L’Orange River è un fiume lungo più di 2.000 km, nasce nel Lesotho e sfocia nell’Atlantico dopo aver attraversato tutto il Sud Africa. Qui in Namibia attraversa un’area desertica ma quando irrigata può essere coltivata con successo. E difatti a sinistra della strada che percorriamo si vedono ettari di vigneti. Niente colline, terreno pianeggiante. Niente grappoli, è inverno. Si vedono solo gli scheletri delle piante. A margine dei vigneti è sorta una township per ospitare chi ci lavora. Povertà, poco lavoro, baracche di legno e ondulati. Vengo fermato da una famiglia che di primo mattino sente la musica e balla. Solo gli uomini però, la donna sta lavando i piatti in un catino. Una grande spianata e due banche, alcuni negozi e un supermarket. Di fronte al bancomat una lunga fila di persone attende il proprio turno mentre un’altra coda attende di ricevere una scodella di nshima (polenta bianca) con carne in umido offerta dal supermercato. Vengo invitato ad assaggiare la specialità locale, accetto volentieri e mi metto in coda. Si, io bianco in coda tra i neri in attesa di una scodella di cibo. Può far sorridere ma è stato divertente, e la polenta col sugo molto buona. Si fa per dire. Siamo nel centro del paese, il deserto si fa sempre più roccioso, la strada sempre sterrata. Arriviamo al Fish River Canyon, secondo per larghezza e profondità solo all’americano Gran Canyon. Sul fondo un piccolo fiume di colore verde. L’origine di tutto ciò è principalmente tettonica. A sera arriviamo ad Ai Ais, albergo e campeggio racchiusi tra alte montagne rocciose. La località è famosa per la sua fonte di acqua termale che sgorga a 65° di temperatura. All’interno dell’albergo una spa, per meglio dire due vasche di acqua calda. E’ comunque piacevole rilassarsi dopo una giornata di viaggio, sole, vento e sabbia. Il giorno successivo ripartiamo, superiamo il Fish River attraversando un ponte in cemento bianchissimo. Sosta per il pranzo in un piccolo villaggio dove troviamo ben 300 metri di asfalto. Riprendiamo lo sterrato percorrendo lunghi rettilinei, il panorama desertico è piatto, solo qualche montagna sullo sfondo. Sosta per un pieno di carburante dove c’è anche un negozio pieno di vecchi cimeli che sembra un museo. Riprendono le montagne, la strada le supera con molte curve, ai fianchi arbusti e piante grasse. Arriviamo a Sossus giusto in tempo per montare le tende prima che faccia buio. Il cielo si fa rosa, poi rosso, il rosso si mischia con il grigio e poi fa buio. La luna sembra un grande faro sopra le nostre teste, un alone la circonda, un cerchio perfetto. Si potrebbe pensare ad un miracolo, o forse lo è. Migliaia di stelle e la Croce del Sud. Nel frattempo Bumbastic, la nostra guida, sta preparando la cena. Lo aiuto mescolando il ragù che cuoce sulla brace. Gli spaghetti bollono mentre Minshen, il cinese, grattuggia del finto parmigiano. Gli altri amici nel frattempo bevono birra e vino attorno al fuoco. Zuppa di zucca secondo la ricetta della nonna di Bumbastic e spaghetti al ragù. La temperatura scende, il vento è freddino, la notte gelida. In tenda, nel mio sacco a pelo, si sta benissimo. La mattina la temperatura è ancora bassa, l’acqua per il caffè è già calda, due bollitori sono pronti sul fuoco. Colazione completa con salsicce e uova. Il sole sorge colorando di rosa intenso le scarse nuvole. Andiamo alle dune di Sossusvlei, siamo nel Namib-Naukluft Park. Il sole non è ancora alto e le dune assumono i colori chiari e scuri in funzione dell’esposizione. Un oryx abituato ad incontrare i turisti se ne sta tranquillo a pochi passi da noi. Mi concede un ritratto. Saliamo la duna di sabbia finissima, si sale un passo e si scivola all’indietro di mezzo passo, ma dall’alto il paesaggio è spettacolare. Proseguiamo con dei fuoristrada per raggiungere una conca tra le dune con il fondo di un lago salato. Una chiazza bianca tra le dune rossastre. Una via di mezzo tra un paesaggio lunare e Marte. Alcune piante rinsecchite e spezzate rompono il chiarore del fondo. Una breve sosta e siamo al Sesriem Canyon, profondo solo una trentina di metri. Scendiamo e passeggiamo tra i fianchi rocciosi composti da sassi scuri e rocce marroni. Ritorniamo al campeggio dove ritroviamo le nostre tende e la cucina. Stasera salcicce di oryx grigliate e bistecche di manzo. Vino e birra non mancano mai. Il cielo è completamente terso, la luna è sempre troppo luminosa ma le stelle non mancano. La mattina sembra di vedere della nebbia alla base delle montagne, in lontananza. Colazione mentre sorge il sole, si smonta il campo e si riparte. Dopo circa un’ora di viaggio sosta alla stazione di servizio Solitaire dove abbondano carcasse di vecchie auto. Peter, l’autista, ne approfitta per riparare un piccolo guasto al pullman, da un paio di giorni perdiamo la pressione sul retro ma non ho ben capito da dove. In fianco, sotto una grande capanna, si trova la Mc Gregor’s Bakery, famosa in tutto il paese. Biscotti, torte dolci e salate, e una lunga coda per farsi servire. La strada sterrata prosegue fino ad arrivare al Tropico del Capricorno, sosta e foto di rito. Riprendono le montagne, rocce stratificate e paesaggi lunari. La strada sale e scende tra strette curve per poi ritrovare il piatto assoluto fatto di niente. Un niente colorato di giallo che incontra l’azzurro del cielo. Riprende l’asfalto e incrociamo paludi con molti fenicotteri, sterpaglie verdi e piccole dune di sabbia. Siamo di nuovo arrrivati sull’Atlantico. Walvin Bay, una città col lungomare verdissimo perfettamente tenuto. Da un lato case moderne e di lusso, sul lato opposto l’oceano con i fenicotteri. Percorriamo una trentina di kilometri verso Nord, sempre lungo il mare, ed arriviamo a Swakopmund, seconda città per importanza della Namibia. Strade diritte e perpendicolari che si incrociano, qualche semaforo e case in stile tedesco. Anche il nostro albergo, Europa Hof, in perfetto stile bavarese. Già il nome è una presentazione ma non manca l’insegna della birra. Un giorno fermi, finalmente. Ne approfitto per una visita guidata nella township di Mondesa. Fino al 1994 era il luogo della segregazione dei neri dovuta alla apartheid. Oggi c’è la citta per i bianchi, moderna e pulita, efficiente, e la township dei neri, più povera, ma almeno ora ognuno è libero di muoversi come crede. Questa mattina sono solo con la simpatica coppia cinese, lui ingegnere, lei medico, grandi viaggiatori. Sosta al mercatino che si tiene sulla strada. Arance, un po’ di verdure e pesce esiccato. Entriamo nel cortiletto di una semplice casa, solo piano terra, tetto in ondulato metallico. Una ragazza herero ci accoglie con un bel sorriso e un abito tradizionale di colore bianco e nero con disegni fantasia, una sciarpetta rossa ed un cappello tradizionale, anch’esso rosso. Ci racconta la storia della sua comunità, le loro abitudini, lo stile di vita. Ci viene raccontato del genocidio portato a termine dai tedeschi all’inizio del ‘900 durante la loro occupazione coloniale. 75.000 morti tra la popolazione Herero e la Nana. Poi ci parla dei bambini. In una specie di casetta sita nel cortile vivono alcuni bambini che vengono aiutati dalla collettività. Una specie di asilo e orfanotrofio per bambini di due / tre anni. Naturalmente uno più bello dell’altro. Due minuti d’auto e raggiungiamo una baracca dove un pittore naif mostra i suoi quadri, uno stile molto semplice dalle tinte molto forti. L’ultima sosta è presso lo Hafeni Cultural Centre and Traditional Restaurant. Ci fanno accomodare ed una signora dalle forme abbondanti ci fa sciacquare le mani in un elegante catino. Ci viene servito un vassoio per dei semplici assaggi: nshima (polenta bianca), spinaci, manzo al sugo ed un passato di fagioli. Delizioso. La visita si conclude con un piccolo coro di canti tradizionali ed un omaggio a Bob Marley. Ma Swakopmund è anche città di mare. Non si può perdere la passeggiata sul lungomare con aiole verdi annaffiate in continuazione. Poi sulla battigia a piedi nudi tra le onde di acqua gelida, ma che piacere ! Visita all’Acquario ma tutto si conclude con qualche gambero grigliato ed un buon bicchiere di vino bianco. La mattina seguente lasciamo la città in direzione Nord. Lunghi rettilinei che seguono la linea ferroviaria, la terra è giallo ocra, arbusti e piante grasse. Si cambia direzione, ora viaggiamo verso Est e incontriamo migliaia di termitai. Sosta a Outjo dove incontro delle simpatiche signore che offrono braccialetti e collanine. Entro nella Guest House , un ambiente fresco, pulito, tovaglie bianchissime con strisce leopardate. Mi preparano un bellissimo piatto di tagliatelle agli spinaci e formaggio, gradevolissimo alla vista ed anche al palato.