Xi’an Railway Station: una grande stazione illuminata come un tempio durante i giorni di festa, una vastissima sala d’aspetto al primo piano, tornelli per accedere ai binari. Io passo scandendo il solo passaporto, niente biglietto, qui tutto è tracciato. Convoglio T269, destinazione Kashgar. La classificazione T identifica treni tradizionali dalla velocità massima di 150 km/ora destinati alle lunghe percorrenze, hanno cuccette e un vagone ristorante. Lo scompartimento ha quattro cuccette dotate di materassi, cuscini e lenzuola, non manca l’aria condizionata. Il treno parte puntualissimo. Vado alla carrozza ristorante ma, incredibile, non servono del the, in Cina ! Opto per una birra. I passeggeri del mio tavolo litigano per una giacca appoggiata sullo schienale, quattro passeggeri giocano a carte, il direttore del ristorante urla il menù. La notte passa tranquilla, mi sveglio prima dell’alba, il cielo è ancora grigio. Attraverso zone di basse montagne e centri industriali. Ritorno alla carrozza ristorante per la colazione, i passeggeri sono seduti agli stessi tavoli, stessi visi, stessi posti. Per colazione, in un box di plastica, mi vengono servite verdure stufate, un uovo sodo ed un panino bianchissimo. In aggiunta un brodino insapore con del riso scuro. Il treno viaggia regolare e silenzioso. Dopo aver attraversato una piana verde e coltivata si entra lentamente nella zona desertica. Vedo solo le linee ferroviarie, un’autostrada piena di camion, tralicci dell’alta tensione. Per pranzo, su un vassoio di plastica, trovo verdure e patate in umido, strani funghi nerissimi, ed un insulso brodino con verdure. Nel primo pomeriggio sosta a Jiayuguannan, una grossa città e centro industriale. Ripartiamo e nel nulla del deserto spuntano centinaia di pale eoliche che girano lentamente. Il deserto cambia aspetto, appaiono colline di colore grigio scuro. Questa è certamente una zona mineraria perché vedo lunghissimi treni con i carri scoperti. La carrozza ristorante è sempre molto affollata, sempre le stesse persone, i quattro che giocano a carte, sembra una situazione congelata. Solo ora ne capisco il motivo: questi passeggeri hanno un biglietto ma senza un posto a sedere, tantomeno la cuccetta. Appoggiano la testa sul tavolo e dormono così. Superato un altro enorme parco eolico sul terreno incominciano ad apparire rovi e qualche piccola pianta fino ad arrivare in una vasta piana tutta coltivata, chilometri e chilometri di coltura estensiva. Siamo arrivati ad Hami, una città di mezzo milione di abitanti famosa per il suo melone dolce. Il treno sosta per circa un’ora e consente ai passeggeri di scendere e comprare i fatidici meloni. Il treno riparte invaso da meloni, meloni sui tavoli, meloni per terra, meloni ovunque. Stasera per cena le ferrovie cinesi propongono noodles con qualche pezzetto di carne e tanto sedano. Rientro nello scompartimento e trovo un ragazzo che parla un po’ d’inglese, molto scolastico ma ci capiamo. E’ interessato a me in quanto straniero, al mio viaggio e all’Italia. Ha visto delle fotografie e pensa che sia bella, eccome no. Ora però ho capito la presenza sul treno di tanti giovani accompagnati dal padre o da entrambi i genitori. Sono tutti ragazzi e ragazze che stanno andando all’università di Kashgar. Questo ragazzo ed il mio compagno di scompartimento studieranno ingegneria elettrica/informatica, hanno 19 anni. Non hanno scelto di andare a studiare così lontano ma è il sistema che assegna dei punti, più alti sono i punti migliore sarà la sede di studio. Sembrerebbe favorire il merito ma chissà. Passa anche la seconda notte. Al mattino il cielo è sempre grigio. L’orologio della carrozza ristorante indica le 9 ma questa è l’ora di Pechino. Qui siamo all’estremo Occidente del territorio cinese quindi dovrebbero esserci circa due ore di fuso. Praticamente il cielo è quello delle 7. Ho un forte desiderio di the o caffè ma la risposta è sempre negativa. Pur di bere qualcosa di caldo accetto la brodaglia insapore con il riso scuro e nella solita scatola trovo le verdure di ieri sera con i funghi neri, l’uovo sodo e il panino bianchissimo. Stamattina però il ristorante non è più affollato, e neanche i corridoi dove bivaccavano parecchie persone. Molti passeggeri sono scesi durante la notte. Il ristorante è semivuoto e i pochi sopravvissuti sono stanchi, dormono tutti con la testa appoggiata al tavolo. Sulla destra appaiono montagne rocciose dello stesso colore della terra del deserto, vedo qualche rovo e una piccola mandria di cammelli. Penso ai tre Polo e ai tantissimi carovanieri che sono passati di qua, il loro viaggio non sarà stato facile, tantomeno comodo. A questo punto mi rendo conto con certezza che sono l’unico passeggero occidentale di questo treno. Di nuovo una vasta area coltivata e poi appaiono i primi palazzi. 12,58, siamo arrivati puntualissimi a Kashgar dopo circa 39 ore di viaggio. Sul piazzale antistante la stazione alcuni ragazzi agitano cartelli rossi con scritte gialle in cinese. Hanno il compito di raggruppare gli studenti suddivisi per facoltà, per loro sono pronti diversi pullman. La stazione ferroviaria dista alcuni chilometri dal centro. Cerco di prendere un taxi ma il problema è sempre quello: la destinazione. Ho il nome dell’albergo e l’indirizzo in cinese ma il taxista non sa dove andare. Comunque parte e dopo una decina di minuti vede una vigilessa e si ferma. Anche lei cerca di capire qualcosa, suggerisco: questo è il numero di telefono, chiamate. Si parlano in cinese fino a quando vedo l’autista sorridere. OK, ce l’abbiamo fatta. Mi porta davanti ad un lussuosissimo hotel e lo ringrazio. Mi reco immediatamente alla reception ma mi dicono che non è quello l’albergo che ho prenotato. Un attimo di sconforto ma un gentile addetto trova l’indirizzo e mi dice che è proprio lì vicino. Me lo indica su una cartina tipo Google Maps (la mia non è in funzione) e mi descrive il percorso. Poi chiama un ragazzo addetto ai bagagli che mi accompagna a piedi fino al mio albergo. Anche questa è Cina.


