Great Ocean Road

Arrivo sulla Great Ocean Road da Woodend, la mia prima sosta è Torquay. Una lunga spiaggia, una scogliera ricoperta d’erba e le lunghe onde dell’oceano. Torqauy è considerata la capitale nazionale del surf, esiste persino un museo. Una bella passeggiata sulla spiaggia col tramonto, cena a base di pesce ed insalata, pernotto in un ostello. La mattina colazione sulla spiaggia mentre le lezioni di surf sono
già incominciate. Mi metto alla guida, la strada si fa subito interessante, panorami mozzafiato sull’oceano,
saliscendi e curve. Si passa per il leggendario “point break”, lungo la Bells Beach, considerato il miglior punto da parte dei surfisti. Arrivo ad Anglesea, deviazione per ammirare un faro di fine ‘800, ben tenuto, tutto bianco con la cupola rossa. E’ un continuo sostare per ammirare i panorami, quando scendo dall’auto non riesco a trattenere gli wow ad alta voce. Arrivo ad Apollo Bay, una bella spiaggia ma il lungomare è troppo costruito ed affollato. Quando decido di ripartire mi accorgo di aver parcheggiato l’auto proprio di fronte a La Bimba, ristorante segnalato da LP. E’ l’una e mezza ed un pranzetto potrebbe starci. Il ristorante è al primo piano, tavolino con vista sull’oceano. Chardonnay con olive ed un ottimo piatto: blue eye, un filettone di pesce con carne bianca, accompagnato da cozze e piselli, molto buono. Riparto e la strada devia nell’entroterra, erba secca, piante, capre e mucche, ed i famosi certelli gialli “attenzione attraversamento canguri”. A metà pomeriggio sosta per un caffè presso una stazione di servizio. Un vecchio distributore e all’interno un bar trasformato in museo. Paul, un tipo molto simpatico che mi prepara il caffè, sembra anche lui appena arrivato dagli anni ’70. Mi saluta con un ciao e sono di nuovo sulla strada. Un’oretta di guida ed arrivo ai Dodici Apostoli. Credo che sia uno dei più belli spettacoli naturali al mondo. Questa volta rimango senza parole, riesco solo a dire noooooooooo. Una scogliera a strapiombio sull’oceano, la spiaggia ed i faraglioni che spezzano le onde. Alcune rocce sono quasi delle torri, altre sono più massicce, tutte hanno la base erosa dalle acque. Una torre si è sgretolata in mare nel 2005 ed un arco naturale è crollato nel 2009, ora le rocce principali sono solo sette. Sul lato opposto del capo ce ne sono altre due. Facciamo un pò di storia sul nome che appare curioso perchè le
rocce non sono dodici. Fino agli anni ’60 le formazioni rocciose erano conosciute come “la scrofa ed i maialini”. In seguito, per attrarre più turisti, vengono chiamate, “apostoli” e poi viene aggiunto il numero di dodici. Le due rocce situate sul lato opposto del capo vengono chiamate Gog e Magong. Io comunque non riesco a lasciare il luogo, sono stupito e decido di pernottare in zona. Vedo una indicazione: Twelve Apostles Motel, lo seguo. Tre kilometri di strada sterrata tra i campi d’erba secca ed arrivo in un luogo piacevole, qualche pianta e costruzioni in legno. La camera è un pò cara ma in ogni caso decido di rimanere. Questo mi consente di vedere i “dodici apostoli” nelle diverse condizioni di luce e mi permette di scattare foto molto diverse tra loro (vedi la galleria). La mattina successiva riparto e trovo lungo la strada altre meraviglie disegnate dalla natura. La prima è il Loch Arge Gorge, una piccola spiaggia racchiusa dalla scogliera che disegna un elisse quasi completo, lo spazio lasciato libero alle onde del mare è molto ristretto. Notevole la vista dall’alto ma è anche possibile arrivare fin sulla spiaggia grazie ad una scala di legno. Anche quì una storia da raccontare. Nel 1878 il veliero Loch Arge naufraga proprio di fronte a questo pericoloso tratto di costa. Cinquantadue persone morirono, solo Eva Carmicheal, 18 anni, che viaggiava con la propria famiglia di immigrati irlandesi e Tom Pearce, giovane marinaio, si salvarono. Dopo alcune ore di nuoto Tom riuscì a raggiungere la riva ed udì Eva piangere e gemere in mare. Tom ha lottato un’ora per strappare Eva dai marosi per poi adagiarla in una grotta. Una volta salvi si addormentarono. Al risveglio Tom si arrampicò sulle rocce e corse in cerca di aiuto. Allora non c’era la Great Ocean Road e la zona era quasi disabitata. Tom, aiutato da un paio di lavoratori della vicina
Glenaple Station, riuscì poi a mettere in salvo Eva. Questa non è una leggenda, come potrebbe sembrare, ma storia vera e mi è piaciuto raccontarla. Proseguo ed arrivo ad un arco naturale di roccia poggiato sulla scogliera. Qualche kilometro più avanti incontro il London Bridge, un altro arco naturale staccato circa una ventina di metri dalla scogliera. Anche quì l’erosione del mare ha recentemente cambiato il panorama. Originariamente gli archi erano due ma nel gennaio del 1990, improvvisamente, l’arco unito alla costa si è frantumato lasciando isolati due turisti che fortunatamente erano sul secondo arco. Un elicottero li ha tratti in salvo ed ora il “bridge” non c’è più. Poco più avanti un’altra sosta: “Il Grotto” un’altro arco naturale frutto dell’erosione marina ma poggiato sulla terraferma. Con tutte queste soste e queste meraviglie la strada non rende. Attraverso una zona agricola ed entrando a Warrnambool vedo una grande fabbrica di latte e latticini, di fronte c’è il Cheese World. Un negozio di prodotti locali, spaccio di formaggi con degustazione gratuita, sala ristorante con affreschi un pò kitsch che riproducono mucche e verdi panorami. Mi ordino un tagliere di carne affettata e prosciutto, assaggi di formaggio, insalata ed un bicchiere di shiraz australiano. Tutto molto buono e appetitoso ma la strada è ancora lunga. Mi rimetto al volante, la Great Ocean Road è terminata ma debbo raggiungere Adelaide. Ora attraverso una
zona piena di boschi coltivati con altissimi pini. Superata Kingston la Princes Highway segue la costa ed attraversa il Coorong National Park, un’area molto verde lungo il mare. Nel frattempo il sole tramonta ed il cielo molto sereno diventa rosso e poi buio. Arrivo a destinazione, la Barossa Valley, che è già mezzanotte.

2 pensieri su “Great Ocean Road

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