzio, nessuna funzione è in corso. Al centro della sala grandi colonne, le panche dei monaci ed un tamburo colorato. Sul fondo un altare con le donazioni dei fedeli: banconote, cereali, latte e biscotti. Arriva una famiglia e, mentre una madre allatta al seno il proprio bimbo, un giovane monaco inizia a pregare attraverso quei sordi suoni della liturgia tibetana. Non so perché ma questi suoni mi emozionano sempre molto. Uscendo si incontrano le solite serie di cilindri della preghiera buddista che vengono fatti ruotare da un vecchio sostenuto sotto braccio dal figlio. Sulla destra della collina una lunga scalinata tutta bianca porta ad una dorata statua del Buddha. Notevole il panorama della vallata dall’alto: lì sotto il monastero e poi la veduta si perde verso le verdi montagne. Sul Lato opposto uno stupa bianco sormontato da quattro coppie di occhi rivolti verso i quattro punti cardinali sormontati da una corona dorata. Riprendiamo il cammino ed arriviamo al nostro primo campo ger. Recinto in legno, una costruzione in muratura che ospita il ristorante e, disseminate sul prato, una ventina di tende ger, in occidente chiamate anche yurtha. Si entra attraverso una bassa porta in legno, al centro una stufa in ferro con camino che fuoriesce verso l’alto, attorno tre letti. Condivido la ger con Trevor e Arturo, un quarantenne venezuelano che abita da decenni in California. Durante la notte una quindicina di cavalli entra nel recinto, nitriscono, e brucano attorno le tende. La mattina si riparte sempre verso Ovest. Sosta ad un passo, siamo a circa 2.400 m. Un monumento segna il confine tra due diverse regioni e poco più in là c’è uno ovoo, il tipico cumulo di pietre dello sciamanismo. Oltre alle pietre, al bastone centrale ricoperto di teli bianchi e azzurri, sono stati appoggiati un teschio di animale, alcuni copertoni di bicicletta, stampelle. Secondo la tradizione dello sciamanismo raccolgo un sasso, giro attorno al cumulo in senso orario per tre volte, lancio il sasso sull’ovoo. Questo dovrebbe scacciare tutti i mali ed augurare una buona vita. Basta crederci. Riprendiamo la strada e sostiamo a Erdenet per il pranzo. Una città pulita, ordinata, con palazzi moderni dove il bianco si alterna a colori molto vivi: il giallo, il rosso, il blu. Di nuovo in auto, oggi si fanno complessivamente circa sette ore di viaggio. Sul profilo di un dosso appaiono una decina di profili scuri, sono aquile. Sosta improvvisa. Aquile dall’apertura alare di oltre tre metri volano sopra le nostre teste, volteggiano disegnando ampi cerchi e ritornano a terra. Arriviamo al campo ger e facciamo una breve escursione sul vulcano Uran Uul spentosi solo nel XIII secolo, ora ricoperto da prati e boschi. Ceniamo al primo piano del ristorante con vetrate a 360°, mio zio lo chiamava “pane e panorama”. Per cena abbiamo carne di manzo con riso e verdure. Col buio le bianche nuvole leggere diventano grigie e pesanti, dopo il tramonto assumono un colore nero, minaccioso. La mattina invece si riparte col cielo terso. Sosta per il pranzo presso un ristorante famigliare. Una casetta in legno con il nostro primo wooden toilet: una baracca di legno senza porte, un buco nella terra ed assi disposte per traverso. Attenzione a non mettere un piede in fallo ! All’interno del ristorante una cucina a vista con la signora grassoccia che cuoce tutto nel wok, poco dopo arriva anche il possente marito ad aiutarla. Io opto per riso fritto con verdure. Verso sera arriviamo a Selenge River dove saremo ospiti di una famiglia nomade e dormiremo in tenda.

Il Nadaam Festival

Il Nadaam festival si tiene ogni anno l’11 e il 12 luglio. Il Nadaam è l’evento più atteso e più importante del paese. La passione dei mongoli per i giochi di guerra raggiunge il culmine in questi giorni. Ogni villaggio, ogni città, ha il proprio Nadaam, quello che si tiene a Ulan Bataar è ovviamente il più importante. Tutto ha inizio alle 9,30 in piazza Chinggis Khaan, la folla è già in attesa dietro le transenne. Appare un drappello di soldati a cavallo in abiti tradizionali blu, gialli e rossi. Il pubblico applaude al loro passaggio, le bandiere mongole vengono sventolate. Il drappello si ferma davanti alla scalinata del Palazzo del Parlamento, la banda suona l’inno nazionale. Alcuni militari entrano nel palazzo e poco dopo escono con i nove vessilli cerimoniali fatti con code di cavallo sormontati da un tridente. Le code di cavallo sono di colore bianco in segno di pace, quando il paese è in guerra vengono sostituite da quelle di colore nero. Il drappello si dirige verso lo Stadio Nazionale seguito da una folla festante. Fuori dallo stadio centinaia di gazebo, in stile Festa de L’Unità, offrono prodotti artigianali, cibi e bevande, latte di cavalla incluso. Entriamo nello stadio e prendiamo posto sotto il sole. Abbiamo 35° all’ombra, non sarà facile stare sotto il sole molte ore ma come perdere uno spettacolo del genere ? Lo stadio è strapieno, gli spettatori hanno cappelli ed ombrelli aperti. Sfilano nello stadio i cavalieri con i nove vessilli e sale un grande applauso. I nove tridenti vengono lasciati al centro dello stadio, la banda suona di nuovo l’inno nazionale ed il presidente della repubblica , che indossa un tradizionale abito deel di colore grigio con fascia gialla ed un capello anch’esso grigio, tiene un discorso di saluto. Il pubblico applaude. Bene, da questo momento in poi non ho abbastanza parole per descrivere lo spettacolo che dura almeno due ore … e forse neanche questo blog ha caratteri sufficienti. Danze, guerre simulate, enormi uccelli di carta che volano, grandi sagome di animali, colori, colori, colori poi d’un tratto si accende il fuoco dei giochi ed un grande urlo viene lanciato dalla folla. Entrano strane figure che rappresentano gli spiriti, guerrieri a cavallo li combattono. Entrano guerrieri romani in tuniche rosse accompagnati da bighe, guerrieri a cavallo ed arcieri li combattono, i romani formano con gli scudi delle robuste difese ma i guerrieri li accerchiano ed hanno la meglio. Entrano grandi palloni bianchi che vengono lanciati in cielo, ragazze con ombrelli multicolore, bandiere nazionali, e per concludere sfilate lungo la pista d’atletica in stile Olimpiadi. Una famiglia di nomadi con animali, dromedari e yak, seguono motociclisti, un auto anni ’40 con nobili in abiti tradizionali gialli, cavalieri, bande, studenti, monaci, associazioni, ognuno con la propria divisa. Chiudono centinaia di uomini in deel colorati con cappelli. Terminata l’inaugurazione iniziano gli incontri di lotta libera. Omoni con cappello e costume simile a quelli del sumo si incontrano sul prato dello stadio. Dopo molte ore passate sotto un forte sole ci portiamo allo stadio del tiro con l’arco. Ragazzini in costumi colorati tirano frecce verso i bersagli ma poi inizia la vera gara. I concorrenti, tutti in deel tradizionale, si sfidano con molta concentrazione. Uno speaker racconta le sfide mentre i risultati vengono scritti a mano su un tabellone. Il giorno seguente si svolge la corsa a cavallo nella steppa. Noi ci portiamo in prossimità dell’arrivo, la località dista una quarantina di km da Ulan B. Pur partendo la mattina molto presto il parcheggio è già invaso da una marea di auto. Siamo in mezzo ad una affollata vallata ed infatti lo spettacolo migliore è proprio la marea di gente che è venuta per questa importante occasione. Ci posizioniamo a qualche decina di metri dalla linea dell’arrivo mentre lo speaker racconta la gara. D’un tratto appare l’auto della giuria che affianca tre cavalieri lanciati a disputarsi la volata dopo 20 km di corsa. Un urlo lanciato dagli spettatori e poi seguono tutti gli altri concorrenti, da soli o a piccoli gruppi, tutti lanciatissimi, tutti alzano un gran polverone. E dopo la corsa chi tira con l’arco, chi si fa fotografare con un falcone, chi cavalca un cavallo. Ormai è ora di pranzo, molte famiglie fanno dei pic nic sui prati ma gli stand culinari, che da soli costituiscono una piccola città, sono attivissimi. Ogni tipo di carne e zuppe calde vengono offerte al pubblico. Noi andiamo da Mr. Pizza, chissà perché, e ci servono pizze e macedonia sotto il sole mentre siamo sferzati dal vento. Rientriamo in città nel bel mezzo di un ingorgo stradale.

10 luglio 2017 – L’insediamento del Presidente della Repubblica di Mongolia

Quando entro in piazza Chinggis Khaan con Trevor, il mio compagno di stanza inglese, sono circa le dieci del mattino ed è già affollata. La piazza è enorme, in fondo, di fronte a me, si trova il Palazzo del Parlamento. Tutta l’area interna, con al centro il monumento equestre di Sukhbaatar, l’eroe dell’indipendenza della Mongolia dalla Cina, è occupata dalle diverse divisioni dell’esercito, maschili e femminili, tutte con la propria divisa. Tute mimetiche, uniforme di cerimonia e di servizio, capitani plurimedagliati, e le donne ? Tutte indossano una gonna che arriva sopra il ginocchio ! Una banda suona gli inni ufficiali ed i militari lanciano urla sorde. Il neo Presidente, Khaltmaa Battulga, rende omaggio alle truppe perfettamente schierate facendo un ampio giro della piazza a bordo di un fuoristrada scoperto nero. Lui è ritto in piedi e di fronte a sé ha un microfono attraverso il quale saluta le truppe. Battulga, esponente del Partito Democratico, ex Tycoon, ex star di arti marziali, ha recentemente vinto le elezioni presidenziali al ballottaggio contro il presidente uscente Tsakhiagiin Elbegdori. La banda intona l’inno nazionale che viene cantata dal pubblico, il presidente tiene un breve discorso e poi tutti gruppi militari iniziano a sfilare. Al termine della cerimonia si rimuovono le transenne ed i militari incontrano le loro famiglie, baci e abbracci, i bimbi vengono presi in braccio, si scattano foto ricordo.

La Transiberiana

La stazione Iaroslavska è un edificio imponente e forse l’illuminazione notturna accentua questa percezione. Due enormi colonne ai lati sovrastate da un grande arco che racchiude una falce e martello. Nell’atrio il tabellone luminoso visualizza gli orari ed i binari dei treni in partenza. Il primo è lo 004, Mockba – Pekin, binario 1. Un brivido mi corre lungo la schiena ed arriva fino alle gambe. E’ l’emozione, forte. Una signora mi fa cenno di camminare sulla destra e di andare fino in fondo alla stazione. Arrivo al binario 1. Carrozza 11, salgo, un ferroviere cinese mi indica il posto 17 ma è già occupato. Nello scompartimento ci sono quattro signore di età diversa. L’inglese mi chiede un cambio di posto ed il ferroviere cinese annuisce. Occupo quindi il posto 21, sarà la mia sistemazione per le prossime cinque notti. Condivido lo scompartimento con una ragazza di Lisbona, Zara. Architetto ma lavora come segretaria per una ONG, viaggia da sola in direzione Cina. Il treno è vecchiotto e la seconda classe non offre molti confort: quattro semplici cuccette e un ventilatore, il bagno molto basico, però pulito. La prima classe è decisamente meglio, due cuccette, tutta in legno, bagno privato. Non l’ho scelta volutamente perché volevo stare con più persone, ora forse sono un po’ pentito. Alle 23.55 il treno parte in perfetto orario, all’una spegniamo le luci e buonanotte. Durante la notte il treno fa due fermate ma dormo profondamente. La mattina si incomincia a vedere il panorama: il colore prevalente è il verde dei boschi, i prati hanno grosse macchie violette di lavanda. Di tanto in tanto si scorge qualche piccolo villaggio, vecchie case in legno. Il vagone ristorante è chiuso nonostante un cartello indichi l’apertura alle ore 9,00. Berrei qualcosa di caldo ma non ho appetito, posso attendere l’ora di pranzo. Dopo l’una andiamo a pranzare, accanto a noi si siede una coppia danese della mia età. Zuppa, un ottimo caviale di salmone e condividiamo una bottiglia di vino rosso, troppo dolce però. Verso le quattro sosta a Balezino. Piove ma fortunatamente il nostro vagone si ferma proprio sotto un ponte quindi possiamo scendere per sgranchirci le gambe. Alle otto di sera si incontrano i primi palazzi e arriviamo puntualmente a Perm. Qui sono già le dieci, abbiamo superato due fusi orari, il treno però mantiene il fuso orario di Mosca. Scendo, c’è vento ma ha smesso di piovere. Un verificatore controlla i carrelli, un addetto pulisce il cartello Mosca-Ulan Bator-Pechino. Alla ripartenza andiamo al vagone ristorante, incomincia a far buio. Si siedono con noi due giovani norvegesi. Mi faccio servire una zuppa di funghi ed una trota grigliata, una meraviglia servita così bene su un treno. Un bicchiere di vodka chiude la giornata. La seconda mattina inizia sul tardi, il treno scorre tra distese infinite di prati e piante dal tronco chiaro, simili alle nostre betulle. Il cielo rimane grigio, nuvoloso. Per pranzo una buonissima insalata di salmone, caviale, pomodori, cetrioli con crema e senape. A metà pomeriggio arriviamo ad Omsk, siamo entrati in Siberia. In stazione ci sono molti chioschi, una donna vende frutta e verdura, a lato un piccolo ristorante ha una griglia accesa che fuma ma nessun cliente. Il treno riparte ma Zara non è nello scompartimento. Cerco di fermare il treno ma non ci riesco, anche i ferrovieri cinesi sono molto preoccupati. Con l’atteggiamento di un padre premuroso penso a cosa potrò fare, dove lasciare i suoi bagagli incustoditi. Dopo venti minuti lei riappare, l’avrei uccisa. Sorride e vede la mia faccia da incazzato. Comunque il problema è risolto, lei stava solo scattando fotografie ed è salita su un altro vagone ! Verso le 21,30 arriviamo a Barabinsk, l’orologio della stazione indica le 17,30 anche se abbiamo superato il quarto fuso orario da Mosca. Il cielo si è schiarito e splende il sole. In stazione appaiono le prime venditrici di cibo cotto. Una signora offre pesce grigliato. Posso fotografare il pesce ma non lei. Dopocena, alle 01,15, arriviamo puntualissimi a Novosibirsk. Venti minuti di sosta. La mattina mi risveglio grazie alla luce, sono circa le otto ora locale ma le quattro a Mosca. Il cielo è azzurro con qualche nuvola bianca. Continuiamo ad attraversare la grande pianura siberiana, prati ed alberi dal tronco chiaro. Si viaggia per chilometri e chilometri senza incontrare un animale, un’abitazione, un segno dell’attività umana. Arriviamo a Krasnoyarsk, città con palazzi da quindici o venti piani cresciuti in modo disordinato però moderni, puliti. Dopo una grande fabbrica il terreno incomincia a muoversi, arrivano un po’ di colline e abbandoniamo la monotonia. La vegetazione non cambia, riappare la lavanda ed i villaggi sono più frequenti. Ogni isba ha il proprio orticello. Il cielo cambia rapidamente: da coperto ad azzurro con nuvoloni bianchi. Il treno sale dolcemente sulle colline con ampie curve anche se sbanda in continuazione. Alle 13,29 esatte, senza un minuto di ritardo, il treno si ferma alla stazione di Llanskaya. E’ incredibile che dopo oltre 60 ore di viaggio il treno spacchi il minuto ! La stazione è gradevole, bianca e verde, tutto è molto pulito. Qui al posto dei chioschi ci sono dei piccoli market molto ben organizzati. Un paio di signore sistemate oltre la rete di recinzione offrono cibi cotti: pollo grigliato, polpette, frittate e verdure. Proseguendo verso Est riprendono a prevalere gli abeti, un lago diventa rosso grazie agli ultimi raggi sole, la luna, pressoché piena, appare alla sinistra del treno mentre il cielo sta diventando sempre più scuro. Arriviamo a Nizhneudinsk col buio e la stazione è deserta, salgo così direttamente sulla carrozza Pectopah, il ristorante. Ceno con un gruppo di simpatiche norvegesi, una buona zuppa ed una triste fesa di tacchino. C’è anche una festa di compleanno di una ragazza olandese, il suo compagno offre dei biscotti ma è una scusa per bere vodka. Abbiamo raggiunto il quinto fuso orario da Mosca, almeno così dicono i cellulari con data e ora impostati in automatico. Lasciamo il ristorante che sono le due di notte ora locale ma le nove sul fuso di Mosca. Questo doppio timing crea confusione a tutti i passeggeri ma non agli addetti del ristorante. La mattina mi risveglio prima delle otto quando il treno frena bruscamente per fermarsi ad una stazione non menzionata nel nostro itinerario. I passeggeri si stanno lentamente risvegliando e nessuno scende. Il treno sale per colline verdi e repentino appare il lago Bajkal circondato da un arco di basse montagne. Il cielo azzurro si riflette sulle acque del lago che assume quasi lo stesso colore. Lo costeggiamo sul versante meridionale mentre faccio colazione con te, uova e sandwich al salmone. Thomas, un ragazzo belga, come sempre dipinge su carta bellissimi acquarelli, ora sta ritraendo il lago con una bella intonazione di azzurro. Alla destra del treno, cioè verso Sud, appaiono montagne più alte e si creano bellissimi giochi di luci, completano il quadro strisce di nuvole bianche. La linea ferroviaria ora è a pochi metri dalla riva del lago, si vedono famiglie in costume e anziani che passeggiano. Incrociamo vecchie fabbriche abbandonate, entriamo in Ulan Ude. Arriviamo con qualche minuto di ritardo ma qui la sosta è lunga e si recupera. Su una passerella attraverso i binari per andare in stazione, riesco a far due passi in città. Si vedono una cupola dorata ed un campanile a punta di una chiesa ortodossa, una signora con un carretto vende una specie di cola artigianale. Fino ad ora il treno era composto da un locomotore elettrico russo, vagoni di I e II classe cinesi, il ristorante russo ed una carrozza di II classe russa. Qui a Ulan Ude si cambia il locomotore, viene agganciata una motrice diesel, evidentemente la linea elettrica si interrompe. Qui si cambia direzione, ora si va verso Sud. Ulan Ude è una grande città, case e palazzi, molte fabbriche con ciminiere. Il treno sale con molte curve e costeggia un fiume, poi imbocca una larga vallata affiancata da dolci rilievi. Il sole è caldo ma il vento rimane fresco. Più tardi ritorno alla carrozza ristorante, Thomas continua a disegnare i suoi acquarelli, ora disegna paesaggi, raccontando a suo modo la verde vallata. Pranzo con carne di manzo ricoperta da patate e formaggio fuso, piatto consigliato vivamente da Svetlana, la cameriera del vagone ristorante. Ormai per tutti noi è diventata un personaggio, un punto di riferimento. Costeggiamo un altro lago, molto più piccolo del Bajkal, dove gruppi di famiglie fanno campeggio libero. Non ci sono più villaggi, gli alberi diventano sempre meno frequenti e lasciano spazio ai rovi, ai cespugli, l’erba da verde diviene sempre più chiara, giallastra. Qualche mandria di bovini pascola dove l’erba è più verde. Si arriva a Dzhidah dove si fa la sosta più breve di tutto il tragitto: un solo minuto. Verso le venti ora locale arriviamo a Naushki, il posto di frontiera russo. Una stazione bella, pulita, non ci sono altri treni passeggeri. Si scende una quindicina di minuti e poi i ferrovieri cinesi ci fanno risalire. Iniziano i controlli. Una poliziotta controlla il passaporto con un trasmettitore elettronico, dopo un paio di minuti riceve l’ok e appone il timbro d’uscita. Poi arrivano due doganieri che armati di pile controllano ogni cosa e tutti gli angolini, uno si arrampica per controllare il vano vuoto sopra il corridoio. Dopo qualche minuto ci lasciano rientrare nello scompartimento. La sosta dura un paio d’ore e si riparte. Alle 22,20 dell’otto luglio, con qualche minuto di anticipo, il treno entra nella stazione di Sukhbaatar, posto di frontiera mongolo. Vietato scendere. Sale la polizia locale, ci chiedono i passaporti. Il doganiere mi chiama “Oscar”, vuole controllare se la fotografia corrisponde al mio viso, si prende i passaporti che vengono riconsegnati dopo circa un’ora col timbro d’entrata sul visto. Controllo bagagli e il treno riparte verso la capitale dopo circa due ore di sosta. Non passano più di cinque minuti che si affaccia una signora, “change money”. Accetta di tutto e distribuisce tugrik, la valuta mongola. La sua borsetta rossa è una specie di banca. Mostra il cambio su un vecchio telefonino, fa un calcolo rapido, le do i rubli avanzati e mi ritorna una marea di banconote, 406.800 t. Sveglia all’alba con un panorama completamente cambiato. Percorriamo una larga vallata con basse montagne ai lati, non ci sono più piante, solo erba di colore verde chiaro. Si vedono le prime yurta, le famose tende tradizionali dei nomadi mongoli. Entriamo in una vasta area industriale, ciminiere fumanti e torri di raffreddamento cariche di vapore bianco. Emissioni, riscaldamento dell’atmosfera, effetto serra ai massimi livelli. Il treno entra in stazione puntualissimo, ore 6,50 di domenica 9 luglio. Quattro giorni e cinque notti di viaggio, 103 ore complessive. Sono a Ulan Bataar, capitale della Mongolia ! Saluto Zara che prosegue per Pechino e mi fiondo nel bar della stazione, massiccia, di colore grigio. Il caffè è servito solo con il latte, dolcetto e un uovo. Ieri sera, a causa dei controlli di confine, ho saltato la cena. Mentre son seduto al tavolino del bar si siede di fronte a me una signora più larga che alta. Si presenta come taxista e mi offre un passaggio. E perché no ? Ho una grande necessità: farmi una doccia.

Transiberian ticket

Un taxista Uber, molto silenzioso, mi lascia sotto una pioggia battente in Leningradsky Prospect 26. Una piazzetta fredda e triste. Riesco a trovare la porta dove debbo andare solo grazie alle perfette istruzioni, foto incluse, che mi ha inviato la Travexpress dove ho ordinato i biglietti della Transiberiana. Si passa una porta in legno, si sale al quarto piano, due porte scure, identiche. Le istruzioni dicono di suonare a quella di destra. Mi viene aperta la porta, entro, e da dietro un bancone spunta a malapena la testa di un custode che mi mostra un cartello scritto a mano (11) e mi indica un corridoio. Arrivo davanti alla porta 11, busso ed entro con molta circospezione. Mi si fa incontro una giovane impiegata che guarda il mio vaucher, mi conferma che è tutto ok, scartabella un archivio … e magicamente appare il mio biglietto. Tiro un sospiro di sollievo. Moskva Iaroslavska –> Ulan Bator. Partenza il 4 luglio alle 23.55 ed arrivo previsto per il 9 luglio alle 6.50. Perfetto, è tutto giusto.

Ok, domani si parte  🙂

 

Maria

Arriva in Mercedes rossa, non è un buon inizio per un tifoso ferrarista. Stile casual ma con un tocco d’eleganza, occhi azzurri, capelli neri tesi sui due lati con riga al centro secondo la tradizione russa. Ci siamo conosciuti lo scorso inverno a Goa. How is your life ? Le chiedo. Ah, very good … e sorride. Finalmente è riuscita a coronare la sua storia d’amore, ora convive con l’uomo di cui si è innamorata. Mi consiglia un ristorante georgiano. La Georgia è considerata una terra di ottima enogastronomia. Il locale è ricavato in un vecchio stabile con pietre a vista, soffitti in legno e pilastri in ferro. Ci accomodiamo di fronte alla terrazza ma all’interno, fuori è troppo freddo e siamo sempre a rischio pioggia. Il panorama è splendido: una grande vista sulla Moscova, il fiume che con tre grandi anse attraversa la città. Si vedono i battelli, ciminiere di fabbriche riconvertite, e di fronte la White House di Mosca, il palazzo del governo, di colore bianco ovviamente, finito di costruire negli anni ’80. Qui fu scattata la famosa foto che ritrae Eltsin sul carro armato durante gli eventi dell’agosto 1991. Ordiniamo il piatto tipico georgiano: il khachapuri. Una specie di pizza, a forma di canoa, con al centro un uovo fritto adagiato su uno strato di formaggio tipo ricotta. Pollo speziato, insalata di pomodori, cetrioli ,cipolle e basilico rosso. Un buon vino rosso georgiano accompagna il tutto. E per concludere la serata si va sul lato opposto del fiume. In un tipico palazzo dell’epoca comunista, con due grandi falci e martelli ai lati, Radisson Blu ha ricavato un albergo di lusso. Si sale al trentatreesimo piano dove, con un bicchiere di vodka ghiacciata in mano, si gode il panorama della città illuminata. Ricorda molto la terrazza dell’Empire State Building di New York ma questa era la Russia comunista ! Di fronte la nuova City di Mosca: grattacieli di diverse fogge la cui cima si perde tra le nuvole nere. Arriderci Maria.

Altri sogni diventano realtà

Una seconda grande avventura è iniziata. Altri sogni diventeranno realtà.

Sono a Mosca in una domenica grigia, piovosa, un leggero vento fresco muove le bandiere dell’austero palazzo di fronte a me. E’ il due luglio ma sembra d’essere in autunno. Ma se scegli di viaggiare nel Nord dell’Eurasia non puoi aspettarti nulla di diverso. E allora niente tristezze, guida in mano, zainetto in spalla e andiamo verso la Piazza Rossa.

Statistiche del viaggio e del Blog

Il viaggio si è concluso oggi 16 aprile 2016 ma ecco alcuni dati:

Il Viaggio

Giorni:  200

Settimane:  28 e 1/2

Mesi:  6 e 1/2

Paesi “viaggiati” :   15

Continenti:  6

Numero voli:  43

Ore di volo:  103

Ore di viaggio in treno:  116

Ore di viaggio in auto e bus:  250

Ore di navigazione:  214

Il blog

Numero articoli:  105

Numero commenti:  224 ,  incluse le mie risposte

Il commentatore più assiduo:  Guglielmo con 18 commenti

Visitatori:  2.170

Max Nr. contatti:  943 il giorno 30/01/2016

Totale Nr. visite:  42.646

Il bianco ed il blu di Sidi Bou Said

Sidi Bou Said è una piccola e famosa località sul promontorio di Cartagine, dista solo un quarto d’ora dall’aeroporto di Tunisi. Il centro storico è tutto lastricato con pietre chiare e tutto è colorato di bianco e di blu. I due colori sono stati imposti dal Barone Erlanger per decreto nel 1905. Ancora oggi il paese ha mantenuto questa tipica caratteristica. Tutte le case sono colorate di bianco mentre le finestre e le grate di protezione sono blu. Si sale per una stradina piena di negozi di souvenir e di artigianato e si arriva di fronte al mitico Cafè des Nattes che vanta clienti come il viaggiatore viaggiante (conosco questo locale da qualche decennio ed è in assoluto uno dei miei locali preferiti), Johnny Hallyday, Sean Connery e Clint Eastwood. Di qui passò anche Paul Klee nel 1914 durante il leggendario viaggio in Africa che gli ha consentito di dipingere quei meravigliosi acquarelli che gli appassionati di pittura conoscono molto bene. Si sale verso il bar lungo una scalinata (bianca ovviamente) e sui due lati due terrazzini con tutte le rifiniture in blu (ovviamente). Da qui si scorge il mare e la costa, si gode il panorama che finisce con Cartagine e la città di Tunisi. L’interno non ha sedie ma solo gradoni rialzati ricoperti da comode stuoie, i tavolini in legno sono alti una ventina di centimetri. Al centro del locale due aree rialzate, ognuna dotata di  quattro bellissime colonne laccate in rosso e verde. Alle pareti antichi quadri ed oggetti storici, in fondo un bancone. Ma il Cafè de Nattes non è solo bello e tipico, serve uno dei migliori the alla menta del mondo, almeno a mio parere. Il the viene servito in un bicchiere di vetro col manico, sul bordo vengono deposte le foglie di menta. In aggiunta si possono avere dei frutti molto simili ai pinoli. Naturalmente è possibile fumare la chicha ma vengono serviti anche dei bellissimi vassoietti di dolci tipici, molto, molto dolci. Proseguendo lungo la strada principale, al termine di una breve scala, si trova la moschea col minareto. Il paese si estende sulla collinetta, piccole erte, scalinate, e si arriva presso Dar Fatma dove alloggio. Un B&B con sole sette camere. Un antico portone d’ingresso e si accede in un patio dove si consuma la colazione. La mia camera è al piano superiore, si accede tramite una stretta e ripida scala con gli scalini tutti colorati. La stanza è molto fresca, bianca e pulita. Una finestra con persiane in legno blu dà sul patio, una seconda finestra con la griglia metallica blu dà su uno stretto vicolo pedonale. Il bagno ha una piccola finestrella, sul davanzale due piccioni hanno stabilito il loro nido. Poco sopra il B&B un faro ed un piccolo cimitero con vista mare. Un luogo meraviglioso dove riposare dopo la vita terrena. Un panorama sul mare e sulla costa Tunisina, sul paese e più in fondo Tunisi. Grazie ad un sentiero scosceso e mal tenuto si arriva al mare. Un piccolo porto turistico, una spiaggia e l’Amphitrite, un ristorante con una bellissima terrazza sul mare, colonnine bianche ed un pergolato. Qui mangio una insalata tunisina (lattuga, olive, tonno, uovo sodo e l’immancabile salsina piccante) ed un buon pesce grigliato. Pessimo il servizio. Un altro buon ristorante in paese è il Dar Zarrouk, piuttosto elegante con grandi finestre ad arco che offrono un bellissimo panorama sul mare. Qui assaggio un buon brick con uovo e gamberi. Il brick è un tipico piatto tunisino, si tratta di una sfoglia di pasta fritta in olio, ripiena di uovo, carne o gamberi. Una seconda volta scelgo dei buoni spaghetti al pomodoro con cinque grandi gamberi. Alla Pavarotti, ma cosa centrerà il grande tenore italiano con questa ricetta ? L’ultima sera vado al ristorante Au Bon Vieux Temps, un locale elegante che ha avuto un sacco di ospiti illustri le cui fotografie sono appese alle pareti. La sala ristorante è al piano superiore, plafone in legno, colonne antiche ed ampie finestre che danno sul mare. Qui mi godo un bel cous cous au poisson con ceci, carote, patate e zucchine. Un Gris De Hammamet, rosè, completa la cena. E dopo aver sorseggiato l’ultimo the alla menta al Cafè des Nattes posso lasciare la Tunisia, rientrare a Milano via Roma e chiudere questa meravigliosa, unica, eccezionale, straordinaria … ci sono altri termini disponibili ? … esperienza.

Ed ora direzione Italia

Tornato a Gambela dopo la straordinaria esperienza di Abobo finalmente, dopo tanti giorni, riesco a passare la notte con l’AC e riesco a riposarmi. Torno ad Addis in aereo e provo ad organizzare la mia visita all’ospedale di Emergency a Khartoum. Alessandro, lo Hospital Manager, mi attende per la prossima settimana. Nessun problema per trovare un volo ma ottenere il visto per il Sudan è diventata cosa molto complicata, praticamente impossibile ad Addis. Rinuncio al Sudan e mi prenoto un volo notturno per Tunisi, via Il Cairo. Ad Addis si accumulano problemi tecnici ed organizzativi, si susseguono piccoli tentativi di truffa ed episodi spiacevoli. E’ giunta l’ora di tornare a casa. Qualche giorno tranquillo a Sidi Bou Said mi ritemprerà.