Cairns e la barriera corallina

Cairns è una città moderna con un lungomare con giardini, fiori e palme. Di fronte al mare una grande piscina aperta al pubblico, poco più oltre i moli d’imbarco per le gite in mare. Seguo il consiglio di Amber(la guida in formazione presso il Rock Tour di Alice Springs) e scelgo l’escursione “Passions of Paradise”, un grande catamarano che ospita oltre cinquanta passeggeri. Si parte alle 8 del mattino, due ore e mezza di navigazione per raggiungere il “Paradise Reef”. Saranno state le strane onde del Pacifico o la non corretta alimentazione (caffè e muffin) ma non sono mai stato così male in mare. Comunque si supera tutto e quando è il momento indosso la muta, pinne e maschera e mi tuffo in acqua. Uno spettacolo di coralli di tutti i colori, molto particolari alcuni ciuffi mossi dalla corrente che sembrano spaghetti verdi. E poi i pesci. Come descriverli tutti ? Appena arrivati sul posto c’è un branco di grossi pesci neri, lunghi circa un metro, non so bene cosa siano. Vedo molti pesci pagliaccio, molti vegetariani che mangiucchiano sulle rocce, i pesci pappagallo con le sfumature verdi e viola, altri a strisce verticali oppure con le pinne gialle. E poi i molluschi bivalve, lunghi più di un metro, con il bordo rosso come se fossero labbra col rossetto, che quando mi avvicino si richiudono rapidamente. Insomma il variegato mondo della barriera corallina australiana, la più lunga (2.300 km), la più vasta del mondo. Riprendiamo la navigazione per circa un’ora ed arriviamo alla Michaelmas Cay Island. Il mare ha tutte le sfumature di azzurro, blu e verde. L’isola è solo una larga spiaggia bianca stracolma di uccelli. La raggiungo in gommone con la muta già indossata e di nuovo in mare con pinne e maschera. Lo spettacolo continua. Sono l’ultimo ad uscire dall’acqua per rientrare a Cairns. Il catamarano sulla rotta del ritorno, grazie al vento favorevole, apre le grandi vele ed abbassa la potenza dei motori. Rientro in porto col cielo azzurro e le nuvole bianche. Per cena una ramen, la zuppa giapponese, al ristorante Ganbaranba. Con soli 7 € mangio bene riorganizzando il mio stomaco provato dalle onde mattutine. Non ancora del tutto soddisfatto voglio fare una seconda uscita in mare. Scelgo la Green Island, di nuovo un catamarano ma questa volta il tragitto è più breve (solo 45 minuti) e lo stomaco non mi dà problemi. Si arriva in luogo incantevole. Il battello attracca su un lungo pontile, l’acqua tutto attorno ha gli stessi colori che descrivevo prima. L’isola ha una spiaggia bianca ed all’interno è tutta ricoperta di vegetazione. Partiamo dal nome. Credevo che Green derivasse dal fatto che l’isola è molto verde. No, fu il sottotenete James Cook che nel 1770, scoprendo l’isola, la dedicò all’astronomo di bordo Charles Green. L’isola è di fatto un fenomeno naturale. La sua storia non ha più di 8.000 anni. La scogliera si è formata con l’accumulo di detriti dei coralli cementati dalla crosta delle alghe. Tutto l’ambiente qui attorno è la condizione ideale per la formazione dei coralli e per la vita di questi pesci stupendi. L’interno dell’isola è invece una meravigliosa foresta, molto fitta e ombrosa. La si può percorrere su un tracciato di passerelle. L’intensità e la tipologia è la stessa della Rainforest. Lungo il sentiero trovo però poche persone, i visitatori affollano le spiagge ed i chioschi di ristorazione. Questo è il rovescio della medaglia. Entro in acqua anche qui e, oltre alla solita esperienza, incontro tre tartarughe. La prima se ne va  solitaria e la inseguo per un  breve tratto, la seconda sembra invece pascolare tra le alghe e mangiucchia quì e là, la terza sembra zoppa nel senso che usa solo tre zampe, la posteriore sinistra rimane sempre all’interno del carapace. Un’esperienza bellissima, ora attendo le isole del Pacifico.

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