Gokayama Ainokura e Shirakawa-gò

La regione di Hida è un territorio montuoso, molto verde, boscoso, rinomato per le sue carni: le Hida-gyu, il manzo di Hida che normalmente si mangia grigliato. Molto buono, di sapore delicato, sempre molto tenero. Siamo tra le Alpi giapponesi, più o meno al centro di Honshuù, l’isola principale, ed il fatto che siano state chiamate proprio così è perché ricordano le nostre montagne. Nei secoli scorsi alcune valli sono rimaste isolate ed hanno potuto mantenere usi e tradizioni. In particolare è rimasto intatto il modo di costruire le case. Un’ampia struttura in legno con un tetto di paglia spiovente al di sotto del quale ci sono due o tre piani. Lo spessore del tetto è di circa mezzo metro ed è fatto in modo di evitare l’accumulo di neve. Le travi in legno che lo sorreggono sono tra loro legate con grosse corde. Normalmente il piano terra è dedicato alla vita quotidiana: un tatami di stuoie come pavimento, un fuoco al centro per riscaldare l’ambiente, pareti di carta scorrevoli, un piccolo altare dove pregare. I piani superiori sono dedicati alle attività, la più tipica è la produzione della seta ed in particolare dei bachi. Ripiani di canne e paglia sono predisposti per ricevere le uova e fare crescere il baco. Tutto ciò mi ricorda Seta, il libro di Baricco, che racconta proprio la storia di un francese che viene da queste parti per procurare le uova dei bachi. Arrivo a Gokayama Ainokura dopo un’ora abbondante di strade che percorrono valli, boschi ma anche campi di riso che in questa stagione è già alto. Il villaggio è composto da 23 case che qui sono state ricostruite, quasi tutte abitate, con i kimono stesi al sole dopo il bucato. Prima di arrivare a Shirakawa-gò è d’obbligo la sosta a Shiroyama Tenbodai, un punto panoramico che consente di vedere l’intera valle, le risaie, il villaggio. Qui si trovano più di cento case, un’area è stata dedicata a museo all’aperto. Case di benestanti con oggetti antichi, un mulino, un magazzino, tutto ricostruito e conservato perfettamente. Per entrare nel villaggio vero e proprio si supera un ponte sospeso e si entra nell’abitato ormai diventato un centro turistico. E perché non approfittarne ? All’interno di uno di questi edifici un vecchio prepara caffè, solo caffè, come ben evidenziato in un cartello posto all’esterno. Lo si può sorseggiare caldo o freddo, accaldato come sono opto per il freddo e me lo sorseggio seduto per terra, al fresco, davanti ad una grande vetrata osservando un campo di riso.

Un viaggio in pullman

Meglio mangiare un boccone prima di lasciare Tokyo. Di fronte all’albergo c’è Pentolino 092, ristorante italiano. Un’insalata mista con una fetta di mortadella di Bologna, spaghetti in bianco con verdure simili alle nostre cime di rapa e bianchetti, bianchissimi ma con due occhioni neri ! Tutto molto buono accompagnato da un calice di greco molto fresco. La stazione dei Nohi Bus è di fronte alla gigantesca stazione ferroviaria di Shinjuku, al terzo piano di un enorme edificio. Caricati i bagagli si parte puntualmente. L’autista in guanti bianchi e berretto con visiera. Appena mi siedo il mio vicino, un trentenne, mi offre una bottiglietta di acqua gelata. Un gesto molto cordiale ma non dirà più una parola per tutto il viaggio. Si esce dalla città e si viaggia in autostrada, tutti con le cinture di sicurezza allacciate, silenzio assoluto, c’è chi legge, chi gioca col cellulare, qualcuno dormicchia. Dopo circa un’ora e mezza prima sosta ad un autogrill. Il bimbo seduto dietro di me non scende, ha le cuffiette infilate nelle orecchie, lo fotografo, mi sorride e fa una V con le dita. Come se fosse un famoso artista. Contraccambio con un cinque. Nel frattempo l’autista mette dei ceppi di legno sotto una ruota anteriore (!) ed espone un cartello con orologio: si riparte alle 15,50. Piove leggermente, una rossa Ferrari sfreccia davanti a me. Si riparte attraversando un’area di verdi montagne con una fitta vegetazione. Usciti da una lunga galleria risplende il sole e percorriamo una valle con molti frutteti. Sulla destra appare un lago ed una grande città. Seconda sosta in autogrill, in fondo a sinistra la High-Way Spa Suwago. Nel mercato invece trovo un nuovo acronimo: SPQR = Superiore Precisione Qualità Riservato. Incredibile. Si riparte in direzione di Nagano e lasciamo l’autostrada. La strada tutta curve infila una valle molto stretta, sulla destra un fiume verde ed in fondo una diga. La percorriamo per entrare in una serie di lunghe gallerie, strettissime, il pullman fatica a rimanere entro la riga bianca e quando incrocia un altro mezzo si deve anche fermare. Si fa buio, le montagne diventano scure e sopra i loro profili si scorge un cielo sereno con l’ultima luce della giornata. Di nuovo una sosta ma l’autogrill è già chiuso. Scendo per sgranchirmi le gambe e per la prima volta dopo tanti giorni sento finalmente un po’ di fresco. La strada riprende a salire mentre il traffico si fa scarso. Arrivo a Takayama verso le otto e trenta, mi fiondo in albergo. Ho prenotato una stanza presso il Takayama Station Hostel, per prima cosa bisogna lasciare le scarpe prima di entrare, si prosegue solo in ciabatte messe a disposizione su una lunga scarpiera. Mi viene assegnata una stanza al quarto piano. Entro e trovo una piccola anticamera dove lasciare le ciabatte, la stanza è una camera 4 x 4 metri completamente vuota, un tatami di stuoie, su un lato un futon tutto piegato su se stesso, sul lato opposto pareti fiorate scorrevoli racchiudono un armadio. Prima di mettermi a letto, o per meglio dire, sul futon, vado nel ristorante a fianco: zuppa di miso e oca arrosto avvolta in foglie d’insalata. E come sempre il primo senso da soddisfare è la vista.

Tokyo

Tokyo è Tokyo ! Tokyo è la capitale. E’ un oceano di luci al neon, di video pubblicitari, di grattacieli, di treni e metropolitane. Tokyo è una marea di persone che si muove in ogni direzione e non si ferma mai. Tokyo sono decine di città in una: Shinjuku, la zona dell’immensa stazione, Shibuya, la zona giovane e dello shopping, Ebisu, molto chic, Roppongi, ricco e sofisticato, Ginza, Ueno e tante altre ancora che non cito per non annoiare. Tokyo è una città da vivere così, passando da una zona all’altra grazie alla sua efficentissima rete di trasporti, qualche piccolo acquisto, buoni ristoranti e la sera in qualche bar, pub o locale notturno. Kumico ha organizzato una cena per i saluti del gruppo. Andiamo in un ristorante che prepara spiedini di ogni tipo, le regaliamo un grande foglio con qualche piccola frase, le nostre firme con i ringraziamenti e alcune foto. Lei è visibilmente commossa e ringrazia tutti. Riprendo così il mio itinerario da “solo traveler” e visito il quartiere Asakusa che conserva un pò dell’antico spirito Edo. Negozi di artigianato ed il tempio buddhista Sensò-ji con un enorme portale, un ampio cortile con un incensiere il cui fumo restituisce la buona salute ed una pagoda a cinque piani. Superato il fiume Sumida-gawa che attraversa tutta la città arrivo allo Sky Tree. Inaugurata solo cinque anni fa è la torre a struttura indipendente più alta al mondo (634 m). La torre è avvolta da una rete di tubi d’acciaio che alla base è triangolare ma che diventa circolare a 300 m d’altezza. La prima piattaforma panoramica è posta a 350 m, in un tratto il pavimento è costituito da pannelli trasparenti attraverso i quali si vede fin giù a terra. Nettamente sconsigliato a chi soffre di vertigini. La piattaforma superiore è posta a 450 m d’altezza, si sale grazie ad un ascensore che ha le pareti di vetro per arrivare fino al corridoio vetrato dal quale si ha il panorama della città a 360°. Quando la visibilità è buona si può anche vedere il Monte Fuji ma questa non è stagione. E per ultimo il mercato del pesce di Tsukiji. Nell’area dedicata alla vendita all’ingrosso il pesce viene conservato e venduto in scatole di polistirolo ma all’esterno ci sono bancarelle di ogni tipo dove si vende pesce ma anche frutta e verdura, carne, e prodotti d’artigianato. Molte bancarelle offrono ostriche fresche, spiedini di pesce grigliato, composizioni di frutta. Un mare di gusti e di colori.

Hakone e gli onsen

Hakone è nota per i suoi “onsen” ma anche per la bellezza della natura che la circonda. Arrivati in treno da Kyoto per prima cosa attraversiamo in battello il lago Ashino-ko, una lunga perla blu circondata dal verde intenso dei boschi. Lasciamo un lungolago con ortensie azzurre ed i torii del tempio per sbarcare a Togendai. Di nuovo in treno fino a Owakudani dove prendiamo una funivia che sale a Soun-zan, una zona vulcanica, dove si possono vedere i fumi che fuoriescono da piccoli crateri. Lungo un versante la montagna ha assunto una colorazione verde chiaro dovuta alle emissioni dei soffioni. L’olfatto avverte quel tipico odore di uova marcie, tipo Larderello. Ad un tratto vengo chiamato da Kumico che mi indica con grande soddisfazione il monte Fuji. In realtà se ne intravede tra le nubi un piccolo triangolo ma in questa stagione non ci si poteva aspettare nulla di più. Il centro turistico offre una specialità che non manchiamo di assaggiare: le uova nere. Si tratta di normali uova di gallina cotte al vapore geotermico e che assumono questa particolare colorazione. Scendiamo sul versante opposto in funicolare ed in treno ritorniamo ad Hakone dove prendiamo posto in un bellissimo albergo con onsen. Gli onsen sono generalmente bagni comuni con acqua termale. Superato lo spogliatoio si entra nell’area coperta solo se nudi. Per prima cosa occorre fare una buona doccia per poi immergersi nell’acqua caldissima (40°), cinque o dieci minuti sono più che sufficienti. Qui c’è anche una vasca esterna bordata di sassi dalla quale si gode il panorama dei boschi. In questo albergo i bagni sono due, uno per gli uomini ed uno per le donne. Nel corso della giornata però i bagni vengono scambiati ed i teli apposti all’esterno delle porte cambiano colore: rosso per le donne, blu per gli uomini. Posso immaginare cosa potrebbe succedere se un uomo, anche solo per sbaglio, entrasse in un bagno femminile. In camera abbiamo a disposizione un kimono beige ed una giacca di un bel verdone. Scendiamo tutti per cena in kimono e troviamo pronti sui tavoli i coperti già preparati: un fornelletto nel quale sta bollendo il riso, un sushi di pesce, sashimi di gambero, una lumacona di mare, tofu, ecc. Poi ci viene servito il piatto principale: filetto di pesce crudo con mele, tonno rosso, polipo con cetriolo ed un fiorellino commestibile che Kumico chiama basilico. Zuppetta con un raviolone, pesce marinato, carne grigliata con soia e verdure al vapore, e per dessert uno yogurth ed un dolcetto al cioccolato. Sakè freddo per accompagnare l’intera cena. Sembrerebbe una “grande abbuffata” alla Ferreri ma in realtà sono tutti dei piccoli assaggini, alla fine però si è sazi.

Kyoto, città simbolo del Sol Levante

Diciassette siti UNESCO, migliaia tra templi, santuari e palazzi storici, fanno di Kyoto una tra le più importanti capitali culturali del mondo. Oggi la città è moderna, viva e trafficata e chi arriva in treno si trova all’interno di un enorme stabile in vetro, calcestruzzo ed acciaio dallo stile quasi avveniristico. Inaugurato ormai vent’anni fa, lungo qualche centinaia di metri, quindici piani, include centri commerciali, alberghi, centinaia tra bar e ristoranti. E uscendo verso Nord ci si trova di fronte alla Kyoto Tower, oltre cento metri d’altezza, terrazza panoramica e ristoranti. Di notte le sue luci bianche e rosse si stagliano nel cielo buio e diventano un preciso punto di riferimento. Visitiamo la città partendo dal santuario shintoista Fushimi-Inari Taisha con le sue impressionanti gallerie di torii arancioni (due pali verticali ed una traversa) con incisi i nomi dei donatori. Queste gallerie si susseguono nella vegetazione ricca di piante lungo le colline dove si trovano cinque santuari. Dopo un pranzo a base di ramen, la tipica zuppa giapponese che include molti ingredienti, ci portiamo ad Arashiyama per passeggiare attraverso un bosco di bambù. Sensazione bellissima, tutta da godere, tra questi fusti dal diametro di una decina di centimetri, alti almeno una trentina di metri, che terminano con foglie verdi che chiudono completamente la vista del cielo. Seguiamo poi il percorso del fiume che attraversa una stretta valle verde per arrivare fino ad un lungo ponte. Rientriamo in città quando le nuvole in cielo disegnano grosse linee gialle e rosa. Per cena andiamo in un sushi restaurant con nastro trasportatore. Piatti di diverso colore rappresentano le molte tipologie di cibo e si differenziano per i prezzi. La scelta è spaziale: gamberi, seppie e pesci, notevole il tonno rosso, straordinaria l’anguilla bollita (piatto molto tipico), verdure e carni. Incluso nel servizio un buon tè verde. E quando ormai fa buio è il momento delle geishe. Si passeggia per il famoso quartiere di Gion che già nel XVIII era diventata la zona dei piaceri. Case antiche, vie buie con poche insegne, porte chiuse, molto discrete, taxi che arrivano e ripartono proteggendo i passeggeri con un po’ di privacy. Ma niente di particolarmente osè, le geishe non sono prostitute, intrattengono gli ospiti dei ristoranti e delle case di tè, sono simbolo di bellezza ed eleganza. Occorrono almeno cinque anni per apprendere tutte le arti tradizionali tra cui la danza ed il canto ma anche il trucco, l’acconciatura, l’abbigliamento e soprattutto la cerimonia del tè. Turisti in stile paparazzi attendono con ansia queste giovani signore. Noi riusciamo ad intravederne una che corre in modo insicuro sui suoi sandali di legno ed un’altra che cammina baldanzosa e che si fa fotografare con totale indifferenza. Non c’è dubbio, è un’esperienza molto giapponese. La mattina successiva è la volta del Kinkaku-ji, il celebre Padiglione D’Oro. L’edificio principale, completamente rivestito da lamine d’oro, si riflette nel laghetto che lo circonda, tutto intorno una vegetazione elegante, quasi perfetta nei particolari. L’edificio risale al XIV secolo ma nel 1950 un giovane monaco per mettere fine ad una sua ossessione diede fuoco al tempio e lo ridusse in cenere. Cinque anni dopo venne completamente ricostruito. Da lì ci portiamo al Daisen-in, un tempio zen al di fuori delle mete turistiche. Una costruzione bassa in legno con un giardino di pietre, curatissimo in ogni particolare, risalente al 1509. Il giardino racconta in modo metaforico lo scorrere della vita secondo l’approccio buddhista: la nascita che viene rappresentata dalla sorgente di un fiume che scorre come la vita e che finisce nel grande oceano. Di nuovo in treno ci troviamo al castello Nijo-jo, simbolo della potenza militare degli shogun della dinastia Tokugawa nel periodo in cui il potere imperiale vacillava. Superato l’imponente portale si entra nel palazzo vero e proprio dove si trovano cinque edifici in legno con meravigliosi paraventi dipinti con soggetti animali (tigri, uccelli) e floreali. Nel pomeriggio ci dedichiamo alla Tea Cerimony. Entriamo scalzi in una piccola casetta di legno con un tatami di stuoie e pareti scorrevoli. Ad accoglierci una cordiale signorina in kimono azzurro che con un buon inglese ci spiega tutta la cerimonia. La dimostrazione viene invece eseguita in perfetto silenzio da una signora in kimono color avorio con un grande fiocco rosso sul retro. A questo punto ognuno di noi si prepara il proprio té. Si manovra la tazza secondo le istruzioni ricevute, si versano due cucchiaini di té verde, acqua calda, e con un oggetto rassomigliante ad un pennello da barba occorre agitare per qualche minuto la soluzione. Alla fine risulta una crema verde piacevole ma niente di che. La cosa più divertente è tutta la cerimonia. La serata me la passo solitaria tra l’enorme stazione e la Tokyo Tower. Salgo fino a raggiungere i cento metri della terrazza panoramica, mi fermo al terzo piano per un buffet di qualità per scendere al –1 dove trovo tanti chioschi di diverso genere. Concludo con un sakè freddo.

Miyajima

L’isoletta di Miyajima è stata dichiarata patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Il “torii”, il portale di colore rosso vermiglio che sembra fluttuare nell’acqua, è probabilmente il monumento più fotografato di tutto il Giappone. Scendendo dal traghetto si viene accolti da cerbiatti che girano indisturbati tra la folla dei turisti. C’è bassa marea ed il torii poggia sulla sabbia ma si riflette sulla poca acqua che rimane. Si entra nel santuario shintoista Itsukushima-jinja fondato già nel VI secolo. Una grande ed articolata struttura in legno rosso vermiglio con tetti marroni, tutto poggia sulla sabbia del mare. Si percorrono i primi padiglioni per poi arrivare alla sala più grande dove un monaco in abito bianco suona il tamburo sacro, fa un po’ d’inchini davanti all’altare e benedice una giovane coppia. Due giovani monache in gonna rossa e camicione bianco si inchinano più volte e offrono una bevanda alla coppia per poi accompagnarla fuori dal recinto sacro. All’esterno della balaustra i fedeli pregano e s’inchinano a mani giunte. Sulla collina un tempio buddhista e nel bosco centinaia di statuette in pietra con cappellini di diverso colore, molto divertenti anche se sacri. Ancora più in alto, sulla cima della collina, sorge Senjo-kaku, un colossale padiglione in legno nero risalente al XVI secolo. Un vasto ambiente dove corre un po’ d’aria fresca, all’interno robuste colonne e grandi travi dove sono appesi antichi dipinti. Sul fianco una pagoda di cinque piani del 1.400 decorata con colori vivaci. Il caldo è soffocante e la stanchezza si fa sentire, una pausa pranzo è necessaria. Miyajima è rinomata anche per le sue ostriche i cui allevamenti sono chiaramente visibili attraversando quel tratto di mare che la separa dall’isola principale. Lungo la strada del borgo, all’ombra di larghi tessuti bianchi tesi tra i bassi tetti delle case, oltre agli innumerevoli negozi di artigianato e souvenir abbondano bar e ristoranti. Molti hanno all’esterno le griglie dove vengono cucinate le ostriche, ed entro proprio in uno di questi. Finalmente un ambiente fresco ed una birra ghiacciata. Mi faccio servire due ostriche crude e cinque grigliate. Non ho mai mangiato delle ostriche così polpose, enormi, così tanto “ciccione” che ci vogliono tre bocconi l’una ! Tempura di tre gamberi, zuppa di miso, insalatina e riso bollito per un pranzo, diciamo abbondante. Ben soddisfatto e ritemprato mi rimetto  in cammino verso la funivia che porta sulla vetta del monte Mison (530 m) dalla quale si gode un notevole panorama sul mare e le altre isolette, sullo sfondo Hiroshima. Ritornando verso il mare si ripassa dal santuario, ora la marea sta salendo e l’acqua sta lentamente coprendo il letto di sabbia sotto il pavimento dei padiglioni. Sullo sfondo il torii è già completamente circondato dall’acqua. I colori si fanno sempre più tenui, poi la tonalità principale diventa il grigio del cielo e prima che faccia buio mi imbarco sul ferry.

Hiroshima, Never Again – Mai più

“My only words: NEVER AGAIN” – Mai più
Tra i tanti messaggi che ho avuto modo di leggere nel Museo della Pace di Hiroshima ho scelto questo di Josè Ramos-Horta, ex presidente di Timor-Est.
Alle ore 8,15 del 6 agosto 1945 l’aereo con bandiera a stelle e strisce Enola Gay sgancia Little Boy, la prima bomba atomica lanciata in tempo di guerra.
Dopo qualche giorno seguirà Nagasaki.
Nel giro di pochi secondi 120.000 persone vengono uccise, altre moriranno nei giorni e negli anni successivi. Ora Hiroshima è una città moderna, piena di vita e di allegria, ma il passato non si può dimenticare. Rimane lì, fermo e immobile come un pesante macigno a ricordarci che una tragedia del genere non si potrà più ripetere. Mai più ! E così la Cupola devastata del Centro Espositivo Industriale è diventata il simbolo della distruzione di quella mattina. Ora è entrata a far parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Proseguendo lungo il fiume troviamo il Parco della Pace, al centro il laghetto e la Fiamma della Pace che cesserà di bruciare solo quando sarà distrutta l’ultima arma nucleare. Temo che questa fiamma avrà lunga vita 😦 Il monumento dedicato alle vittime è semplicemente un arco attraverso il quale si vedono la Fiamma della Pace e la Cupola. Quì ogni anno il 6 agosto si commemorano le vittime di questa immane tragedia. Lo stesso Barack Obama qualche anno orsono ha partecipato ad una
commemorazione chiedendo a tutti il coraggio di ottenere la pace ed un mondo senza armi atomiche. All’interno del Museo una mostra sul potere distruttivo delle armi atomiche ed una sulla storia della città, un enorme schermo riproduce la città prima dello sgancio della bomba, il momento dello sviluppo del fungo nucleare e la distruzione successiva. In una sala sono esposti reperti di oggetti ritrovati dopo l’esplosione. Due cose mi colpiscono in modo particolare: un orologio da polso bloccato alle ore 8,15 ed un triciclo di un bambino. Prima di lasciare la zona non manchiamo di fermarci al Monumento per la Pace dei Bambini dedicato a Sasaki Sadako che nel 1945 aveva due anni. E’ morta quando ne aveva solo 11 di leucemia. Aveva deciso di fare 1000 gru di carta (un origami che riproduce l’uccello) simbolo di longevità. Purtroppo morì prima di terminare l’opera che però fu porttata a termine dai compagni di classe. Ora, tutti i giorni, migliaia di giapponesi e di turisti formano origami a forma di gru e li lasciano in prossimità del monumento. Anche i nostri entreranno a far parte di questa sterminata collezione. Lascio l’area dedicata a questa pagina di storia con una profonda tristezza. Ceniamo ed andiamo in un karaoke per fersteggiare il compleanno di Monica, 31 anni di Sydney. Chiedo di scegliere la prima canzone: Imagine di John Lennon. Riesco a cantarla con molta passione sperando in un mondo migliore. In fin dei conti, se sono quà, è perchè rimango un eterno sognatore. “You may say I’m a dreamer but I’m not the only one, I hope someday you’ll join us, and the World will be as one”.

Il siluro Shinkansen

Il muso disegnato dal vento, il naso più lungo di quello di Cirano, un lungo siluro grigio chiaro. Tra il serio e il faceto questo è lo Shinkansen serie 700, il treno ad alta velocità che collega Osaka a Kagoshima. La nostra destinazione è Hiroshima. Prendiamo posto sulla carrozza 5, poltrone comodissime con un bel tavolino reclinabile sul quale sto scrivendo. Il treno parte ad una velocità consueta poi ci si sente pressati sullo schienale, sta accelerando. Dopo un quarto d’ora fa la prima fermata e poi inizia davvero a volare superando i 300 km orari. Lunghe gallerie per poi tenere il mare sulla sinistra. Si attraversano zone verdi coltivate ed abitate, breve sosta a Fukuyama ed in un’ora e venticinque minuti siamo a Hiroshima.

Koya-san e i monasteri

Metrò, treno locale, treno Nankai, funicolare, tre ore e mezza per arrivare a Koya-san da Osaka. Se non ci fosse Kumiko, la nostra guida locale, non sarebbe così semplice. Appena si lascia la città si entra in strette valli ricoperte da boschi poi il treno Nankai si arrampica fino a circa 650 m d’altezza. L’ultimo tratto in funicolare è molto ripido, si raggiungono così gli 870 m dell’altopiano. Entriamo nel monastero Eko-in dove pernotteremo. Una costruzione tradizionale, tutta in legno, con la sola esclusione dei servizi igienici che sono in muratura, modernissimi e pulitissimi. Si entra solo scalzi, le scarpe vengono lasciate all’ingresso in un apposito scaffale, ciabatte in cuoio sono a disposizione degli ospiti. Io le calzo solo per andare in bagno, preferisco muovermi scalzo. Pavimento in legno e pareti mobili di carta colorata. Condivido la camera con Paul, giovane irlandese. Ci viene assegnata una camera di fronte ad un piccolo giardino interno con piante e laghetto. Apro le pareti scorrevoli e trovo due futon già pronti per la notte, la biancheria ed i kimono. C’è persino la tv che però non accenderemo mai. La comunità religiosa di Koya-san risale all’816 quando il monaco Kobo Daishi, di ritorno da un viaggio in Cina, fondò la scuola Shingon di buddhismo esoterico. I seguaci di questa religione pensano che il fondatore sia tutt’ora vivo, riposi e mediti nella sua tomba del cimitero Oku-no-in in attesa dell’arrivo di Miroku, il Buddha del futuro. Quando Miroku si presenterà, solo Kobo Daishi sarà in grado di interpretare i suoi messaggi per l’umanità intera. Ecco perché la sua figura e la sua tomba sono tanto venerate. Iniziamo la visita del complesso sacro dal Kongobu-ji, un tempio in legno con paraventi in carta riccamente dipinti. All’interno del cortile un giardino di rocce distribuite tra una fondo di ghiaia con ondine che ricordano il mare. Segue il Garan, un complesso di edifici e pagode di cui la più importante è la Dai-to ricostruita nel 1934 . Due tetti ed una colorazione arancio davvero unica. E per concludere il cimitero Oku-no-in. Prima di entrare ci purifichiamo lavandoci le mani, sciacquando la bocca con un sorso d’acqua e prima di riporre il mestolo sul lavatoio occorre sciacquarne il manico per lasciarlo puro ai prossimi visitatori. Una volta purificati fuori e dentro il nostro corpo possiamo entrare. Siamo nel bel mezzo di una foresta, un viale porta all’interno del cimitero. Incrociamo strane tombe moderne. La prima ha un missile, un’altra è dedicata ai dipendenti della Nissan, proseguendo il bosco si fa più fitto. Alberi secolari, altissimi, così alti che praticamente chiudono la vista del cielo, sulle tombe antiche c’è un muschio di alto spessore. Piccole statue di Buddha, statue di uomini e bambini ricoperti di tessuti o cappellini, alcuni fedeli gettano mestoli d’acqua su statue sacre. E così si arriva al tempio Toro-do dove si trovano molte lanterne, la leggenda dice che un paio di loro ardono da più di 900 anni. Sul retro, inavvicinabile, il mausoleo in legno di Kobo Daishi. Rientriamo nel monastero per una breve meditazione gestita da un monaco. La giornata è stata faticosa, il clima caldo e umido, una doccia è necessaria. Però va seguita la procedura. Per prima cosa occorre denudarsi, naturalmente le donne da una parte e gli uomini dall’altra. Prima di entrare in una larga vasca in pietra con l’acqua ad una temperatura vicina ai 40° occorre lavarsi e quando si esce tutto dovrà essere ripulito per bene. Alle 17,30 si cena, in kimono naturalmente. In una grande sala con pareti di carta scorrevoli i monaci hanno predisposto i tavolini già imbanditi e grandi cuscini dove potersi sedere. Zuppa, te e riso, verdure fritte (tempura), verdure crude e marinate, spaghetti di soia, tofu, anguria. La cucina nel monastero è solo vegetariana ma la cura con la quale sono stati preparati i piatti è straordinaria. La mattina alle 6,30 funzione religiosa nel tempio. Una costruzione in legno con lampade e centinaia di ceri. I due monaci si siedono ai lati di quello che potrebbe essere chiamato altare, cantano e pregano. Dopo colazione si tiene il rito del fuoco. In un secondo tempio un monaco accende un fuoco alimentato da tanti legnetti. Le fiamme si fanno alte mentre vengono intonati canti sacri. Riprendiamo il nostro cammino molto rilassati.

Osaka con l’accento sulla O’

Efficienza è la prima parola che mi sento di pronunciare al mio arrivo in Giappone. USA battuti dieci a zero ai controlli in arrivo. Registrazione impronte digitali e dell’iride in meno di un minuto e controllo passaporti senza coda. Tutto fatto al volo. Efficienza, però, non significa perfezione. Il primo bancomat è fuori servizio, gli altri però funzionano perfettamente. I famosi bagni dell’aeroporto con musichetta e bidet incorporato nel water li ho trovati sporchi (pisciati). Ma per il resto non ti perdi mai. Anche  se qui l’inglese non è molto parlato, tutti si danno da fare per aiutarti… e poi ti salutano con l’inchino. E così mi ritrovo sul treno che dall’aeroporto di Kansai mi porta a Osaka. Il tragitto dura più di un ora, all’uscita ho il primo impatto col clima: caldo e molto umido. Ma l’impatto davvero piacevole lo si ha subito con la cucina. Varietà delle scelte, cura nella preparazione e presentazione sono le caratteristiche che subito mi colpiscono. La cucina è quasi sempre a vista, il personale sempre molto giovane e cordiale. Il quartiere più interessante della città è Dotonbori, il fulcro della vita notturna della città. Costeggia il canale Dotonbori-gawa costruito quattro secoli fa. Oggi le banchine sono state trasformate in zone pedonali illuminate da lampioni e da tante insegne luminose. Lungo la strada, nelle vie e nelle gallerie circostanti, si trovano negozi ma soprattutto ristoranti di ogni tipo. Luci, insegne, statue di ogni tipo, dai granchi ai dragoni, ogni ristorante si distingue dagli altri. Per pranzo sono al Chibo, cucina a vista sul bancone, scelgo una specie di frittata ai frutti di mare. Per cena tentacoli di calamari, asparagi, salsicce con formaggio, tutti cucinati alla piastra. La cena precedente polpette ripieni di calamari con sakè freddo. Mi sono convinto che la cucina da queste parti è un argomento di vasto interesse, non mancherò di approfondirlo.