La Transiberiana

La stazione Iaroslavska è un edificio imponente e forse l’illuminazione notturna accentua questa percezione. Due enormi colonne ai lati sovrastate da un grande arco che racchiude una falce e martello. Nell’atrio il tabellone luminoso visualizza gli orari ed i binari dei treni in partenza. Il primo è lo 004, Mockba – Pekin, binario 1. Un brivido mi corre lungo la schiena ed arriva fino alle gambe. E’ l’emozione, forte. Una signora mi fa cenno di camminare sulla destra e di andare fino in fondo alla stazione. Arrivo al binario 1. Carrozza 11, salgo, un ferroviere cinese mi indica il posto 17 ma è già occupato. Nello scompartimento ci sono quattro signore di età diversa. L’inglese mi chiede un cambio di posto ed il ferroviere cinese annuisce. Occupo quindi il posto 21, sarà la mia sistemazione per le prossime cinque notti. Condivido lo scompartimento con una ragazza di Lisbona, Zara. Architetto ma lavora come segretaria per una ONG, viaggia da sola in direzione Cina. Il treno è vecchiotto e la seconda classe non offre molti confort: quattro semplici cuccette e un ventilatore, il bagno molto basico, però pulito. La prima classe è decisamente meglio, due cuccette, tutta in legno, bagno privato. Non l’ho scelta volutamente perché volevo stare con più persone, ora forse sono un po’ pentito. Alle 23.55 il treno parte in perfetto orario, all’una spegniamo le luci e buonanotte. Durante la notte il treno fa due fermate ma dormo profondamente. La mattina si incomincia a vedere il panorama: il colore prevalente è il verde dei boschi, i prati hanno grosse macchie violette di lavanda. Di tanto in tanto si scorge qualche piccolo villaggio, vecchie case in legno. Il vagone ristorante è chiuso nonostante un cartello indichi l’apertura alle ore 9,00. Berrei qualcosa di caldo ma non ho appetito, posso attendere l’ora di pranzo. Dopo l’una andiamo a pranzare, accanto a noi si siede una coppia danese della mia età. Zuppa, un ottimo caviale di salmone e condividiamo una bottiglia di vino rosso, troppo dolce però. Verso le quattro sosta a Balezino. Piove ma fortunatamente il nostro vagone si ferma proprio sotto un ponte quindi possiamo scendere per sgranchirci le gambe. Alle otto di sera si incontrano i primi palazzi e arriviamo puntualmente a Perm. Qui sono già le dieci, abbiamo superato due fusi orari, il treno però mantiene il fuso orario di Mosca. Scendo, c’è vento ma ha smesso di piovere. Un verificatore controlla i carrelli, un addetto pulisce il cartello Mosca-Ulan Bator-Pechino. Alla ripartenza andiamo al vagone ristorante, incomincia a far buio. Si siedono con noi due giovani norvegesi. Mi faccio servire una zuppa di funghi ed una trota grigliata, una meraviglia servita così bene su un treno. Un bicchiere di vodka chiude la giornata. La seconda mattina inizia sul tardi, il treno scorre tra distese infinite di prati e piante dal tronco chiaro, simili alle nostre betulle. Il cielo rimane grigio, nuvoloso. Per pranzo una buonissima insalata di salmone, caviale, pomodori, cetrioli con crema e senape. A metà pomeriggio arriviamo ad Omsk, siamo entrati in Siberia. In stazione ci sono molti chioschi, una donna vende frutta e verdura, a lato un piccolo ristorante ha una griglia accesa che fuma ma nessun cliente. Il treno riparte ma Zara non è nello scompartimento. Cerco di fermare il treno ma non ci riesco, anche i ferrovieri cinesi sono molto preoccupati. Con l’atteggiamento di un padre premuroso penso a cosa potrò fare, dove lasciare i suoi bagagli incustoditi. Dopo venti minuti lei riappare, l’avrei uccisa. Sorride e vede la mia faccia da incazzato. Comunque il problema è risolto, lei stava solo scattando fotografie ed è salita su un altro vagone ! Verso le 21,30 arriviamo a Barabinsk, l’orologio della stazione indica le 17,30 anche se abbiamo superato il quarto fuso orario da Mosca. Il cielo si è schiarito e splende il sole. In stazione appaiono le prime venditrici di cibo cotto. Una signora offre pesce grigliato. Posso fotografare il pesce ma non lei. Dopocena, alle 01,15, arriviamo puntualissimi a Novosibirsk. Venti minuti di sosta. La mattina mi risveglio grazie alla luce, sono circa le otto ora locale ma le quattro a Mosca. Il cielo è azzurro con qualche nuvola bianca. Continuiamo ad attraversare la grande pianura siberiana, prati ed alberi dal tronco chiaro. Si viaggia per chilometri e chilometri senza incontrare un animale, un’abitazione, un segno dell’attività umana. Arriviamo a Krasnoyarsk, città con palazzi da quindici o venti piani cresciuti in modo disordinato però moderni, puliti. Dopo una grande fabbrica il terreno incomincia a muoversi, arrivano un po’ di colline e abbandoniamo la monotonia. La vegetazione non cambia, riappare la lavanda ed i villaggi sono più frequenti. Ogni isba ha il proprio orticello. Il cielo cambia rapidamente: da coperto ad azzurro con nuvoloni bianchi. Il treno sale dolcemente sulle colline con ampie curve anche se sbanda in continuazione. Alle 13,29 esatte, senza un minuto di ritardo, il treno si ferma alla stazione di Llanskaya. E’ incredibile che dopo oltre 60 ore di viaggio il treno spacchi il minuto ! La stazione è gradevole, bianca e verde, tutto è molto pulito. Qui al posto dei chioschi ci sono dei piccoli market molto ben organizzati. Un paio di signore sistemate oltre la rete di recinzione offrono cibi cotti: pollo grigliato, polpette, frittate e verdure. Proseguendo verso Est riprendono a prevalere gli abeti, un lago diventa rosso grazie agli ultimi raggi sole, la luna, pressoché piena, appare alla sinistra del treno mentre il cielo sta diventando sempre più scuro. Arriviamo a Nizhneudinsk col buio e la stazione è deserta, salgo così direttamente sulla carrozza Pectopah, il ristorante. Ceno con un gruppo di simpatiche norvegesi, una buona zuppa ed una triste fesa di tacchino. C’è anche una festa di compleanno di una ragazza olandese, il suo compagno offre dei biscotti ma è una scusa per bere vodka. Abbiamo raggiunto il quinto fuso orario da Mosca, almeno così dicono i cellulari con data e ora impostati in automatico. Lasciamo il ristorante che sono le due di notte ora locale ma le nove sul fuso di Mosca. Questo doppio timing crea confusione a tutti i passeggeri ma non agli addetti del ristorante. La mattina mi risveglio prima delle otto quando il treno frena bruscamente per fermarsi ad una stazione non menzionata nel nostro itinerario. I passeggeri si stanno lentamente risvegliando e nessuno scende. Il treno sale per colline verdi e repentino appare il lago Bajkal circondato da un arco di basse montagne. Il cielo azzurro si riflette sulle acque del lago che assume quasi lo stesso colore. Lo costeggiamo sul versante meridionale mentre faccio colazione con te, uova e sandwich al salmone. Thomas, un ragazzo belga, come sempre dipinge su carta bellissimi acquarelli, ora sta ritraendo il lago con una bella intonazione di azzurro. Alla destra del treno, cioè verso Sud, appaiono montagne più alte e si creano bellissimi giochi di luci, completano il quadro strisce di nuvole bianche. La linea ferroviaria ora è a pochi metri dalla riva del lago, si vedono famiglie in costume e anziani che passeggiano. Incrociamo vecchie fabbriche abbandonate, entriamo in Ulan Ude. Arriviamo con qualche minuto di ritardo ma qui la sosta è lunga e si recupera. Su una passerella attraverso i binari per andare in stazione, riesco a far due passi in città. Si vedono una cupola dorata ed un campanile a punta di una chiesa ortodossa, una signora con un carretto vende una specie di cola artigianale. Fino ad ora il treno era composto da un locomotore elettrico russo, vagoni di I e II classe cinesi, il ristorante russo ed una carrozza di II classe russa. Qui a Ulan Ude si cambia il locomotore, viene agganciata una motrice diesel, evidentemente la linea elettrica si interrompe. Qui si cambia direzione, ora si va verso Sud. Ulan Ude è una grande città, case e palazzi, molte fabbriche con ciminiere. Il treno sale con molte curve e costeggia un fiume, poi imbocca una larga vallata affiancata da dolci rilievi. Il sole è caldo ma il vento rimane fresco. Più tardi ritorno alla carrozza ristorante, Thomas continua a disegnare i suoi acquarelli, ora disegna paesaggi, raccontando a suo modo la verde vallata. Pranzo con carne di manzo ricoperta da patate e formaggio fuso, piatto consigliato vivamente da Svetlana, la cameriera del vagone ristorante. Ormai per tutti noi è diventata un personaggio, un punto di riferimento. Costeggiamo un altro lago, molto più piccolo del Bajkal, dove gruppi di famiglie fanno campeggio libero. Non ci sono più villaggi, gli alberi diventano sempre meno frequenti e lasciano spazio ai rovi, ai cespugli, l’erba da verde diviene sempre più chiara, giallastra. Qualche mandria di bovini pascola dove l’erba è più verde. Si arriva a Dzhidah dove si fa la sosta più breve di tutto il tragitto: un solo minuto. Verso le venti ora locale arriviamo a Naushki, il posto di frontiera russo. Una stazione bella, pulita, non ci sono altri treni passeggeri. Si scende una quindicina di minuti e poi i ferrovieri cinesi ci fanno risalire. Iniziano i controlli. Una poliziotta controlla il passaporto con un trasmettitore elettronico, dopo un paio di minuti riceve l’ok e appone il timbro d’uscita. Poi arrivano due doganieri che armati di pile controllano ogni cosa e tutti gli angolini, uno si arrampica per controllare il vano vuoto sopra il corridoio. Dopo qualche minuto ci lasciano rientrare nello scompartimento. La sosta dura un paio d’ore e si riparte. Alle 22,20 dell’otto luglio, con qualche minuto di anticipo, il treno entra nella stazione di Sukhbaatar, posto di frontiera mongolo. Vietato scendere. Sale la polizia locale, ci chiedono i passaporti. Il doganiere mi chiama “Oscar”, vuole controllare se la fotografia corrisponde al mio viso, si prende i passaporti che vengono riconsegnati dopo circa un’ora col timbro d’entrata sul visto. Controllo bagagli e il treno riparte verso la capitale dopo circa due ore di sosta. Non passano più di cinque minuti che si affaccia una signora, “change money”. Accetta di tutto e distribuisce tugrik, la valuta mongola. La sua borsetta rossa è una specie di banca. Mostra il cambio su un vecchio telefonino, fa un calcolo rapido, le do i rubli avanzati e mi ritorna una marea di banconote, 406.800 t. Sveglia all’alba con un panorama completamente cambiato. Percorriamo una larga vallata con basse montagne ai lati, non ci sono più piante, solo erba di colore verde chiaro. Si vedono le prime yurta, le famose tende tradizionali dei nomadi mongoli. Entriamo in una vasta area industriale, ciminiere fumanti e torri di raffreddamento cariche di vapore bianco. Emissioni, riscaldamento dell’atmosfera, effetto serra ai massimi livelli. Il treno entra in stazione puntualissimo, ore 6,50 di domenica 9 luglio. Quattro giorni e cinque notti di viaggio, 103 ore complessive. Sono a Ulan Bataar, capitale della Mongolia ! Saluto Zara che prosegue per Pechino e mi fiondo nel bar della stazione, massiccia, di colore grigio. Il caffè è servito solo con il latte, dolcetto e un uovo. Ieri sera, a causa dei controlli di confine, ho saltato la cena. Mentre son seduto al tavolino del bar si siede di fronte a me una signora più larga che alta. Si presenta come taxista e mi offre un passaggio. E perché no ? Ho una grande necessità: farmi una doccia.

Transiberian ticket

Un taxista Uber, molto silenzioso, mi lascia sotto una pioggia battente in Leningradsky Prospect 26. Una piazzetta fredda e triste. Riesco a trovare la porta dove debbo andare solo grazie alle perfette istruzioni, foto incluse, che mi ha inviato la Travexpress dove ho ordinato i biglietti della Transiberiana. Si passa una porta in legno, si sale al quarto piano, due porte scure, identiche. Le istruzioni dicono di suonare a quella di destra. Mi viene aperta la porta, entro, e da dietro un bancone spunta a malapena la testa di un custode che mi mostra un cartello scritto a mano (11) e mi indica un corridoio. Arrivo davanti alla porta 11, busso ed entro con molta circospezione. Mi si fa incontro una giovane impiegata che guarda il mio vaucher, mi conferma che è tutto ok, scartabella un archivio … e magicamente appare il mio biglietto. Tiro un sospiro di sollievo. Moskva Iaroslavska –> Ulan Bator. Partenza il 4 luglio alle 23.55 ed arrivo previsto per il 9 luglio alle 6.50. Perfetto, è tutto giusto.

Ok, domani si parte  🙂

 

Maria

Arriva in Mercedes rossa, non è un buon inizio per un tifoso ferrarista. Stile casual ma con un tocco d’eleganza, occhi azzurri, capelli neri tesi sui due lati con riga al centro secondo la tradizione russa. Ci siamo conosciuti lo scorso inverno a Goa. How is your life ? Le chiedo. Ah, very good … e sorride. Finalmente è riuscita a coronare la sua storia d’amore, ora convive con l’uomo di cui si è innamorata. Mi consiglia un ristorante georgiano. La Georgia è considerata una terra di ottima enogastronomia. Il locale è ricavato in un vecchio stabile con pietre a vista, soffitti in legno e pilastri in ferro. Ci accomodiamo di fronte alla terrazza ma all’interno, fuori è troppo freddo e siamo sempre a rischio pioggia. Il panorama è splendido: una grande vista sulla Moscova, il fiume che con tre grandi anse attraversa la città. Si vedono i battelli, ciminiere di fabbriche riconvertite, e di fronte la White House di Mosca, il palazzo del governo, di colore bianco ovviamente, finito di costruire negli anni ’80. Qui fu scattata la famosa foto che ritrae Eltsin sul carro armato durante gli eventi dell’agosto 1991. Ordiniamo il piatto tipico georgiano: il khachapuri. Una specie di pizza, a forma di canoa, con al centro un uovo fritto adagiato su uno strato di formaggio tipo ricotta. Pollo speziato, insalata di pomodori, cetrioli ,cipolle e basilico rosso. Un buon vino rosso georgiano accompagna il tutto. E per concludere la serata si va sul lato opposto del fiume. In un tipico palazzo dell’epoca comunista, con due grandi falci e martelli ai lati, Radisson Blu ha ricavato un albergo di lusso. Si sale al trentatreesimo piano dove, con un bicchiere di vodka ghiacciata in mano, si gode il panorama della città illuminata. Ricorda molto la terrazza dell’Empire State Building di New York ma questa era la Russia comunista ! Di fronte la nuova City di Mosca: grattacieli di diverse fogge la cui cima si perde tra le nuvole nere. Arriderci Maria.

Altri sogni diventano realtà

Una seconda grande avventura è iniziata. Altri sogni diventeranno realtà.

Sono a Mosca in una domenica grigia, piovosa, un leggero vento fresco muove le bandiere dell’austero palazzo di fronte a me. E’ il due luglio ma sembra d’essere in autunno. Ma se scegli di viaggiare nel Nord dell’Eurasia non puoi aspettarti nulla di diverso. E allora niente tristezze, guida in mano, zainetto in spalla e andiamo verso la Piazza Rossa.

Statistiche del viaggio e del Blog

Il viaggio si è concluso oggi 16 aprile 2016 ma ecco alcuni dati:

Il Viaggio

Giorni:  200

Settimane:  28 e 1/2

Mesi:  6 e 1/2

Paesi “viaggiati” :   15

Continenti:  6

Numero voli:  43

Ore di volo:  103

Ore di viaggio in treno:  116

Ore di viaggio in auto e bus:  250

Ore di navigazione:  214

Il blog

Numero articoli:  105

Numero commenti:  224 ,  incluse le mie risposte

Il commentatore più assiduo:  Guglielmo con 18 commenti

Visitatori:  2.170

Max Nr. contatti:  943 il giorno 30/01/2016

Totale Nr. visite:  42.646

Il bianco ed il blu di Sidi Bou Said

Sidi Bou Said è una piccola e famosa località sul promontorio di Cartagine, dista solo un quarto d’ora dall’aeroporto di Tunisi. Il centro storico è tutto lastricato con pietre chiare e tutto è colorato di bianco e di blu. I due colori sono stati imposti dal Barone Erlanger per decreto nel 1905. Ancora oggi il paese ha mantenuto questa tipica caratteristica. Tutte le case sono colorate di bianco mentre le finestre e le grate di protezione sono blu. Si sale per una stradina piena di negozi di souvenir e di artigianato e si arriva di fronte al mitico Cafè des Nattes che vanta clienti come il viaggiatore viaggiante (conosco questo locale da qualche decennio ed è in assoluto uno dei miei locali preferiti), Johnny Hallyday, Sean Connery e Clint Eastwood. Di qui passò anche Paul Klee nel 1914 durante il leggendario viaggio in Africa che gli ha consentito di dipingere quei meravigliosi acquarelli che gli appassionati di pittura conoscono molto bene. Si sale verso il bar lungo una scalinata (bianca ovviamente) e sui due lati due terrazzini con tutte le rifiniture in blu (ovviamente). Da qui si scorge il mare e la costa, si gode il panorama che finisce con Cartagine e la città di Tunisi. L’interno non ha sedie ma solo gradoni rialzati ricoperti da comode stuoie, i tavolini in legno sono alti una ventina di centimetri. Al centro del locale due aree rialzate, ognuna dotata di  quattro bellissime colonne laccate in rosso e verde. Alle pareti antichi quadri ed oggetti storici, in fondo un bancone. Ma il Cafè de Nattes non è solo bello e tipico, serve uno dei migliori the alla menta del mondo, almeno a mio parere. Il the viene servito in un bicchiere di vetro col manico, sul bordo vengono deposte le foglie di menta. In aggiunta si possono avere dei frutti molto simili ai pinoli. Naturalmente è possibile fumare la chicha ma vengono serviti anche dei bellissimi vassoietti di dolci tipici, molto, molto dolci. Proseguendo lungo la strada principale, al termine di una breve scala, si trova la moschea col minareto. Il paese si estende sulla collinetta, piccole erte, scalinate, e si arriva presso Dar Fatma dove alloggio. Un B&B con sole sette camere. Un antico portone d’ingresso e si accede in un patio dove si consuma la colazione. La mia camera è al piano superiore, si accede tramite una stretta e ripida scala con gli scalini tutti colorati. La stanza è molto fresca, bianca e pulita. Una finestra con persiane in legno blu dà sul patio, una seconda finestra con la griglia metallica blu dà su uno stretto vicolo pedonale. Il bagno ha una piccola finestrella, sul davanzale due piccioni hanno stabilito il loro nido. Poco sopra il B&B un faro ed un piccolo cimitero con vista mare. Un luogo meraviglioso dove riposare dopo la vita terrena. Un panorama sul mare e sulla costa Tunisina, sul paese e più in fondo Tunisi. Grazie ad un sentiero scosceso e mal tenuto si arriva al mare. Un piccolo porto turistico, una spiaggia e l’Amphitrite, un ristorante con una bellissima terrazza sul mare, colonnine bianche ed un pergolato. Qui mangio una insalata tunisina (lattuga, olive, tonno, uovo sodo e l’immancabile salsina piccante) ed un buon pesce grigliato. Pessimo il servizio. Un altro buon ristorante in paese è il Dar Zarrouk, piuttosto elegante con grandi finestre ad arco che offrono un bellissimo panorama sul mare. Qui assaggio un buon brick con uovo e gamberi. Il brick è un tipico piatto tunisino, si tratta di una sfoglia di pasta fritta in olio, ripiena di uovo, carne o gamberi. Una seconda volta scelgo dei buoni spaghetti al pomodoro con cinque grandi gamberi. Alla Pavarotti, ma cosa centrerà il grande tenore italiano con questa ricetta ? L’ultima sera vado al ristorante Au Bon Vieux Temps, un locale elegante che ha avuto un sacco di ospiti illustri le cui fotografie sono appese alle pareti. La sala ristorante è al piano superiore, plafone in legno, colonne antiche ed ampie finestre che danno sul mare. Qui mi godo un bel cous cous au poisson con ceci, carote, patate e zucchine. Un Gris De Hammamet, rosè, completa la cena. E dopo aver sorseggiato l’ultimo the alla menta al Cafè des Nattes posso lasciare la Tunisia, rientrare a Milano via Roma e chiudere questa meravigliosa, unica, eccezionale, straordinaria … ci sono altri termini disponibili ? … esperienza.

Ed ora direzione Italia

Tornato a Gambela dopo la straordinaria esperienza di Abobo finalmente, dopo tanti giorni, riesco a passare la notte con l’AC e riesco a riposarmi. Torno ad Addis in aereo e provo ad organizzare la mia visita all’ospedale di Emergency a Khartoum. Alessandro, lo Hospital Manager, mi attende per la prossima settimana. Nessun problema per trovare un volo ma ottenere il visto per il Sudan è diventata cosa molto complicata, praticamente impossibile ad Addis. Rinuncio al Sudan e mi prenoto un volo notturno per Tunisi, via Il Cairo. Ad Addis si accumulano problemi tecnici ed organizzativi, si susseguono piccoli tentativi di truffa ed episodi spiacevoli. E’ giunta l’ora di tornare a casa. Qualche giorno tranquillo a Sidi Bou Said mi ritemprerà.

Biciclettata al lago

Maria mi mostra le biciclette a disposizione e scelgo una mountain bike, l’ideale per questi terreni, il sellino è già all’altezza giusta. Simon mi gonfia le gomme e la prova, tutto ok. Pedalo lungo il vialetto alberato della residenza della missione, supero il cancello ed imbocco la strada sterrata in direzione Sud lasciandomi il villaggio alle spalle. Nel corso del primo kilometro mi cade la catena cinque volte. Sono sotto il sole, le mani sono già nere e unte, decido di rientrare. Ritrovo Simon e gli dico che ho avuto problemi alla “chain”, catena mi risponde !  Si mette subito al lavoro e con una improbabile chiave mi sistema la ruota posteriore, speriamo bene. Riparto, di nuovo sotto il sole, ora fa molto caldo ma non desisto, pedalo. Lungo la strada incontro un paio di auto e di camion che al loro passaggio alzano una nuvola di terra rossa. Incontro anche un carro trainato da asini, persone solitarie che camminano sotto il sole magari con del carico. Sono solo cinque km di percorso ma ci impiego una mezzora. Incontro un piccolo villaggio costituito solo da capanne, poco oltre il lago. Lungo la riva una mandria di bovini pascola tra uccelli bianchissimi. Con le zampe in acqua vedo degli strani uccelli che, tanto per cambiare, non conosco. Simili ai fenicotteri ma stanno sulle due gambe, alti più di un metro, imponenti a terra ed enormi in volo, grandi ali nere ed un lungo becco. In acqua qualcuno si lava e fa il bucato, un ragazzo lava la bicicletta, un bambino arriva con un pesce appena pescato. Un gruppo di robusti giovanotti ha appena fatto il bagno e sta chiaccherando all’ombra di un albero, chi con un paio di pantaloncini e chi ancora nudo. Mi fermano per un saluto e le solite domande di rito: da dove vieni, come ti chiami. Tra le capanne del villaggio vedo un simbolo della Coca Cola, entro e trovo una specie di bar molto buio. Incuriositi arrivano bambini e donne, chiedo da bere o da mangiare ma non c’è nulla, fortunatamente ho con me ancora dell’acqua. Riprendo a pedalare, è quasi mezzogiorno ed il sole è molto forte. Mi fermo un paio di volte all’ombra, giusto per rinfrescarmi e bere. Rientro ad Abobo, ho appetito ed è quasi ora di pranzo.

 

Abobo e lo Health Center

Sono le 10 del mattino ed il fuoristrada della missione di Abobo è già alla scuola Don Bosco di Gambela. Saluto Brother Giancarlo e partiamo. Con me l’autista, un ragazzo molto utile in ospedale. Prima di lasciare la città ci fermiamo all’ospedale pubblico. Un viavai di persone, un mezzo di MSF. Imbocchiamo una nuova striscia d’asfalto che attraversa la savana. Dopo una decina di chilometri inizia lo sterrato ma riusciamo a tenere una buona velocità. Dopo circa un’ora arriviamo ad Abobo. La strada principale attraversa il villaggio che ha circa tremila abitanti, ai lati negozi e qualche bar, tutti molto “africani”. In fondo al villaggio a sinistra la chiesa e la missione cattolica, a destra l’ospedale, l’Abobo Health Center. Appena arriviamo ci aprono subito il cancello ed entriamo. Vengo accompagnato in ufficio dove incontro Maria, infermiera ed ostetrica, di Saragoza (Spagna) da tre anni ad Abobo. E’ alle prese con un PC che sta facendo le bizze ma interrompe la sua attività per salutarmi e darmi un sorridente benvenuto. Con un chiaro accento spagnolo si presenta e mi accompagna da Maria Teresa Reale di Sesto, fondatrice e direttrice dell’ospedale. Medico, laureata alla Statale di Milano, specializzata in malattie infettive al Sacco ed in malattie tropicali ad Anversa, Belgio. Capelli grigi, stetoscopio al collo, sta visitando i pazienti. Mi saluta in modo molto caloroso e capisco che la mia visita è cosa gradita. Mi viene presentato l’ospedale. La struttura iniziale e stata messa a disposizione dallo stato etiopico ma in seguito la missione, il grande lavoro e la passione di Teresa, gli aiuti delle parrocchie di Sesto, i contributi ricevuti dal Gruppo Sportivo Alpini, i Lions, ed altri ancora, hanno reso possibile l’ampliamento e la costruzione di una nuova ala. Ora, oltre agli ambulatori ed al pronto soccorso, ci sono 40 posti letto, una sala parto, un piccolo centro analisi ed un ecografo fuori servizio. Visito l’area dei degenti, mamme con bambini appena nati o in cura perchè malati o malnutriti, adulti malati o feriti. Un panorama di sofferenza profonda, di indigenza, al limite dell’umana comprensione per chi come me vive in un paese moderno ed organizzato. Solo il lavoro e la passione di Teresa e Maria, e di tutti i loro locali collaboratori, rendono possibile la speranza di vita di queste persone. Prendo alloggio in una semplice ma pulita camera della missione dove incontro anche due volontarie inglesi. Colazione, pranzo e cena si tengono nel grande soggiorno che ha anche delle poltrone ed una TV. Il giorno successivo riesco a documentare la straordinaria attività dell’ospedale. Ore 8,00, entro con Teresa e Maria, sul cancello un cartello vieta la introduzione di armi. Per prima cosa visita alla camera post parto. Durante la notte c’è stato un parto, l’addetta alla lavanderia ha dato alla luce un bel maschietto di 3,5 kg. Nelle ultime 24 ore ci sono state ben tre nascite. In un altro letto una mamma fa ascoltare della musica alla sua bimba nata prematura di 1,4 kg che però ha già raggiunto gli 1,7 kg. E’ avvolta in una coperta colorata ed in fianco c’è perfino un calorifero elettrico. A queste temperature ! Poi con Maria andiamo nella camera pediatrica dove sono ricoverati alcuni bambini malnutriti. Un paio vengono alimentati con sondini e siringhe. Maria ha per tutti grande attenzioni ed un sorriso. Nel cortile alcuni malati hanno steso dei teli e se ne stanno sdraiati, altri sono nei loro letti. Verso le dieci con una infermiera, le volontarie inglesi ed un paio comunicatori, vado verso un villaggio dove si terrà un incontro per l’igiene e la  prevenzione. Mezz’ora d’auto per percorre i 18 km tra la boscaglia e raggiungere il villaggio di Bedpul, un piccolo agglomerato di capanne in paglia a base circolare. Bambini sporchi praticamente nudi, donne con abiti molto colorati, tutti con molte collanine al collo e sulla vita. Alcune donne sono sedute per terra e mentre ci aspettano chiaccherano, bevono una bevanda leggermente alcoolica ricavata dalla fermentazione del mais, fumano una lunga pipa che termina con una corteccia di zucca esiccata. All’ombra di una grande pianta si forma una platea di donne e bambini, arriva anche qualche uomo, gli altri sono fuori a lavorare. Il comunicatore incomincia a spiegare le primarie norme igieniche. Qui praticamente tutti hanno la malaria, la TBC, infezioni intestinali e per prima cosa si cerca di evitare lo scambio di tazze (ricavate dalle zucche o da scatole d’alluminio) e delle pipe. Le donne fanno presente che queste sono le loro abitudini a cui non possono rinunciare. L’attenzione da parte di adulti e bambini è alta. Al termine delle comunicazioni le donne fanno presente i loro problemi ai quali infermiera e comunicatore cercano di dare risposta. Inizia poi la distribuzione dei disinfettanti intestinali. Ai bambini fino ai due anni si somministra sotto forma di sciroppo dolce ma nonostante ciò alcuni piangono e non vogliono berlo. A tutti una pastiglia bianca ed un sorso d’acqua pulita. Bambini e adulti accettano la medicina con piacere. Segue la distribuzione di bianche e profumate saponette, donne e bambine apprezzano la cosa e passano minuti a sentire il profumo portandosi la saponetta sotto il naso e sorridendo contente. Terminato l’incontro ci si scambiano saluti molto cordiali e sorrisi molto amichevoli. Di nuovo sul fuoristrada, percorriamo circa cinque kilometri ed arriviamo presso una scuola frequentata dai bambini di una vasta area che copre diversi villaggi. La costruzione è in legno, canne e paglia, la suddivisione in classi è virtuale. Quattro lavagne appese e quattro insegnanti gestiscono quattro classi con alunni di età diverse. I più piccoli imparano l’alfabeto ripetendo le lettere con una cantilena, altri scrivono sulla lavagna, la classe dei più grandi invece sta toccando il tema giustizia, molti prendono appunti sui loro quaderni. Facciamo il giro delle classi partendo dai più piccoli, ad ogni studente, ma anche agli insegnanti, viene dato il disifettante intestinale con un bicchiere d’acqua. Si rientra in ospedale e ritrovo i sorrisi di Teresa e Maria. Una breve pausa pranzo e di nuovo al lavoro, io invece vado ad esplorare cosa succede nel villaggio. In fianco alla missione c’è una pompa a mano per l’acqua, donne, ragazze e bambine si alternano alla pompa. L’acqua viene immessa in taniche di plastica gialla e poi via col carico sulla testa verso casa. Passeggiando la gente mi sorride, mi saluta con un “salam”. Dei bambini di due e tre anni giocano con un mucchio di terra, appena mi vedono mi vengono incontro e mi tendono la mano per salutarmi. Per rendere tutto più agevole mi abbasso alla loro altezza e dopo avermi stretto la mano il primo con grande coraggio mi tocca i capelli. E’ per loro una grande novità, capelli lisci e bianchi. E dopo aver esplorato la capigliatura uno prova a toccare la barba. E’ fatta, tutti con le mani tra barba. La infinita curiosità dei bambini. Ad Abobo la novità di oggi si chiama zucchero. E’ arrivato un camion che ha consegnato sacchi di zucchero. Prima arriva l’auto dell’ospedale che se ne porta via un sacco per i degenti e per il personale, più tardi inizia la distribuzione. Si crea una fila molto paziente ed educata e tutti si comprano un kilo di zucchero pesato su una bilancia manuale. Arriva sera e chiedo a Teresa: dimmi cosa ti serve, cosa ti manca, dammi una idea sulla quale poter lavorare. La risposta non si fa attendere: un nuovo ecografo ! Serve per visite ginecologiche, epatiche ed all’apparato urinario. Bene, appena torno in Italia partirà una raccolta fondi. Entro giugno l’Abobo Health Center avrà un ecografo. Promesso ! E con questo obbiettivo il gorno seguente lascio Abobo con l’intenzione di tornarci presto per fotografare il nuovo ecografo.

Gambela

Volevo arrivare a Gambela in bus (ci vogliono due giorni di viaggio per coprire i quasi 800 km) ma ho preferito prendere un volo. Sono all’inizio del mio settimo mese di viaggio e le energie incominciano a mancare. Circa un’ora di volo e si arriva nell’estremo Ovest del paese, molto vicino al confine col Sud Sudan da dove arrivano centinaia di migliaia di profughi. Sulla pista dell’aeroporto un solo aereo: un cargo del World Food Program. I bagagli vengono consegnati direttamente dai carrelli, esco e non vedo taxi o altri mezzi, ci sono solo i fuoristrada bianchi dell’ONU e del UNHCR. All’ombra di una pianta vedo un mini-bus ormai pieno, è l’unico mezzo che arriva in città. No problem. Lungo la strada veniamo fermati da una mandria di bovini dalle lunghe corna. Arrivo in città e trovo una camera dove soggiornano anche i funzionari ONU e delle diverse organizzazioni umanitarie. Poco fuori dalla città c’è un enorme campo profughi dove oltre 250.000 persone vivono in condizioni disumane. Vorrei andare a visitarlo ma è praticamente impossibile. Esco a fare due passi e vado verso il fiume attraversato da un lungo ponte. Sui due lati centinaia di persone si stanno lavando e fanno il bucato. In acqua ci sono anche auto, bajaj (i tuk tuk locali) camion e furgoni. L’olio e lo sporco dei mezzi si mescola con l’acqua fluviale, poco a valle altre persone si stanno lavando. La mattina seguente voglio andarmene un pò in giro ad esplorare l’ambiente. Arrivo in prossimità di una chiesa di culto ortodosso etiopico. Rotonda, come usa in Etiopia, colorata con i colori nazionali: verde, giallo e rosso. Un altoparlante trasmette la funzione, i fedeli sono tutti all’esterno, tutti molto concentrati, pregano, rispondono al prete, si inginocchiano fino a toccare terra col capo come fanno i musulmani. L’interno è praticamente vuoto, giro attorno alla chiesa e attraverso un’altra porta vedo cinque preti in abiti rossi tradizionali ed un aiutante che regge un ombrello, anch’esso rosso. Sto per scattare una foto, l’immagine è molto interessante, ma un prete mi vede e molto scocciato mi fa un chiaro cenno con la mano chiedendomi di allontanarmi. Rispetto sempre queste richieste e lascio la chiesa. Arrivo in centro dove c’è una rotonda, tutto attorno un traffico di bajaj, auto e carri trainati da asini. Vado verso il mercato dove frutta e verdura e mercanzie di ogni tipo sono stese per terra. Dopo oltre un’ora di passeggiata debbo cedere, il caldo è eccessivo, all’ombra ci sono 42 gradi e al sole ? Rientro in albergo dove mi mangio una fondina di spaghetti al pomodoro, non male. Nel secondo pomeriggio, quando il sole è meno forte, vado alla scuola Don Bosco. Incontro il direttore, brother Giancarlo, di Brescia. Ha poco tempo da dedicarmi perchè è in riunione ma mi conferma che domani ci sarà l’auto per Abobo. Nel bar del cortile incontro due maestri, uno insegna matematica, l’altro l’amarico, la lingua locale. Dopo qualche minuto si lasciano andare, si lamentano che il loro stipendio è troppo basso: 2.500 birr al mese che corrispondono a circa 100 €. Poco più di quanto spendo io in albergo, pasti inclusi, in due giorni. Uno dei due, sposato, mi chiede di fargli da sponsor e di aiutarlo a venire in Italia. Gli spiego quanto è difficile entrare nel nostro paese e sopravvivere da immigrati, forse è meglio rimanere a Gambela ed insegnare.