Jasper National Park

Entriamo nel vasto Jasper National Park in prossimità del Mt. Robson e per prima cosa ci facciamo un’escursione di quasi tre ore verso il Lago Kinney. Percorrendo un sentiero in mezzo ai boschi si arriva in uno di quei meravigliosi laghi a cui ormai ci siamo un po’ abituati: una perla turchese racchiusa tra verdi montagne. Riprendiamo la strada ed un grande cartello in legno ci informa che stiamo entrando nello stato di Alberta, i nostri cellulari avanzano di un’ora. Arriviamo così a Jasper. La mattina una escursione fino al Maligne Canyon, profondo 35 metri, con un fiume che scorre tra rocce dai profili arrotondati dall’erosione dell’acqua. Costeggiamo anche il lago Maligne racchiuso tra montagne e ghiacciai per finire al lago Medicine. Questo lago ha una strana proprietà: quando il livello dell’acqua si alza ed eccede la sua capacità una serie di canali sotterranei di tipo calcareo fanno defluire l’acqua e così il lago diminuisce di molto il suo livello. Nel pomeriggio, mentre risplende un bel sole, andiamo alle Miette Hot Springs. Racchiuse in una gola si trovano queste sorgenti d’acqua calda (53°) sfruttate dai minatori già nel 1910. Oggi tutto è ben organizzato in un centro dove si trovano quattro piscine di cui due calde (38 e 40°) e due più piccole fredde. O per meglio dire gelide (10 e 15°). Le proviamo tutte e l’effetto del passaggio dalle calde alle fredde è notevole. Finalmente anche un po’ di relax

Hat Creek Ranch ed il Blu River

Lasciata Whistler alle spalle ci si immerge immediatamente nella natura selvaggia delle Rocky Mountains. Sosta al Joffre Lake, uno specchio d’acqua turchese circondato da boschi, sullo sfondo montagne e ghiacciai. Proseguendo attraversiamo un intero bosco distrutto da un incendio poi tutto ad un tratto la vegetazione scompare ed entriamo in una zona senza alberi che Berth, la nostra guida, chiama nientemeno deserto. Al centro della valle lo Hat Creek Ranch, ci arriviamo puntualmente per l’ora di pranzo. Qui siamo attesi perché Berth ci ha lavorato per diversi mesi. Una signora in costume dell’ottocento, camicia bianca gonna lunga e cappello in paglia, ci accoglie con un sorriso ed un caloroso “welcome”. Su un tavolino troviamo i nostri panini già pronti, una zuppa ed una bella insalata mista. Dopo pranzo visitiamo il vecchio ranch che è stato mantenuto come era attorno al 1860. Costruzioni in legno con le abitazioni, i salotti, il saloon. Tutto ben conservato con gli oggetti tipici dell’epoca. All’interno di una vecchia stalla una ragazza ci racconta un paio di simpatiche storie di quel periodo per poi salire su una vecchia diligenza trainata da due cavalli. Io mi siedo all’esterno, vicino al conducente. Immersi in questo spirito molto country percorriamo le stradine del ranch, attraversiamo staccionate ed arriviamo in un boschetto dove troviamo una tenda indiana. Il mini-bus con rimorchio riparte ed entriamo nuovamente negli infiniti boschi canadesi per arrivare a Blu River dove passeremo la notte in un lodge di montagna. Tutto in legno con grandi travi, un soggiorno con cucina ed ai piani superiori le camere da letto. Beth ha già organizzato tutto. Mentre noi compravamo vino e birre (in quantitativo industriale) lei ha acquistato tutto il necessario per una cena. Appena arrivati si preparano gli spiedini di pollo, salsiccia e peperoni. Peter, l’australiano mio compagno di camera, sulla terrazza del lodge li cuoce sulla griglia. Snack ed insalate sono il contorno di una serata divertente. Poi tutti all’esterno con l’aria ormai fresca, una mezza luna e un po’ di stelle, la sirena del treno che passa sul lato opposto del lago ed un dessert tradizionale. La mattina al risveglio la natura circostante si presenta con tutta la sua bellezza. Un cartello avverte di non avvicinare gli orsi ed in caso di incontri è consigliato rientrare nel lodge. Il posto mi piace molto, io mi fermerei un paio di giorni ma è prevista la partenza. Ci portiamo sulla riva del lago in un punto d’imbarco. Il cielo è un po’ grigio, la temperatura molto frizzante, chilly come si dice da queste parti. Indossiamo dei salvagenti e ci imbarchiamo, la barca a motore naviga velocemente sul lago con i colori che vanno dal grigio al verde. Navighiamo più lentamente in prossimità della riva quando vediamo spuntare un’orsa di 3/4 anni. Lei se ne sta tranquilla sulla riva, mangia, ogni tanto ci dà un’occhiata ma senza nessuna reazione. Ripartiamo lasciando il lago ma ci fermiamo qualche kilometro più avanti. E’ il momento dei salmoni che depositano le uova. Siamo sulle rive di un fiume con il fondo sassoso e l’acqua limpida. Fermi, immobili, tra un sasso e l’altro alcuni salmoni sono impegnati nell’importante operazione dell’espulsione delle uova. La continuità della specie.

Sea to Sky e Whistler

“Sea to Sky” Highway, dal mare al cielo … e nel mezzo Whistler. Appena si lascia la cittadina di Squamish, posta proprio in fondo ad un fiordo, l’autostrada 99 chiamata anche Sea to Sky attraversa boschi e foreste per entrare nel Garibaldi Provincial Park. Si, proprio all’Eroe dei due mondi è dedicato il parco, una montagna ed anche un villaggio che si incontra a metà strada tra il mare e Whistler. Sosta alla cascata Brandywine, senza ubriacarsi ! Da un bosco spunta un fiume che si getta verso il basso per 70 metri creando uno spray che, colpito dai raggi del sole pomeridiano, si trasforma in un bellissimo arcobaleno. Prima di entrare a Whistler ci fermiamo allo Squamish Lil’wat Cultural Centre. Un museo dove sono esposte canoe, totem ed abiti dei nativi della First Nation, quelli che noi chiamiamo comunemente “indiani.” Questo centro è particolarmente interessante perché unisce le culture di due popoli che invece di farsi la guerra per contendersi i territori hanno deciso di convivere ed ora gestiscono insieme questa interessante attività. Gli Squamish (Skwxwu7mesh) abitano l’entroterra di Vancouver fino alle montagne di Whistler ed è una comunità composta da circa 4.000 membri. Gli Lil’wat (Lilwat7ul) sono originari delle Montagne Rocciose, la loro comunità è composta da circa 2.500 membri. Entrambi hanno tradizioni orali, le loro strane scritture risalgono solo agli anni ’70. Le comunità sono state decimate da malattie influenzali ed i loro bambini sono stati costretti dai colonizzatori a lasciare le loro famiglie per frequentare le scuole occidentali. Come ovunque nel mondo anche qui i colonizzatori hanno cercato di annientare le culture locali e di imporre la loro. Veniamo al centro. Dopo un cordiale benvenuto ed un canto tradizionale, grazie a National Geographic, il nostro gruppo viene invitato in una grande costruzione tradizionale a pianta rettangolare, parzialmente scavata nella terra e con un tetto in legno, alle pareti tamburi di pelle decorati. Due esponenti delle comunità locali ci raccontano le tradizioni dei loro popoli ed intonano antichi canti. Segue la cerimonia del tè. Su due fornelli viene riscaldata dell’acqua mentre su un terzo vengono arroventate delle pietre vulcaniche che si trovano nella zona. Le pietre vengono poi immerse nell’acqua calda e danno al tè un aroma particolare. Ci vengono offerti tre tipi diversi di tè, trovo buonissimi quello verde ed il rosso ai frutti di bosco. Un’esperienza indimenticabile. Whistler è un centro sportivo nato negli anni ’60 che si è successivamente sviluppato grazie alle Olimpiadi Invernali del 2010 condivise con Vancouver. Praticamente una città per turisti composta solo da negozi di souvenir, bar e ristoranti, alberghi, centri per gli sport invernali ed estivi. Tra le diverse opzioni che vengono offerte scelgo una discesa in rafting. Mi trovo sul gommone con una signora coreana ed i suoi due ragazzi, tutti inesperti, e come guida un ragazzo canadese. Si parte da un lago con l’acqua di colore verde circondato solo da boschi. Dopo le istruzioni e le prime pagaiate si incomincia a scendere il fiume, si affrontano parecchie rapide, non particolarmente pericolose ma molto divertenti. Dopo una pizza alla salsiccia, ben cotta e croccante, mi porto sulla funivia per raggiungere il Blackcomb, la montagna che sovrasta la città. Il tempo, che la mattina per il rafting era bellissimo, si porta verso il coperto ed inizia a soffiare un vento freddo, sono a 2.400 metri d’altezza. Arrivato in quota salgo sulla Peak2Peak, una funivia che detiene tre primati mondiali. Senza dubbio il più importante è la distanza che intercorre tra i due tralicci principali: 3.024 metri ! Si attraversa un’intera valle sospesi in aria e 400 metri più sotto scorre un fiume racchiuso tra i due versanti della valle. Alta tecnologia, tutta europea, ma anche una grande emozione, specialmente se si sceglie di viaggiare su una cabina col fondo trasparente. Rientro con un po’ di pioggia ma recupero il morale con un buon trancio di salmone grigliato accompagnato da un purè ed un ottimo cabernet-sauvignon australiano.

Vancouver e Victoria

Vancouver è la più importante città della British Columbia, i territori del Sud del Canada che si affacciano sul Pacifico e che includono le Montagne Rocciose. La città è costruita sul delta del fiume Faser, moderna, con la tipica pianta a strade parallele e  perpendicolari. All’estremità della penisola principale si trova lo Stanley Park, una vasta distesa boscosa che si incunea nell’oceano. I boschi di cedri rossi costituiscono la principale presenza nella vegetazione che è rimasta quasi intatta. E’ un luogo visitato dai turisti ma anche molto frequentato dai residenti che qui passeggiano, pedalano e pattinano. Un secondo punto interessante della città è la Granville Island. Nata come quartiere industriale oggi ospita studi artistici, musei, negozi, bar e ristoranti. Frequentata a tutte le ore della giornata ha al centro il mercato coperto dove si trovano pesce e verdure freschissime, stand culinari dove i prodotti italiani originali abbondano. Dalle terrazze in legno si gode lo skyline della città ed i suoi tre ponti. Sul lato opposto della penisola una piccola Chinatown e Gastown, il cuore antico di Vancouver, dove sono rimasti alcuni vecchi stabili. Anche qui ristoranti di ogni tipo. Per pranzo mangio carne di manzo con chips proprio di fronte alla statua di Gassy Jack ritenuto il fondatore del quartiere. La sera invece, quando tutte le piante e gli antichi lampioni sono illuminati, ceno presso la Old Spaghetti Factory, un bel piatto di spaghetti con sugo di pomodoro e polpette. Durante la giornata però non manco di entrare in un Illy caffè. Quasi di fronte alla Public Library, un palazzo moderno disegnato esattamente come il Colosseo, bevo un buon espresso proprio di fronte ad un enorme poster in bianco e nero di Sofia Loren ancora giovane, una forte emozione, e tutto intorno le scatole del famoso caffè triestino. A Vancouver incontro il gruppo col quale viaggerò fino a Calgary. Una cena in birreria per conoscersi e la mattina ci si imbarca sul ferry verso Victoria Island. Una rotta molto panoramica, si fa uno slalom tra isole e isolotti rocciosi ricoperti da una fitta vegetazione. Un’ora e mezza di navigazione, mare blu e cielo terso, qualche foca che nuota in acqua, una mezzora in mini-bus e siamo a Victoria, la capitale della British Columbia. Un porto turistico affascinante circondato da bellissimi palazzi e aiole di fiori di tutti i colori. Oltre a barche e barchette gli idrovolanti decollano ed ammarano in piena città. Sul porto si affacciano l’austero palazzo del governo ed il bellissimo Hotel Impress, una grande costruzione in stile canadese con tetti in rame molto spioventi. All’interno una grande eleganza e la cerimonia del tè delle cinque. In un ricco salone, dove un musicista suona un bel piano nero a mezza coda, i  clienti degustano il tè con pasticcini e salatini. Il tutto per soli 75 $ canadesi (oltre 50 €), per fortuna sono arrivato dopo le 17,30 e a quell’ora non si accettano più clienti. La mattina in gommone per il “whale watching”. Ci portiamo fuori dalle acque del porto dove, protette da una lunga isola, le balene percorrono la loro rotta chiamata “whale highway”, l’autostrada delle balene. La probabilità di incontrarne qualcuna è molto alta e difatti dopo circa mezzora di navigazione appare il primo sbuffo d’acqua. Seguiamo l’animale per una ventina di minuti per poi navigare in direzione di alcune isole rocciose, un vecchio faro bianco e rosso e centinaia di leoni marini. Imperdibile a Victoria il Royal British Columbia Museum dove viene ricostruita e raccontata la storia delle popolazioni native, la First Nation, e le bellezze naturali del territorio.

Canada 150

Pochi giorni di dibattito, bevute e danze bastarono per far sì che venisse accettata l’idea della Confederazione Canadese istituita con il British North American Act del 1867. Si istituì un Governo Federale ad Ottawa, tuttora capitale del vastissimo territorio che va sotto il nome di Canada. E quest’anno, il 2017, si celebra  il 150° anniversario di questo evento storico. Fatto del tutto secondario, anche il “viaggiatore viaggiante” vi è giunto atterrando all’aeroporto di Vancouver. Leggeremo le sue esperienze.

Attraversando il Pacifico

E’ difficile lasciare il Giappone, per molte ragioni: la pulizia, la puntualità, l’organizzazione, l’ospitalità, la gentilezza (a volte perfino eccessiva) ma soprattutto una profonda cultura accompagnata da antiche tradizioni nonostante la modernità del paese. E poi la cucina così varia e curata, la tradizione dei bagni caldi e tanto altro ancora. Senza ombra di dubbio è stata un’esperienza interessante ma, così come “the show must go on”, il viaggio deve proseguire. Il mio percorso verso Est mi porta ora ad attraversare l’Oceano Pacifico. Ho scelto un volo della Philippine Airlines, via Manila, mi sembrava il giusto compromesso tra un costo contenuto ed un solo scalo. Si sorvolano le isole giapponesi poi il cielo è completamente coperto, questo è periodo di monsoni. Il transfer a Manila è parecchio complicato dovuto alla ristretta normativa canadese. Già al check-in a Tokyo occorre dimostrare di avere l’ETA (il visto canadese corrispondente all’ESTA americano) ed un volo d’uscita dal Canada. Superate tutte le formalità si parte in ritardo di circa 50 minuti. Sono poco più di 11 ore di volo, solo qualche turbolenza. Fino a mezz’ora prima dell’arrivo le hostess hanno tenuto gli oscuranti abbassati, abbiamo visto la luce del sole solo all’inizio della manovra d’atterraggio. Siamo partiti da Manila attorno alle 20 del 22 agosto e, dopo aver attraversato l’Oceano Pacifico, siamo arrivati a Vancouver alle ore 17 dello stesso giorno !!! Tre ore prima della partenza. Fa sempre effetto. Anche quì un’organizzazione perfetta all’arrivo. Ogni passeggero si trova di fronte un grande monitor e per prima cosa deve scegliere la lingua con la quale registrarsi, non le ho contate ma saranno state almeno una quarantina. Praticamente ogni passeggero deve fare una dichiarazione d’entrata nella sua lingua madre. Le domande sono le solite, oltre ai dati anagrafici, il numero del visto ETA, le stupide domande del tipo traporta droga, armi, ecc, è semplicissimo. Alla fine la macchina rilascia uno scontrino e con quello ci si presenta alla guardia di frontiera che praticamente dice thank you very much e dopo un rapido controllo foto / viso dà l’ok a passare. Bene, inizia così una nuova fase di questo viaggio in un paese a me completamente sconosciuto. Mi aspettano un’altra ventina di giorni interessanti.

Sapporo, città dello sci o della birra ?

Per me Sapporo rimane la città dello sci e degli sport della neve. Come non ricordare le XI Oliampiadi invernali del 1972 con un giovanissimo Gustav Thoeni che vince un argento e due ori, “combinata” inclusa. Ma quì non si vedono montagne, neanche in lontananza. Ecco perchè ora Sapporo è per tutti la città della birra, quella con la famosa stella. Ed infatti l’unico vero “monumento” visitabile della città è proprio la vecchia fabbrica della birra Sapporo. Il birrificio nasce nel 1876 dopo che un certo Kihachiro Okura fece visita in Germania. La fabbrica fu avviata proprio per dare un impulso all’economia locale e ora Sapporo è la quinta città del Giappone, moderna, piena di vita. Il centro della movida cittadina è il quartiere Susukino, un conglomerato di bar e ristoranti, di luci e di colori. Un angolo molto particolare è il Ramen Kyowakoku. Praticamente un corridoio anonimo che si imbocca al fianco di un posto di polizia, all’interno una serie di ristorantini specializzati in ramen. E in effetti quì mangio forse il miglior ramen della mia esperienza giapponese, un brodo molto denso, udon, carne di maiale, cipolle, ecc. Un’altra sera mi dedico allo sashimi: tonno rosso e filetti di pesce crudo con noodles freddi. Non è la mia passione ma è stata un’esperienza cenare sul bancone chiaccherando con i vicini. Da Sapporo un’escursione di due giorni al centro dell’isola, di fronte le montagne del parco nazionale del Daisetsuzan dove si trova un vulcano attivo, il Tokachidake. Da un versante si vede uscire del vapore che poi si accumula sulle vette delle montagne circostanti. Al centro di una bellissima valle con terreni coltivati e fitti boschi si trovano Biei e Furano. Tra le montagne si incontra il Blue Pond, un laghetto circondato da abeti e betulle con l’acqua cristallina dove si riflettono le piante e la Lavender Farm, una coltivazione di fiori che si estende su alcune colline. Effetti di colori che ricordano quadri impressionisti. Pernotto al Garden Niji, un alberghetto tutto in legno con vista sui campi di lavanda. Gestiscono l’attività due signore che si siedono a tavola con me e con altri due clienti in modo molto simpatico ed amichevole. Il loro inglese è molto povero, si chiacchera utilizzando l’app di traduzione giapponese/italiano. Sembriamo un pò handicappati, le frasi non sempre sono tradotte nel modo migliore e a volte nascono fraintendimenti. Ma la serata risulta molto divertente. Naturalmente non mancano di farmi trovare la vasca del bagno con l’acqua cadissima, tradizione rispettata. La mattina colazione stra-abbondante con ogni ben di Dio, da segnalare un piatto di vongole con funghi ed aglio davvero buono, ma alle otto del mattino !!!. Comunque me le sono mangiate. A una quarantina di minuti di treno si trova Furano. Questa zona, pur avendo inverni molto rigidi, ha un clima che consente l’allevamento di bovini e la coltivazione dell’uva. Non manco quindi la visita ai due centri di produzione. Furano Chizo Kobò, una sorta di negozio, museo e scuola dedicato al latte e suoi derivati. Nell’area vendita vengono messi a disposizione tre tipologie di formaggi, tutti simili al brie. In particolare ne segnalo uno: il “cuttlefish ink cheese”, al nero di seppia. Un pannello mostra le diverse tipologie di formaggi europei ma uno solo viene messo in evidenza con una forma intera: il Parmigiano Reggiano, il re dei formaggi. Al piano superiore la scuola. Decine di persone, uomini e donne, giovani e meno giovani, stanno preparando un mascarpone ed una signora sta pensando di preparare un tiramisu. Al piano inferiore, grazie ad un gemellaggio Furano – Napoli del 2007, alcuni pizzaioli giapponesi preparano pizze tipo Napoli con mozzarella locale cotte in un forno a legna. E prima di uscire i gelati dai diversi gusti, ne assaggio uno al pomodoro che però sa praticamente di ketchup. Particolari i coni a sezione quadrata e triangolare. E dopo gli assaggi di formaggio andiamo a berci un pò di vino. Con tre giovani ragazzi milanesi vado al Furano Wine Kojò. Una cantina commerciale per nulla interessante, al piano superiore una degustazione di vini bianchi e rossi ma non di qualità. Le bottiglie vengono vendute anche a 10 o 20 € l’una, andrebbero assaggiate. Rientro in treno a Sapporo per l’ultimo ramen prima di lasciare il giappone: noodles, carne di maiale, mezzo uovo e germogli di soia.

Destinazione Sapporo

Lo Shinkansen dal naso rosso arriva alla stazione di Kakunodate puntualissimo. Si attraversa la campagna e le risaie per poi entrare in una zona boscosa. A Morioka sosta di circa un’ora, giusto il tempo per un caffè e qualche wapp. Un pannello grafico indica con precisione la denominazione dei treni, la loro composizione, l’orario di partenza ed il binario. Non basta, c’è anche un “voi siete quì” per capire meglio quale scala mobile imboccare e dove si fermerà il treno. Vado al binario 14 ed alle 11,46 arriva lo Shinkansen col naso verde. La carrozza 6 si ferma esattamente dove indicato sul marciapiede. Scendono i passeggeri e poi si sale, molto educatamente. Alle 11,48 si parte puntualmente, un carrello offre snack e bevande. Ho sempre il posto assegnato lato finestrino, tra un tunnel e l’altro si alternano piccole città ed aree agricole. Ora la direzione è verso Nord, il cielo rimane sempre coperto. Attorno all’una, senza alcun preavviso, si entra in una lunga galleria, interminabile. In realtà è il tunnel che attraversa il mare e che unisce l’isola principale, Honshù, ad Hokkaido. Un lungo rettilineo a doppio binario, venti minuti sotto l’acqua del mare ed una volta rispuntati all’aperto il capotreno dagli altoparlanti, in giapponese, dà il benvenuto sull’isola di Hokkaido. Mi ritrovo in mezzo ai boschi col cielo sempre coperto. A Hakoidate bisogna cambiare linea. In stazione addetti con cartelli, scritti solo in giapponese, indicano il percorso. Senza nessuna difficoltà mi ritrovo al binario 3 dell’altra linea. Un addetto mi invita ad andare alla posizione G che corrisponde alla carrozza 4. Ora il treno è più normale, anzi quasi vecchiotto, motrice diesel e sbanda parecchio. Dopo aver attraversato una zona agricola si costeggia il mare. La linea ferroviaria segue due golfi poi a Tomakomai si dirige verso l’interno, dopo un tratto soleggiato il cielo si fà completamente grigio. Alle 17,41, non un minuto prima, non un minuto dopo, il treno entra nella stazione di Sapporo.

Un “minshuku” a Kakunodate

Le minshuku sono delle pensioni a conduzione famigliare simili ai nostri B&B. Trovare un minshuku non è cosa semplice per uno straniero. Trovo un elenco nel sito di Akita, il capoluogo della regione. Vengono elencati molti minshuku con una piccola foto, l’indirizzo ed il numero di telefono. Ma come parlare al telefono ? Allora scelgo di contattare quelle poche proposte che hanno anche un indirizzo di posta elettronica. Un paio neanche rispondono, una dice che è occupata, Tadataka è l’unica che mi dà una disponibilità per le notti successive. La mattina, mentre sto per caricare la valigia su un taxi, si avvicina un signore con un foglio di carta in mano. Scritto con un pennarello nero leggo: Dear Oscar. E’ il signor Tadataka che mi è venuto a prendere in auto. Percorro il viale delle residenze dei samurai, tutte in legno nero, e ci dirgiamo verso la periferia della città. Quando ormai prevale il verde l’auto imbocca un vialetto e si ferma di fronte alla casa. Mami Nozomi , la signora, fa gli onori di casa mentre il marito si fa carico della mia valigia. Una serie di inchini di benvenuto e mi fa cenno di entrare. La casa ha una pianta a forma di L, tutta in legno scuro col tetto di paglia dello spessore di almeno mezzo metro. Si entra attraverso la parte più antica della casa vecchia di circa 130 anni. Prima di entrare nell’abitazione occorre lasciare le scarpe e si procede solo scalzi. Superata una sala con un camino al centro la signora mi fa cenno di entrare nella “living room”. Il suo inglese è molto povero ma qualche parola fondamentale riesce a dirla, il resto è solo in giapponese ma i gesti sono chiari. Il soggiorno ha dei bassi tavolini con cuscini a terra per sedersi. E come benvenuto una bella fetta di anguria , rossa, zuccherina, molto buona. Dopo l’anguria la signora pianifica il mio soggiorno: gli orari della colazione (8 AM) e del bagno (6 PM). Mi mostra i depliant con gli orari dei bus per il lago Tazawako e mi prepapra la ricevuta: 10.000 yen per due notti che corrispondono a circa 40 € a notte. Poi mi accompagna nei bagni mostrandomi ogni particolare ed infine ci dirigiamo verso la mia camera: un tatami di stuoia, un tavolino basso con cuscino ed un ripostiglio chiuso da una tenda, al suo interno un futon ripiegato. Un’ampia vetrata con porte in legno scorrevole che dà sul piccolo giardino: piante ed un laghetto d’acqua torbida dove però vivono dei grandi pesci che la signora chiama “carpe” (in giapponese). Dal giardino mi arrivano in camera il canto degli uccelli e lo sciacquio dei pesci che a volte saltano in acqua. Peccato che tutta questa bucolica atmosfera sia rovinata dai rumori che provengono da una strada statale molto vicina. La signora mi accompagna nel giardino di fronte a casa e mi mostra una vasta collezione di piante bonsai, grande passione del marito. Usciti dal vialetto di casa , sul lato opposto, c’è invece il suo orto con molte verdure e fiori colorati. Purtroppo in tutta la casa non c’è una sedia, una poltrona, un posto tranquillo davanti al giardino. Tutto ciò era nelle mie aspettative ma questo è il Giappone. Alle 18,00 arriva Mami Nozomi per informarmi che il bagno è pronto. Un antibagno dove spogliarsi, una sala da bagno con doccia e una vasca di legno, lunga circa un metro e mezzo, ricoperta da assi di legno. Un termometro digitale indica 40°. Dopo essermi docciato rimuovo le assi e mi immergo nell’acqua calda, troppo calda. Riesco a rimanerci per non più di dieci minuti e quando esco mi sento la testa leggera e molto rilassato. Esco per cena ed al mio rientro trovo il il futon steso sul tatami, buonanotte. La mattina colazione in soggiorno: tè verde, riso bollito, zuppa di patate verdure e wurstel, insalata di soja, insalata di verze con carote e zucchine alla julienne, una frittata avvolta e tagliata a tranci con asparagi e cornetti, un filetto di pesce grigliato con tre chicchi d’uva e per finire una fetta d’anguria. Non riesco a finire tutto, per me è davvero troppo tutto questo alle otto del mattino. Le mie due giornate al minshuku passano così tra le passeggiate lungo il fiume, al lago e tra le case dei samurai (che sono più di sette !) Quando è ora di partire la macchina è già pronta fuori casa, il marito carica la valigia e la signora mi saluta e mi ringrazia con una serie infinita di inchini. Contraccambio i saluti nello stesso modo, arigatò, sayonara.

Il Nakasendo, da Magome a Tsumago

Il Nakasendo era una delle cinque strade che durante il periodo Edo (1603 – 1868) collegavano l’antica Edo, l’odierna Tokyo, con Kyoto. Lungo la valle del Kiso, nel bel mezzo delle Alpi giapponesi ricoperte di fitti boschi, alcuni tratti di quella strada sono stati recuperati. Secondo Lonely Planet il tratto più suggestivo va da Magome a Tsumago. Circa otto chilometri di percorso, “una delle esperienze più belle che un viaggiatore possa fare in Giappone”. Come potevo rinunciarvi ? Treno più bus da Seto e zainetto in spalla arrivo a Magome. Un strada pedonale acciottolata percorre il vecchio borgo con il mulino, i canali in pietra dove scorre l’acqua fresca, le antiche case in legno, i fiori e le piante. Uscendo dal villaggio il sentiero entra nel bosco. Ogni duecento/trecento metri trovo una campana che va suonata per allontanare gli orsi con tanto di cartello di pericolo. Forse una vecchia realtà ma io ogni tanto la campana la suono. Attraverso i boschi si arriva al passo, 801 metri d’altezza, siamo al km 2,5. Inizia una discesa lungo un largo sentiero in mezzo al bosco. Seguo un fiume che scorre saltellando tra massi e piante dall’alto fusto. Trovo una “room for rest” ma è troppo presto per fermarmi, voglio almeno superare la metà del percorso. E così quando mancano meno di due chilometri a Tsumago mi fermo in una antica casa adibita a bar e ristorante. Si entra a piedi scalzi, una prima sala col fuoco nel mezzo ed una seconda sala coi tavolini bassi ed i cuscini per sedersi. Mangio una zuppa di verdure e spaghetti integrali, tipo grano saraceno. Superando qualche campo di riso dove le verdi piantine vengo mosse da un piacevole venticello entro in Tsumago. Qualche abitazione rurale, vera, poi diventa inevitabile l’area più turistica. Il “viaggiatore viaggiante” ha completato la sua esperienza e … stanchino … rientra in treno a Seto.